mercoledì 8 dicembre 2010

Natale a casa di Giulio

Continua la saga familiare più amata dai lettori di questo blog. Dopo il trionfo di critica e di pubblico ottenuto dalla prima e dalla seconda, ecco a voi la nuova puntata firmata errebi, che ormai da queste parti è più che un ospite.

Come ogni anno quando si avvicina il Natale a casa del signor Giulio c’è sempre quella atmosfera particolare del volerci bene. Elena, la più giovane delle tre sorelle, ha da poco conosciuto Claudio. Tutto è nato senza che la cosa sembrasse potesse essere. In quel garage usato da Claudio e amici trasformato in un luogo di ritrovo. Non ne potevano più gli amici di trovarsi alla sera al bar senza un po’ di intimità con la presenza di altre persone che non conoscevano e con la necessità di dover consumare anche se i soldi in tasca erano pochi. Andavano ancora tutti a scuola. Sì certo c’era anche chi, come Claudio, riusciva a trovare qualche lavoretto giusto per avere qualche soldo in tasca. Ma non è che ne girassero tanti. “Che palle ragazzi - cominciò Alberto - io non ne posso più. Ma non abbiamo qualche alternativa, non possiamo trovarci da qualche altra parte?”. “Sì, e dove? - fece Andrea - a casa di qualcuno così poi ad una certa ora ci spediscono fuori perché è troppo tardi”. “Ma va', dai a casa di qualcuno proprio no. Non c’è intimità qui pensate a casa, non può essere che peggio” disse Marco. “Ohi ragazzi se volete chiedo a mia madre, possiamo vedere se ci lascia utilizzare il garage e così possiamo incontrarci là” disse Andrea. “Ma non dire stupidaggini Andrea, e la macchina poi dove la metti?”. “No problem Claudio la macchina la lascio fuori l’importante è che mamma mi dica di sì”. E così fu. Andrea ebbe il permesso e tutti assieme cominciarono a sognare. Certo appena aperta quella porta c’era un po’ da pensare. Come si poteva incontrarsi in quel posto pieno di un po’ di tutto. Un piccolo caravanserraglio di cose inutili. “Beh dai - disse Marco - proviamo a metterlo in ordine. Come piace a noi”. Ok risposero gli amici e si misero a discutere come trasformarlo. Dovete pensare che tutta 'sta storia nasce in un'estate tra l’inizio e il bel mezzo degli anni ’70. Claudio e Elena neppure si conoscevano. Dopo varie trasformazioni e investimenti in denaro soprattutto sovvenzionato dai genitori verso l’autunno di quegli stessi anni il posto prese la sua fisionomia definitiva. Perfino il nome gli venne dato “Young Club” italianizzato Giovane Club. Ai ragazzi sembrava una meraviglia e non era proprio per niente male. Alberto, Andrea, Marco e Claudio non dovevano più utilizzare il vecchio bar in cui andavano ma, ora, potevano avere un loro proprio posto dove passare il tempo libero e soprattutto invitare le ragazze. Certo visto da fuori non è che ci fosse la voglia matta di entrarci ma all’apertura della porta un certo effetto si sentiva. Tutte la pareti erano state rivestite in carta da pacchi blu, la carta da parati costava troppo, il pavimento era stato rivestito in moquette e tutto intorno al perimetro erano stati posti dei divani in polistirolo ricoperti di tela di jeans azzurra. Ogni divano aveva il suo poggia braccia sempre in polistirolo rivestito in tessuto di raso verde. Appena entrati la cosa che si notava subito era la pedana sollevata dal pavimento da una struttura in ferro e quest’ultima chiusa da una perimetrale fascia in vetro con un neon che si illuminava quando si accendeva la luce entrando. La pedana era il centro del club. Sopra di essa c’era un mobiletto di legno bianco con la scritta rossa Young Club. Sopra al mobiletto il giradischi e alla parete il raccoglitore degli LP. Per chi non lo sapesse a quell’epoca non esistevano i cd ma i meravigliosi dischi in vinile. In poche parole oltre a un luogo d’incontro era anche il posto giusto per fare delle belle feste. E fu proprio ad una di quelle feste, capodanno, che Claudio e Elena incominciarono la loro avventura. Avventura che dura tutt’ora ai giorni nostri. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah sì il Natale a casa del signor Giulio. Claudio ogni qualvolta che si incontrava con Elena alla sera la riaccompagnava a casa e entrava così poi in casa della famiglia. A volte c’era un sacco di gente. Il fidanzato di Clara, quello di Virginia, il signor Giulio e la signora Silvia, Claudio, Elena. Una confusione terribile in quella piccola casa. E tutti parlavano, a parte Claudio che se ne stava tranquillo seduto in salotto. E fu proprio in una di quelle sere che precedevano il natale che venne l’invito per il pranzo. Per tutti ma non per Claudio. “Allora ci siamo tutti per il pranzo di natale” domandò la signora Silvia. Il futuro ingegnere fidanzato di Clara non ebbe obiezioni così men che si dica Fabrizio il fidanzato di Virginia. E Claudio? Claudio era in salotto e aveva capito che lui a casa della famiglia a natale non ci sarebbe sicuramente stato. “Claudio puoi venire dopo pranzo mangiamo il panettone assieme in compagnia”. “Oh grazie signora Silvia”. Che piacere avrebbe dovuto dirle ma si sforzò di non risponderle a tono. Elena attese che tutta la compagnia festante se ne andasse e andò poi in salotto dove c’era Claudio incredulo. “Cosa vuoi Claudio i miei sono fatti così. Fu così anche per Livio, alias futuro ingegnere, non prendertela dai”. “Non me la prendo no stai tranquilla solamente mi chiedo una cosa. Ma cosa cxxxo rappresento l’essere indesiderato”. Silenzio. E poi come sorprendersi ancora dopo quello che era successo in quell’estate di metà anni ‘70. Elena era dovuta andare in villeggiatura in montagna con i genitori. Giulio e Elena erano riusciti con i lavori extra che faceva Giulio a costruirsi una piccola casa sui monti. Casa che sarà la fonte di un altro racconto. Quindi senza mezze parole Giulio informò Elena. “Noi andiamo in montagna e tu vieni con noi”. Beata la democrazia. Claudio dopo un paio di volte che si sentiva al telefono con Elena, quello fisso il cellulare non c’era ancora, di un albergo nelle vicinanze della casa, Giulio aveva deciso che gli allacciamenti costavano troppo, non sopportò più di non poter vedere Elena e prese l’irragionevole decisione di salire su di un treno e andare a trovarla. Non si era fatto molte illusioni sull’accoglienza. Era partito nel tardo pomeriggio e ben sapeva che sarebbe arrivato a sera inoltrata. Non si era nemmeno preoccupato del fatto che, arrivato alla stazione della località montana, non avrebbe trovato nessun mezzo di locomozione che lo facesse raggiungere la località dove era Elena. In qualche modo ci sarebbe arrivato. Dopo il cambio di treno ad una prima stazione l’arrivo con la litorina alla stazione di destinazione. Nonostante fosse il pieno dell’estate già cominciava a far buio, Claudio si avviò a passo spedito su per la strada che conduceva a casa del signor Giulio. Camminando aveva il dito pollice della mano sinistra fuori nella speranza che passasse qualcuno e si fermasse a raccoglierlo. Con sé aveva un cambio e una coperta leggera per coprirsi nel caso non fosse arrivato ad un’ora decente. E così fu. Il passaggio quello invece lo trovò. Gli consenti di accorciare notevolmente il percorso a piedi ma ormai era già notte. Lo stesso giorno Elena e Claudio si erano sentiti al telefono ma la conversazione era poi caduta, Elena aveva finito i gettoni, e Claudio aveva preso la decisione. Vado su. Il cielo era ormai completamente buio e illuminato dalla luna e costellato da innumerevoli stelle. Claudio si fermò un attimo alzando lo sguardo e ne rimase sbalordito. Il carro maggiore, quello minore e poi la luna che sembrava gli indicasse la strada. La valle era completamente illuminata anche se per la strada non vi era la luce di un lampione. La casa di Giulio era l’ultima prima che iniziasse il sentiero su per il rifugio. Passata la notte dentro ad un fienile, Claudio di buon mattino era già nel cortile vicino al portone della casa quando all’improvviso si spalancò un balcone e apparve Elena. Claudio le fece un gesto di saluto, Elena stupita con la mano sinistra gli indicò che era matto. Claudio alzò le spalle e attese che lei scendesse. “Ma cosa ti è saltato in mente, senza avvisare adesso i miei cosa diranno”. “Possono dire quel che vogliono. Io non sono venuto fino a qua per loro ma solo per te” I due si abbracciarono e un lungo bacio li accompagnò poco prima che arrivasse la signora Silvia. Per niente stupita, anzi, salutò Claudio per poi andare in giardino a sistemare alcune piante. Giulio arrivò poco dopo e anche lui non parve sorpreso. Vuoi vedere che l’hanno presa bene pensò in cuor suo Claudio ma il bello doveva ancora venire. All’ora di pranzo Elena e i suoi genitori si accomodarono al tavolo mentre Claudio, lasciato solo, si trovò al piano inferiore a mangiare un panino con la mortadella. Ecco volevo ben dire. Claudio si sentiva come il cane lasciato fuori dalla porta ma più di tanto non gli importava il resto della giornata l’avrebbe trascorsa con Elena. E poi un’altra notte questa volta non in fienile ma in auto del signor Giulio e il giorno dopo il ritorno a casa felice per essere stato con Elena ma allo stesso tempo incredulo del comportamento di Giulio e Silvia. Come sorprendersi allora quella sera. Non ci si poteva aspettare altro. Il panettone certo sarà una cosa meravigliosa seduto sul grande tavolo della famiglia con tutta la combriccola al completo per sentire gli ultimi pettegolezzi e critiche sui comportamenti dei conoscenti. Naturalmente non mancherà il pasticcio di ragù della signora Silvia. Qualche tempo dopo lo proverà anche Claudio ma del pasticcio il sapore era molto lontano. Il cappone o la faraona di Virginia, le verdure di Clara, il vino dell’ingegnere e la solita commedia dello scambio dei regali. L’apoteosi dei regali arriverà quando ad allietare la famiglia ci saranno i nipoti. Non cambierà nulla però. La cerimonia sempre la stessa, i discorsi inutili, gli auguri e l’arrivederci al prossimo natale. Pian piano Giulio e Silvia invecchiano e allora l’incontro lentamente si sposta. Non più a casa dei vecchi ma di volta in volta dalle figlie, Virginia, Clara, Elena poche volte. L’arrivo dei fidanzati delle figlie di Clara e Virginia. I pranzi, quasi un avvenimento a casa di Clara, la sfilata di moda, il momento solenne della consegna dei regali, lo scambio degli auguri e la repulsione di Claudio a tutte queste esteriorità. Il pomeriggio che scivola lento immerso nelle chiacchiere e nel fumo della pipa di Giulio. Le solite cose e poi per rompere la monotonia i giochi di società a cui non puoi sottrarti. E finalmente sera e con la scusa di aver mangiato troppo a pranzo la possibilità di andare, di salutare e uscire da quel mondo incantato che incantato non è. Ora invece il natale a casa della famiglia è finito. Clara ritiratasi come un eremita colpita nel suo orgoglio. Virginia assente come è sempre stata più preoccupata dei suoi problemi che a quelli degli altri. Elena e Claudio colpiti da quella maledetta sera dell’incidente del figlio che, nonostante la tragedia, li ha scoperti più forti e sicuri di quanto potessero apparire prima. La divisione conclusione non certo sorpresa di rapporti sempre e comunque falsi, di incontri stucchevoli e dovuti per forza ora attanaglia la famiglia. Silvia che non si capacita di tutto ciò, dove può aver sbagliato ma forse basta che volti le spalle e si guardi un po’ indietro per capire il castello di carta che ha costruito. Giulio che con l’età è diventato sempre più accentratore e minato nel fisico non dà la giusta importanza a quello che è venuto forse per la mancanza di una profonda autocritica interiore. Clara che nonostante la forza apparente e più debole di quanto sembra. Con momenti di sconforto che sfociano nel pianto ma un orgoglio infinito che le acceca la vista. Una famiglia che famiglia non si può più dire. È la notte di natale e nevica. Scende lenta a fiocchi grossi imbiancando la strada, coprendo i tetti delle case di un sottile velo bianco. La neve che tutto copre e pulisce, chissà non faccia il miracolo di pulire tutto lo sbagliato di questa famiglia.

martedì 7 dicembre 2010

Gimme five!

Stavolta non c'è nessun duello in ballo. Stavolta è tutta colpa mia: le ho chiesto io di scrivere un altro racconto. Quindi che ci volete fare? Dovete sorbirvi grace (ma nana). E aiutarmi a sfatare la sua idea secondo la quale solo i lettori del suo blog, e non i miei aficionados, la leggono da queste parti.

Sono in ritardo, c’è traffico ed io abito in campagna, in pieno centro città.
In macchina rallento la mia corsa premendo sul pedale dell’acceleratore e proseguo in avanti con la retromarcia inserita.
Arrivo al portone dello studio, prendo l’ascensore e salgo a piedi al secondo piano.
Mi siedo alla scrivania dell’editore, sono pallida, paonazza proprio.
Lui mi raggiunge, si volta verso di me dandomi le spalle.
Mi dice, sussurrando ad alta voce:
– Lo scrivi sì o no questo dannatissimo racconto?
Gli rispondo:
– Col caTso!
I suoi occhi nocciola sono di un blu lucente, ha un’aria trasandata ed elegante, la barba lunga appena rasata e sopracciglia rade e sottili in disordine.
La sua voce è più aspra del solito, molto dolce.
Mi dà la mano, è bollente. Talmente ruvida da sembrare incorporea.
Mi conduce sul terrazzo... forse vuole buttarmi di sotto... mi odia, lo so...
Sono nervosa, inspiegabilmente tranquilla.
Spengo una sigaretta e, una volta fumata tutta, l’accendo schiacciandola in un angolo con l’estremità arrotondata del mio stivale a punta.
Il gesto al capo deve sembrare molto sexy, perché continua imperturbabile a guardarmi strabico e ad annuire di disappunto.
Rientriamo. Mi dice in francese balzachiano:
- La haine, comme l'amour, se nourrit des plus petites choses!
Lui sa, maledetto, come farmi tornare l’ispirazione.
Lo saluto dandogli il cinque, non sulla mano ma in faccia.
Torno a casa, rispolvero la vecchia Olivetti ed ecco l’incipit del mio nuovo racconto:
"Flannery, lo vuoi capire che so scrivere solo minchiate?".

lunedì 6 dicembre 2010

New Town

La città era percorsa dalle sirene. Da nord a sud, il mostro che sedeva sulle due sponde del fiume Colo era scosso come una bestia in fin di vita: lamenti sulle rive, come lungo i margini di una ferita, e poi più su, verso le colline, verso il parco che chiamano del Poggio, chilometri a perdita d'orecchio uniti in un'unica sonora agonia. Attorno a noi si rivelava quella che un tempo era stata la capitale del mondo libero, trasformata in una notte nella bocca di un pugile di terz'ordine: ruderi sghembi, ruderi cariati dal terremoto mordevano il cielo, senza forza cercavano di addentarlo, in un ultimo disperato tentativo di ricominciare dal sogno di Babele lanciavano la loro scalata alle enormità che li sovrastavano. Era, quella, la Babele che avevo conosciuto molti anni prima, in fondo: una città senz'anima, una città destinata alla distruzione per la sua assenza di identità, per quello che nei miei libri delle scuole elementari definivano il meltin' pot, un enorme calderone nel quale si fondevano formaggi francesi e cagli indiani, insipide pietanze cambogiane e piccanti sapori africani.
Era cominciata in modo simile, la distruzione. Lo raccontavano le cronache di quel giorno: non una sirena, ma un tintinnio perfettamente distinguibile s'era udito nel primo pomeriggio, e poi la terra aveva preso a tremare. Una scossa, poi un'altra, poi una terza, finché prima che fosse sera la città era stata devastata dalla più lunga e potente, da due minuti di rumba magmatica nel cuore della terra. Non era finita, la festa degli inferi: ancora, mentre arrivavamo in città, il suolo si scuoteva e si fermava, poi si rialzava e di nuovo si chetava. Era questo a fare impazzire le sirene: quel che era rimasto in piedi, dolorante, risuonava di antifurti e di allarmi antincendio, di sveglie che richiamavano la città dal suo torpore. Non sarebbe stato possibile: quello non era sonno. Quella era morte.
"Quella che chiamano morte - dissi forse con troppa enfasi - è solo ricchezza pronta a sgorgare. La morte è sempre rinascita". L'auto costeggiò il fiume per qualche istante, poi deviò verso Palazzo Di Biase. Quel che ne rimaneva, sarebbe stato meglio dire: davanti a noi si mostrò una porzione minima di quell'edificio ottocentesco che dicevano magnificentissimo, ora diventato polvere su polvere, macerie su macerie. Il simbolo della città aveva seguito quel che alla città era toccato in sorte: la distruzione, la morte, la cancellazione. E, ora, la mia parte. La parte più lucrosa. La più divertente. La ricostruzione.
L'ingegnere Morini srotolò il progetto. Già lo vedevo: dove fino a quel punto s'erano accatastate ignobili baracche parallelepipedali o vetusti ruderi dell'altro millennio avremmo costruito una distesa d'alluminio e vetro, di vetro e ferro, di vetro e lamiera stirata. La città nuova, la città del futuro: la città del sogno velocissimo del secolo ventunesimo, la nuova america degli uomini giusti. Un luogo pensato perché non vi fosse povertà, perché non vi fosse bruttura, perché non vi fosse violenza. Una città degli eletti.
Gli occhi mi lucevano, avrebbe detto mia madre: lei sola conosceva a fondo i colori che sapevano riempirmi le pupille quando un sogno mi si materializzava davanti, solo lei aveva creduto nella mia capacità di fare diventare quelle idee cosa concreta e solo lei l'aveva incentivata. Ero, proprio per merito suo, una macchina perfetta, anch'io una macchina lucidissima futuristica e futuribile: la volontà era il mio unico dio, l'unica cosa alla quale fossi devoto, l'unico argomento di fronte al quale mi sarei immolato.
Salii sulla lunga scala di pietra, ultimo residuo rimasto intatto del palazzo, e proclamai l'arrivo del mio regno. "Oggi - dissi - si costruisce una città nuova. Oggi questa città rinasce dalle sue ceneri".

Sedeva. Come se nulla fosse successo, la sedia di paglia stava davanti all'uscio, seguendo l'antica usanza del popolino. L'uscio, in realtà, era un frammento indefinito: alle spalle della vecchia v'erano solo macerie, muri sbriciolati, lamenti e cercatori. Lei stava lì, indifferente alla ricerca di quelli che probabilmente erano anche i suoi cari: osservava la strada come in un giorno qualunque, curiosava nelle facce e nei pianti, come alla ricerca di un pettegolezzo che fosse appagamento di una giornata.
La disperazione non le si coglieva in volto: era, forse, inconsapevole della tragedia, non più cosciente del crollo letterale che le si era materializzato intorno. Era, in fin dei conti, l'ultima a ritenere che la città fosse ancora integra, viva, pulsante, era nient'altro che l'unico pezzo di quel complesso mosaico rimasto del tutto indifferente al terremoto. La donna si piegò in avanti, come per spiare meglio la strada, e gridò a un volontario che no, non avrebbero potuto portarla via, che sarebbe rimasta a guardia della porta. Spiegò, calma: "Mio padre era operaio, mia madre casalinga. Hanno sudato, lavorato la notte e pianto di giorno per comprare questa casa e lasciarla a me. Non me la porterete via, finché sarò viva non mi ruberete quello che sono". Come a sottolineare le sue parole, alle sue spalle un cornicione si staccò dal palazzo e si infranse alla sua destra. La casa era al suo fianco, in trincea, pronta a difendere coi denti il territorio dal volontario invasore. Dal salvatore.
Non che ci fosse molto da difendere: solo un rettangolo di muri ripieno di macerie. Di corpi umani, di cani, di sangue e d'urina. Di povertà generata dalla compressione delle ricchezze. La vecchia si alzò in piedi solo per un istante: assestò lo scialle e lo fissò fra le scapole a difesa del vento. Lesse negli occhi del volontario l'obiezione: "Solo quando avrai la mia età - gli disse - comprenderai che la ricchezza è memoria e che, viceversa, la memoria è l'unica ricchezza. Non mi resta molto da vivere: lasciami l'unica cosa che mi rimane". Il giovane annuì, perplesso. Col passo incerto andò oltre: in fondo c'era qualcun altro, lì intorno, che poteva essere salvato. La vecchietta, col tempo, si sarebbe convinta da sola.
Un corteo di auto sfilò davanti a loro. Dal fiume, col vento alle spalle, salì verso Palazzo Di Biase, e lì si fermò. La vecchia osservò un uomo cavare un foglio da un cilindro, stenderlo con cura sulla prima auto e consultarlo animosamente. Accanto a lui un giovanotto ben vestito rideva e cianciava. Lo vide salire sulle scale e parlare dei suoi piani.
La vecchia distese il braccio. Fece appello alle sue forze.

Una pietra volò fra le macerie, un rivolo rosso le macchiò. Quella che chiamano morte è solo ricchezza pronta a sgorgare.

venerdì 3 dicembre 2010

Una storia sbagliata

Come aveva minacciato qualche giorno fa da queste parti, Leucò ha scritto una storia di tradimento al femminile, una sorta di contropartita rosa ai miei vaneggiamenti sulle creature di Andersen. Eccola.

La testa reclinata di lato, i folti capelli scuri sul cuscino bianco, la schiena scolpita e nuda che sembrava appartenere ad una statua greca, il lenzuolo che lo copriva dai fianchi fino ai piedi. Ferdinando dormiva profondamente. Mara lo guardava pensosa, assorta. Si erano concessi un breve riposo dopo il travolgente amplesso che li aveva stravolti, ma lei non era riuscita a prendere sonno.
Di scatto si alzò e iniziò a rivestirsi senza neanche cercare di non far troppo rumore.
Poi il suo telefono squillò: "Certo che vado a prendere io i bambini in palestra. Sono nelle vicinanze a sbrigare delle commissioni".
Andò verso il letto, si avvicinò all'uomo disteso e dolcemente gli sussurrò che si era fatto tardi, che dovevano scendere ma sarebbe andata via lei per prima.
Finito di rivestirsi si guardò allo specchio e diede una sistemata ai capelli corti, un ultimo sguardo alla stanza per verificare di non aver dimenticato niente e chiuse la porta dietro di sé.

L'aveva rincontrato per caso, o meglio aveva ritrovato le sue mani. Un giorno mentre aspettava che i figli uscissero dalla palestra i suoi occhi furono attratti dalle dita che reggevano un giornale.
Il suo cuore ebbe un sobbalzo, si fermò del tutto per un istante che sembrò durare anni.
Conosceva quelle mani. Anzi, le amava. O più propriamente le aveva amate, in passato.
Quando si riprese si voltò come per non farsi vedere e si nascose dietro agli altri genitori.
Non aveva nessuna voglia di rivedere quell'uomo, il solo pensiero la catapultava agli anni del liceo, così pieni di paure, di insicurezze, di sofferenza per quello che allora era solo un ragazzo.
Mara scosse la testa come per cacciare via tutti quei cattivi pensieri e prevenirne di peggiori. Guardò nervosamente l'orologio diverse volte, sperando che scattasse l'ora in cui i bambini finivano la lezione per potere scappare a rifugiarsi tra le rassicuranti mura di casa.
Mancava un minuto e Mara sentiva quasi di avercela fatta: già si vedeva a casa a cucinare e trepidava all'idea della quotidianità, quella quotidianità che spesso aveva sottovalutato. Fu allora che sentì una mano picchiettarle ripetutamente la spalla.
- Mara Cardinale? Sei tu?
Troppo tardi. Le era finita come a scuola, quando, a qualche minuto dalla campanella, pensava che ormai non ci fosse più tempo per le interrogazioni, e invece la professoressa di matematica la chiamava alla lavagna e aveva tutto il tempo necessario per mandarla a posto dopo aver segnato l'impreparato.
Fu costretta a girarsi e simulare un'espressione di sorpresa nel rivedere Ferdinando.
- Nando Martinotti? Quanto tempo… non ti avrei riconosciuto, sai? Sei così… cambiato… che ci fai tu qui? - disse, rendendosi conto immediatamente della stupidità delle cose che era riuscita a dire.
- Di tanto in tanto vengo a prendere mia figlia. Frequenta ginnastica ritmica qui ed è pure molto brava - disse con l'aria del genitore orgoglioso - E tu?
- Idem. Sono venuta a prendere i miei due bambini.
Ferdinando sorrise come solo lui sapeva fare. Era capace di trasformare solo con uno sguardo, con un sorriso, il più fermo dei propositi di Mara: lasciarlo, allontanarsi, non rivederlo più, o qualunque altra pur inflessibile decisione. Era sempre stato capace di farlo, e a quanto pareva non aveva perso questa dote. Perfino quando era stato lui a lasciarla per una amica comune aveva fatto apparire sul proprio volto un'espressione tanto commovente da gelare Mara e impedirle di proferire parola: nessuno sfogo, niente urla, nessuna reazione isterica.

Era proprio per questo che voleva evitare di incontrarlo. Avrebbe preferito saltare in un cerchio infuocato pur di non rivederlo. Anche quel giorno Mara si era convinta che questa volta lo avrebbe trattato con distacco, che questa volta non sarebbe caduta nella sua trappola, che questa volta...
- Ti va se giovedì prendiamo un caffè insieme aspettando che i bambini escano dalla palestra? Così, per fare due chiacchiere...
- Certo, mi farebbe molto piacere - rispose la bocca di Mara prima che la testa potesse impartirle alcun ordine.

Poi si era detta che in fondo non c'era niente di male a rivedere un vecchio amico. Che era stata lei a ingigantire la cosa. Che erano stati insieme per poco, quando erano solo dei ragazzi. Che si erano scambiati solo qualche tenero bacetto…
- Sì - si disse - Non c'è niente di male in un caffè: ci faremo quattro risate in memoria dei vecchi tempi, non sono più la ragazzina di un tempo. Sono una donna. Sono forte, matura, con figli e marito annessi. Affronto e risolvo quotidianamente i problemi più disparati, figuriamoci se non riesco a bere un caffè con un vecchio amico senza problemi.

Arrivò giovedì e Mara e Nando, lasciati i bambini in palestra, si ritrovarono.
L'incontro andò meglio di come lei pensasse: lui era stato amabile come se lo ricordava, no, proprio non era cambiato.
Lei, invece del caffè, prese un limoncello, e riuscì ad essere disinvolta. Fu perfino contenta di quell'incontro: quando tornò a casa aveva una strana allegria.

Il martedì successivo tornarono a incontrarsi. Stesso bar, stessa ora, stesse modalità. Solo un particolare era differente: quella volta entrambi sapevano che non sarebbe stato l'ultimo incontro.
Ferdinando, che in genere accompagnava solo saltuariamente la figlia in palestra, adesso non saltava una lezione.
Lui le parlò del suo lavoro, di come si era sposato, della nascita della bambina. E del divorzio. "Incompatibilità di carattere", disse.
Lei gli raccontò della gioia di fare la mamma a tempo pieno e di come, in fondo, non le importasse affatto di aver rinunciato alla carriera di architetto. In fondo avere una bella casa era una gran bella soddisfazione, aiutare gli amici a scegliere l'arredamento era già abbastanza e in fin dei conti si sentiva realizzata anche così.
- Sei felice? - le chiese lui a bruciapelo una volta.
Lei fece spallucce.
- Sì, a modo mio… come tutti. Sono contenta... tutto sommato mi posso dire pienamente soddisfatta.
- Sei felice? - ripeté lui, stavolta con l'espressione a cui non riesci a mentire.
Mara abbassò gli occhi.
- E tu? Sei felice?
- No. Io non sono felice, ma quando guardo mia figlia mi dico che almeno ho fatto una cosa buona nella mia vita.

Un giorno lui le propose di prendere il caffè a casa sua, lì vicino. Aveva bisogno del parere di un architetto per sapere come poter allargare la cucina senza stravolgere troppo l'intera casa. Lei accettò.
La casa era molto bella. Secondo Mara non c'era nessun bisogno di ingrandire la cucina, ma la donna suggerì ugualmente una possibile soluzione.

Mentre bevevano il caffè lui le andò alle spalle e l'abbracciò. Le sue mani salirono sui fianchi, su fino a sfiorare il seno con voluttà. Lei si voltò e senza capire più nulla lo baciò appassionatamente. Da lì alla stanza da letto il passo fu breve.
Nella testa di Mara non c'era più il marito, non i figli, non i doveri.
Si lasciò trasportare da quella situazione pensando che in fondo quello fosse un debito che il passato le stava saldando. Che non si potesse definire un vero e proprio tradimento. Che quelle due ore, due volte alla settimana, fossero una sorta di indennizzo per le troppe rinunce.

giovedì 2 dicembre 2010

Serial filler

Declino ogni responsabilità sull'impaginazione di questo post. Per ottenere un racconto di Ady Happyborn, infatti, mi sono dovuto piegare alle richieste del suo procuratore, con il quale ho condotto una serrata trattativa. Ma penso che ne sia valsa la pena. Buona lettura.



Labbra più polpose, zigomi più alti, naso più sottile, occhi più allungati,seno più generoso, gambe più snelle. Sono un catalogo di chirurgia plastica. Solo la pelle è liscia e levigata come quella di vent'anni fa, tutto il resto è diverso. A volte mi chiedo cosa direbbe di me il Creatore.
Ossessionata dall'idea di piacere, sempre e comunque, prima agli altri che a me stessa. Mi vendo, in talune occasioni mi svendo, ad un sorriso di ammirazione. Ogni modifica che il mio corpo ha subito negli ultimi trent'anni è stata sofferta ma necessaria, mi adeguavo al gusto imperante perchè sono nata per piacere.
Non è facile essere donna nella società d'oggi, so di non essere un buon esempio, ma non ho deciso io che il mondo andasse in questa direzione, io mi sono semplicemente adattata.
Quando hai iniziato è difficile che tu smetta, credi di aver cominciato dal naso, dalle tette, dalle palpebre, invece tutto ha avuto inizio dal cervello.
Le mie amiche d'infanzia, quelle più sfacciate, oggi vanno dal chirurgo e gli chiedono senza mezzi termini di somigliare a me, e ciò che più mi turba e che anche le loro figlie non sognano altro che somigliare a me.
Se potessi, vorrei dire ad ogni donna, ad ogni mamma, ad ogni ragazza di non rincorrere un ideale di bellezza fasullo e irragiungibile perchè ci sarà sempre una con labbra più polpose, zigomi più alti, naso più sottile, occhi più allungati, seno più generoso, gambe più snelle, pronta a soffiarle via il primato.
Ogni giorno sempre più bambine al mondo preferiscono una Brazz a me, nonostante tutti gli sforzi che sono stati fatti per farmi diventare la Barbie che sono oggi.

mercoledì 1 dicembre 2010

Quella casa s'ha da vendere a ogni costo

Chi di voi segue con costanza questo blog ha già preso confidenza con lo stream of consciousness di errebi. Le presentazioni, quindi, non servono: buona lettura.

“Ciao Elena ti disturbo, scusa l’ora ma proprio non ce la facevo a non chiamarti”. “Non ti preoccupare Clara stavo solo andando a letto ma non ha importanza, dimmi cosa c’è”. “Oh guarda non riesco più a trovare il bandolo della matassa”. “Bandolo della matassa di che cosa Clara”. “Ma come di che cosa della casa in montagna del papà”. “Che problema c’è?”. Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire. È lì nascosta nel mezzo del bosco la casa della discordia. Giulio e la moglie sono invecchiati e nonostante i loro sforzi non riescono più a utilizzare quella casa. Troppa strada da fare per arrivarci e poi andarci soli fa drizzare i capelli a Clara. Nessuno ha il tempo e la voglia di accompagnarli e poi da quando hanno ritirato la patente di guida a Giulio il problema è diventato un tormento per la famiglia. Ognuno ha i suoi problemi, Clara troppo indaffarata con lo studio del marito e con le giornate maniacali dedicate alle shopping. Mamma mia quanto tempo le portano via e quanta attenzione nel cercare il capo all’ultima moda con il minimo costo quasi da esaurimento nervoso. Virginia sempre piena di impegni. È ritornata a lavorare dopo un lungo periodo e quindi deve conciliare il lavoro con la famiglia, la figlia sposata che ha bisogno d’aiuto, il figlio ancora in casa da seguire e per ultimo il marito che, se non ci fosse lui in quella casa, tutto sarebbe un caravanserraglio. Elena tra scuola, casa, figlio disabile e marito chi più ne ha più ne metta. Insomma meglio venderla quella casa e chi meglio di Virginia e suo marito può seguire la cosa. “È uno sforzo ma per mamma e papà questo e altro”, così Virginia accettò l’investitura guardando con l’occhio di traverso il marito. “No non è possibile quella casa non si deve vendere”, cominciò Marta, la figlia di Virginia seguita in coro dal marito. “Nooo, nonni nooo, possiamo darvi noi un aiuto ma la casa non la vendete”. “Insomma Elena quando riuscirà Virginia a vendere questa benedetta casa”. “Forse sarebbe meglio metterla con le spalle al muro, troviamoci le tre sorelle e chiediamo spiegazioni”. “Ma Clara lo sai dove sono e cosa sto facendo come faccio?”. “Insomma è nel tuo interesse i soldi ti servono o non ti servono?”, la interruppe Clara. “Certo i soldi ma quelli devo trovarli comunque che se si venda o non si venda casa” rispose Elena. “Stanno facendo il doppio gioco tengono il prezzo alto per poi fare loro l’offerta e comprarla al prezzo che vogliono loro”. “Ma chi scusa?” domandò Elena. “Ma come chi Virginia e suo marito non l’hai ancora capito?”. Certo si erano sempre capite le reali intenzioni dei due su quella casa ma che si spingessero ad un gioco sporco come quello pensato da Clara non era mai passato per la testa ad Elena. Ed ora che la sorella la metteva davanti a ciò non riusciva a capacitarsi. “Ma come Clara come puoi pensare tutto ciò”. “Lo penso e sono convinta di quello che dico ed è per questo che dobbiamo telefonare a Virginia e proporle un incontro a casa del papà e della mamma ma, non deve esserci assolutamente Fabrizio mi raccomando, non deve esserci Fabrizio”. “Ma scusa Clara ho capito che non deve esserci Fabrizio ma lo dici…”. “Sì Elena è meglio che telefoni tu a Virginia, con te non avrà sospetti”. Ma figlia di buona donna che è anche mia madre, pensa Elena, temi il doppio gioco, la furbizia dei due e giri la patata a me. “Clara come faccio lo sai i problemi che ho”. “Sì certo lo so ma è meglio così e... fai venire anche Claudio è bene che ci sia un testimone”. Click. Elena finalmente riesce a coricarsi domani come tutti i giorni della settimana l’attende una dura giornata con il figlio Francesco. Non riesce ad addormentarsi accende la luce sul comodino e d’improvviso si accorge della triste realtà che la circonda. No non è quella stanza di un seminterrato che ormai è diventata la sua prima casa, ma la verità di far parte di qualcosa di malato e di sbagliato, quel qualcosa che è la sua famiglia. Fuori sta quasi albeggiando quando Elena è appena riuscita a prendere sonno. La laguna è ancora avvolta nel buio ma già qualche spiraglio di luce comincia a intravvedersi lontano verso la spiaggia battuta dal vento. Driin, Driin, la sveglia. Elena rimane ancora un po’ sotto le coperte ma già sente il rumore del caffè che sale proveniente dalla cucina comune e stiracchiandosi si alza dal letto e comincia a vestirsi. Sono le sette del mattino fuori una leggera nebbiolina si alza dall’acqua ma non impedisce al freddo sole di dicembre di farsi vedere. “Buongiorno Anna”. Elena è appena uscita dalla sua camera da letto. “Buongiorno, buongiorno il caffè è pronto basta versarlo” risponde Anna. Lo stretto corridoio che fa da ingresso e da cucina al seminterrato è un entrare ed uscire dalle camere da letto al bagno e viceversa. “Per oggi mezzogiorno ci arrangiamo ho già messo su la pentola per la minestra. La faccio andare lenta, lenta, quando torniamo basta versarla e buon appetito. Ciao Elena a mezzogiorno”. “Buongiorno Anna a dopo”. Elena rimane sola mentre seduta davanti al tavolo della cucina beve il suo caffè. Oggi è venerdì stasera arriva Claudio. Sai che bella novità. Resterà di sasso. Ma ormai non ci resta altro. Clara intanto è un crescendo di nervosismo tanto che la testa ormai le sta scoppiando. “Sei troppo buona Clara. Ma non hai ancora capito che vogliono prendersi gioco di te?”. “E no caro mio che la pensino come gli pare ma quello che mi spetta mi spetta”. Me li immagino i soliti discorsi tra Clara e suo marito. Lei quasi al limite dell’isterismo e lui che la guarda e l’ascolta con quell’aria indifferente che dice tutto. E poi, dai, non possiamo dimenticarci di cosa ne pensa la loro figlia perfetta. “Ha ragione papà sei troppo buona…non vedi che fai il loro gioco. Vuoi abbassarti così tanto?” Mi sembra di vedere le due case, una quella dell’ingegnere con Clara in continuo nervoso movimento con in braccio quella piccola povera cagnolina, e su e giù per casa con il telefono portatile all’orecchio: “Ma sai ma non lo sai. Ma non mi conoscono fino in fondo. Non sanno proprio di che pasta sono fatta”. Una Crudelia De Mon in miniatura. Dall’altra, la casa di Virginia e Fabrizio dove non vola una mosca, si cammina senza far rumore, si annuisce e si tace nello stesso tempo. Basta lo sguardo tra i due, vuol dire tutto non serve nient’altro. Ed in mezzo Elena e Claudio. “Ma che cazzo si è messa in testa tua sorella?”. “Ma non ha il coraggio delle proprie azioni?”. “Una vigliacca, manda te in avanscoperta per poi azzannare la preda all’ultimo istante e ucciderla”. Così Claudio quella sera del venerdì dopo aver saputo da Elena la novità. “Pensa Claudio che ho dovuto telefonare a Fabrizio per chiedergli la cortesia di venire qui in istituto domani, per non lasciar solo Francesco, perché devo assentarmi per motivi di lavoro”. Alla nuova novità di Elena Claudio vacilla ma poi spunta un sorriso da presa in giro e: “Ma Fabrizio ci è cascato?”. “Sì, ha detto che domani viene lui a fare compagnia a Francesco”. Claudio seduto sulla sedia sorride e scuote la testa prende in braccio Birillo, il loro cane, e guardandolo negli occhi gli dice: “Ma dove cazzo gli ho trovati questi qua!”. Domani tutti a casa di Giulio, meno Fabrizio, non devi esserci per decisione irrevocabile di Clara. La signora Silvia con i biscotti, il signor Giulio che chiederà ma che festa è oggi, io che devo portare il computer portatile per eventualmente inchiodare Virginia e Clara e Elena. Quel computer portatile dove collegarsi al sito internet con l’annuncio della vendita di questa benedetta casa. E il prezzo? Non corrisponde a quanto vorrebbe Clara. Per lei Virginia e suo marito stanno speculando tenendo il prezzo troppo alto per poi fare la parte e offrirsi per acquistarla loro chiaramente al loro prezzo. Driin!! La sveglia sopra il comodino di Claudio avvisa che è l’ora di alzarsi. “Elena, buongiorno alzati ci aspetta una bella giornata”. “Uhm ma è già ora di alzarci, mi sembra di essermi appena addormentata. Com’è il tempo fuori?”. “Leggera nebbiolina dicembrina, gli alberi pieni di brina, qualche gabbiano infreddolito che passa ogni tanto, un suono lontano di una sirena, lo sciacquio dell’acqua che sfiora l’argine”. “Oh ma insomma, Claudio, ti ho chiesto solo che tempo fa” .“Ed io cosa ti ho detto”. Elena si alza cerca le ciabatte apre la porta della camera e va al bagno. In cucina non c’è nessuno oggi è sabato gli altri se ne sono tornati a casa in permesso mentre per Francesco non è ancora arrivato il momento. C’è uno strano silenzio tutte le altre stanze sono chiuse, una pentola è rimasta sopra ai fornelli. Claudio prende la caffetteria e prepara il caffè poi accende il televisore. Cambia canale cerca qualcosa non c’è nulla di interessante. Alle sette di mattina di sabato cosa può esserci di interessante alla televisione? “Brrr che freddo”. Elena appena uscita dal bagno corre verso la camera da letto. Claudio la prende al volo la stringe a sé e lei si aggrappa a lui quasi a cercare il calore del suo corpo per sconfiggere quella sensazione di freddo che la fa quasi tremare. Dopo un attimo si fa sentire il caffè. “Spegni, spegni Claudio altrimenti esci”. Elena sfugge dalle braccia di Claudio e si infila in camera mentre il caffè è già pronto sopra il tavolo. Zucchero, qualche biscotto, cucchiaini, in ordine tutto pronto. “Madonna che freddo che fa”. “Siamo in dicembre Elena cosa vorresti andare al mare?”. L’automobile si avvia lungo la strada che costeggia la laguna. C’è poco traffico e qualche passante infreddolito che aspetta l’autobus. Stiamo andando verso casa, la nostra casa. “Quanto tempo Elena”. “Quanto tempo di cosa Claudio”. “Quanto tempo che non stiamo assieme a casa nostra”. “Tutto è cambiato da quella maledetta sera”. Arrivati alla fermata del ferryboat ci si mette in coda e si attende il proprio turno. La nebbia comincia lentamente a salire lasciando lo spazio ad un pallido sole. “Biglietto prego!”. “Siamo abbonati!”. “Oh scusate andate, andate. Lentamente saliamo sul ferryboat lasciamo la macchina e su per le scale andiamo a sederci al bar. “Prendiamo qualcosa?”. “Va bene Elena, colazione l’abbiamo già fatta ma se proprio insisti”. “Un cappuccino, tu Claudio?”. “Un caffé liscio amarissimo, grazie”. Il ferryboat si stacca dalla banchina e incomincia il suo viaggio verso la terraferma. Il caffè è bollente tengo la tazzina stretta tra le mani per scaldarmele questa mattina sono gelide. Guardo fuori dal finestrino e lontano osservo il centro riabilitativo dove c’è nostro figlio. A quest’ora sarà già arrivato Fabrizio poi un velo di tristezza mi sorprende, per Francesco adesso come adesso non cambia nulla. Fabrizio o noi vale la stessa cosa. Guardo Elena mi sorride le sorrido anch’io. Coraggio vorrei dirle ma già lo so che non ne ha bisogno poi mi torna alla mente la riunione famigliare. Il covo delle vipere e noi protagonisti principali. “Ma dobbiamo proprio andarci, non possiamo farne a meno standocene tranquilli a casa nostra a respirare un po’ di tranquillità?”. “Insomma Claudio mi fai delle domande. Vuoi fare a meno di venire fai a meno. Vedrò di cavarmela da sola. D’altronde sono ormai nove mesi che me la cavo da sola”. “Ecco, quando rispondi in questo modo non so ma non sei più Elena, mi sembri un’altra, per caso hai una doppia personalità?”. “Cretino trovi sempre il modo di dire stupidaggini”. “Ma dai Elena scusa ma ti sei fatta incastrare anche stavolta”. Imbarcazioni di ogni tipo fanno sfondo al nostro percorso mentre il sole ha preso il sopravvento anche se il freddo è pungente. Il suono del campanello ci avvisa che ormai siamo quasi arrivati. Scendiamo le scale e saliamo in automobile aspettando che il ferryboat attracchi e si possa scendere. Accendo l’autoradio proprio in quel momento passano una vecchia canzone di quando ci siamo conosciuti Elena ed io e automaticamente cominciamo a cantarla. Accendo il motore ingrano la prima e ci dirigiamo verso casa. Il bello verrà nel pomeriggio a casa di Giulio e Silvia con Clara e Virginia mentre Fabrizio, ignaro della cosa, fa compagnia a Francesco. Ci siamo ormai dietro l’angolo c’è la casa di Giulio. Parcheggiamo e suoniamo il campanello. Ad aprirci Silvia. “Oh eccovi qua”. “Ciao mamma, buongiorno signora”. “Siamo i primi?” chiede Elena. “No, no di là c’è Clara”. E ti pareva perfettamente puntuale penso tra me e me. Non la saluto nemmeno, giro l’angolo e vado a salutare il signor Giulio. Sempre più curvo, appoggiato al bastone mi fa un cenno di saluto. “Claudio vieni, vieni. Ti ho mai fatto vedere questo quadro?”. È diventata ormai la sua fissazione ma cosa si può fare se non farsi ripetere per l’ennesima volta. “Ecco la mia casa quella che ho costruito con tanti sacrifici. Non ci posso andare ma ogni volta guardo questo quadro è come fossi là”. “Ciao Claudio non si saluta?”. D’improvviso Crudelia De Mon mi compare alle spalle fasciata in un orribile vestito di color verde militare vistosamente più su del ginocchio e un paio di scarpe con i tacchi a spillo. Cosa pagherei perché prima o poi cadesse da quei trampoli. “Oh Clara ciao, scusami non ti avevo visto”. “Mmmh non mi aveva visto, dai su, vuoi prendermi in giro” Si va poi a sedere in salotto da dove si era alzata per venirmi a salutare. Gambe in mostra come al solito con continuo movimento volutamente cercato per abbassare la gonna. Aspettiamo solo Virginia. Intanto fuori inizia a piovere. Una pioggerellina fina ed insistente. “Scusi Giulio ma mi sposto in cucina che devo preparare il computer”. In salotto intanto Clara sta preparando il piano d’azione mentre Elena l’ascolta e la guarda silenziosa. Silvia è un continuo andirivieni dal salotto alla cucina poi, suona il campanello. È arrivata Virginia. “Buongiorno a tutti. Scusate il ritardo non era mia intenzione”. Che strano silenzio non arriva un suono, una parola dal salotto. Eppure. Poi d’improvviso la voce alterata di Clara. “Insomma non è possibile che non si riesca a.vendere. È stato abbassato il prezzo come ti era stato detto di fare?”. “Lo abbiamo comunicato all’agenzia e dovrebbero aver corretto l’importo” risponde Virginia. “E no cara mia ti sbagli di grosso. Claudio, Claudio viene di qua per favore”. Il richiamo di Clara. Adesso tocca a me. Sono proprio un deficiente ma ormai non posso più tirarmi indietro. Il pc già acceso e collegato ad internet sul sito dell’agenzia che aveva la procura per vendere questa benedetta, maledettissima casa. “Ecco, Virginia, il prezzo non è cambiato. Chi vuoi prendere in giro. Io non sono disposta ad essere presa per i fondelli”. “Non vedo perché te la devi prendere così tanto con me. Ti ho detto che avevo avvisato l’agenzia del cambiamento. Se l’agenzia non lo ha fatto che colpa ne ho”. Virginia si irrigidisce sulla sedia e mi uccide con una occhiata. “Noooo, noooo e poi no, sei tu e tuo marito che volete fare il doppio gioco” esclama Clara alzandosi di scatto dalla sedia mentre Elena allibita guarda le due sorelle che fra non molto rischiano di azzuffarsi. Nel momento in cui si alza di scatto Clara poggia male il piede e rompe il tacco. Eureka ora cade e si avvera il mio sogno. Si aggrappa al tavolo e riesce a mantenere l’equilibrio ma per lo sforzo strappa il vestito infuriandosi ancora di più. Virginia si alza comunica che da questo momento non vuole più saperne di quella casa di fare quello che vogliamo e di non credere di trattarla ancora una volta così. Esce senza salutare e se ne va. Silvia è incredula davanti alla porta del salotto mentre Giulio esce dal bagno ma non sembra aver capito cosa sia veramente successo. Il problema più importante adesso per Clara è il vestito nuovo. Quanto tempo ci aveva perso per trovarlo e quanto tempo per trovarlo pagandolo come voleva lei. “Claudio dai muoviamoci che dobbiamo tornare da Francesco”. “Sono pronto Elena, pc chiuso messo nella borsa prendiamo i cappotti e andiamo”. “Un momento, un momento. Abbiamo capito tutti no! Da questo momento abbiamo carta bianca, ci occupiamo noi di vendere la casa di mamma e papà” fece Clara mentre si aggiustava il vestito coprendosi lo strappo all’altezza della coscia. “Va bene comunichiamo all’agenzia il nuovo importo e facciamolo pubblicare” rispose Elena. “Ecco appunto. Claudio te ne occupi tu?”. “Clara guarda non è per non volerlo fare ma non farmi dire quello che sto trattenendomi di dire” rispose Claudio. “Oh madonna che permaloso va bene, va bene me ne occupo io”. “Ecco brava vedo che hai perfettamente capito”. È già buio quando arriviamo nel piazzale dove aspettiamo il ferryboat. Fabrizio lo abbiamo appena sentito. Tutto bene Francesco è già a letto la solita giornata. Grazie Fabrizio buona serata. Grazie di che un saluto a presto. Se sapesse. Appena arriverà a casa troverà Virginia e verrà messo al corrente di tutto. Elena intanto si era abbassata il sedile dell’automobile e cercava di riposare un po'. Che giornata. Ma non c’è nulla di cui stupirsi il dramma in cui siamo caduti ha mostrato la vera faccia della famiglia. Claudio osserva l’orizzonte buio illuminato a tratti dal faro del pontile. Rivede gli incontri quegli sterili ed inutili discorsi. Quello scambio di opinioni su cui non si andava mai d’accordo poi d’improvviso, il marinaio, lo riporta al presente. Avvia il motore dell’automobile, ingrana la prima e sale in ferryboat. Guarda Elena, sta dormendo. Abbassa anche lui il sedile e si stende cercando di non pensare. Domani c’è Francesco è un altro giorno, un giorno come un altro.

martedì 30 novembre 2010

La piccola fiammiferaia

Ci misi qualche istante a metterla a fuoco. Era lì, all’angolo fra via Marconi e via dell’Unità, ed era come se all’improvviso si fosse catapultata in città da un’antica reminiscenza. Un ricordo dell’infanzia, forse, o forse l’immagine di un film trasportata di peso nella realtà. Ma no, non stavo sognando. Vendeva fiammiferi, come nella fiaba.

La ragazza era malvestita. Era sporca, probabilmente; senz’altro era povera. E, diavolo, sembrava strappata a morsi da un’immagine dell’Ottocento: non mi sarei stupito se, d’un tratto, accanto a lei si fossero materializzati dei lustrascarpe o, che so, una carrozza con i cavalli bianchi. Chiusi gli occhi: quando le palpebre si rialzarono il tram passava davanti a me, il traffico era impazzito come sempre e una Mercedes Classe C sfrecciò veloce per dimostrarmi che no, non ero finito in un gorgo temporale. Ero lì, nel ventunesimo secolo, e mi trovavo davanti una fiammiferaia. Attraversai la strada, forse spinto dal dovere antico di aiutare le creature delle fiabe.
“Vuole cerini, signore?”, mi domandò lei. Era una ragazza molto bella: gli occhi, pieni di luce, rischiaravano un volto sporco, ma senz’altro desiderabile. Indossava una maglietta bisunta e un paio di jeans strappati, e sedeva nell’angolo, di fronte al lampione acceso da poco, con una cesta di scatolette fra le gambe. Una radio, unica concessione alla modernità di quel quadro, gracchiava una canzone degli Urge Overkill che raccontava di un amore sbagliato, e mi dissi che doveva essere una premonizione: intuii che se avessi ceduto, se mi fossi fermato a parlare con lei, in pochi istanti mi avrebbe commosso, travolto, in definitiva coinvolto. Non era il mio tipo, come diceva la canzone, e bastava guardarci in quell’istante per capirlo: io, in giacca e cravatta, perso fra conference call e colazioni di lavoro, e lei, lercia, stracciona, all’angolo di una strada a vendere una merce fuori tempo, forse a far presa proprio sulle fiabe per conquistare un po’ di attenzione.
Fu la voglia di fumare a prendere il sopravvento. Non avevo accendino, in fondo, e mi dissi che non ci sarebbe stato nulla di male in un normale scambio. Che sì, sarei riuscito a scacciare i miei demoni, avrei allontanato la voglia di cambiare tutto, di mettere una pietra sulle liti con Marianna, sui pianti notturni dei bambini, che non avrei ceduto alla perdizione, alla voglia di tornare un ragazzino, di inseguire una vita da vagabondo, libero e senza pressioni. Sarebbe passata, questa sindrome di Peter Pan, sarebbero passate le angosce della routine e tutto sarebbe tornato normale. Addirittura gradevole, desiderabile: la mia famiglia, i miei figli, il focolare. Il mito della stabilità, ecco tutto, la quotidianità rassicurante di un lavoro sereno, integrato nella società. Le lasciai una moneta da due euro, ma per un istante la mia curiosità mi possedette. Pretesi che oltre ai fiammiferi mi consegnasse il suo nome. “Lisa”, si presentò con un inchino la ragazza. Poi, come a proteggersi dal freddo, ma più probabilmente per farmi pietà, accese un fiammifero. Scoprii solo in quel modo quel che nella fiaba non veniva descritto: i fiammiferi appestano l’aria di zolfo, la rendono irrespirabile. Che la fiammiferaia di Andersen, probabilmente, sarebbe morta asfissiata, prima ancora che assiderata.

Il giorno dopo era ancora lì, e io tornai da lei. Passarono ventiquattr’ore e lo feci di nuovo, e poi ancora per tutto il mese: ogni giorno una scatola di fiammiferi, ogni giorno una moneta da due euro, ogni giorno un dettaglio della sua vita e un cerino acceso prima che andassi via. Scoprii che veniva da Venezia, che viveva in una baracca in periferia, che aveva venduto fiammiferi in tutta Europa. Che era cresciuta senza genitori, che si procurava la merce all’ingrosso, che aveva una passione per i gatti. Che credeva di avere un fratello ma non sapeva dove abitasse, che ogni giorno riusciva a vendere una trentina di scatole, che la prossima tappa del suo viaggio sarebbe stata Torino. Che festeggiava sempre le vendite accendendo un cerino. Che aveva bisogno di compagnia.

Quando entrò nella camera d’albergo pretesi che si lavasse. Che si togliesse quell’odore di dosso, che indossasse i vestiti che avevo comprato per lei, che si spruzzasse un po’ di profumo. Non fu granché utile: l’odore dello zolfo, se respirato con insistenza, penetra a fondo nella pelle, la possiede, la fa sua.
L’amplesso fu lungo e intenso. Lisa non parlò, sembrò non aver fiato, ma mi stupì per la confidenza col mio corpo che mostrava: sembrava sapesse come farmi vibrare, sembrava conoscere ogni dettaglio della mia sessualità. Raggiungemmo l’orgasmo nello stesso istante, ma poi fu veloce a rivestirsi. La guardavo ebbro, fra le lenzuola, e non capivo la sua fretta: avrebbe potuto dormire in un albergo, per un giorno, non avrebbe avuto problemi di freddo o di cibo. “Dove vai?”, le chiesi, pensando che sarei stato io a dover fuggire, a tornare da Marianna e dai bambini. Non mi rispose: Lisa entrò in bagno, come per sistemarsi, come per farsi bella. Come per fuggire.
Fu l’ultima volta che la vidi. Quando entrai nel bagno, vi trovai solo una nuvola di zolfo.