Visualizzazione post con etichetta grace (ma nana). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta grace (ma nana). Mostra tutti i post

martedì 7 dicembre 2010

Gimme five!

Stavolta non c'è nessun duello in ballo. Stavolta è tutta colpa mia: le ho chiesto io di scrivere un altro racconto. Quindi che ci volete fare? Dovete sorbirvi grace (ma nana). E aiutarmi a sfatare la sua idea secondo la quale solo i lettori del suo blog, e non i miei aficionados, la leggono da queste parti.

Sono in ritardo, c’è traffico ed io abito in campagna, in pieno centro città.
In macchina rallento la mia corsa premendo sul pedale dell’acceleratore e proseguo in avanti con la retromarcia inserita.
Arrivo al portone dello studio, prendo l’ascensore e salgo a piedi al secondo piano.
Mi siedo alla scrivania dell’editore, sono pallida, paonazza proprio.
Lui mi raggiunge, si volta verso di me dandomi le spalle.
Mi dice, sussurrando ad alta voce:
– Lo scrivi sì o no questo dannatissimo racconto?
Gli rispondo:
– Col caTso!
I suoi occhi nocciola sono di un blu lucente, ha un’aria trasandata ed elegante, la barba lunga appena rasata e sopracciglia rade e sottili in disordine.
La sua voce è più aspra del solito, molto dolce.
Mi dà la mano, è bollente. Talmente ruvida da sembrare incorporea.
Mi conduce sul terrazzo... forse vuole buttarmi di sotto... mi odia, lo so...
Sono nervosa, inspiegabilmente tranquilla.
Spengo una sigaretta e, una volta fumata tutta, l’accendo schiacciandola in un angolo con l’estremità arrotondata del mio stivale a punta.
Il gesto al capo deve sembrare molto sexy, perché continua imperturbabile a guardarmi strabico e ad annuire di disappunto.
Rientriamo. Mi dice in francese balzachiano:
- La haine, comme l'amour, se nourrit des plus petites choses!
Lui sa, maledetto, come farmi tornare l’ispirazione.
Lo saluto dandogli il cinque, non sulla mano ma in faccia.
Torno a casa, rispolvero la vecchia Olivetti ed ecco l’incipit del mio nuovo racconto:
"Flannery, lo vuoi capire che so scrivere solo minchiate?".

mercoledì 3 novembre 2010

Dolly allo spiedo

Il racconto di oggi nasce da una sfida a duello. Quindi, ecco, non mi assumo responsabilità sulla pubblicazione né sui messaggi in codice che a me al momento sfuggono ma che sicuramente l'autrice avrà voluto mandare a qualcuno nella massoneria del nordovest. Insomma, basta giustificazioni: a voi l'esordio su queste pagine di Grace (ma nana).

La metropolitana era piena di gente e la città deserta.
L’attuale clone del sindaco Rudy Dolly Juliani aveva riunito la giunta comunale per decidere le sorti di Villa Sospiro, antica casa di riposo per anziani, sconsacrata da tempo.
Rigate, comune sul golfo del lago di Membro, era da anni oggetto di un esperimento findussiano portato avanti da tre scienziati pazzerelli: Durante Dolly Ravanelli, Amelio Dolly Orsi ed Ulfo Dolly Arditria, meglio conosciuti come IL TAFANO, GEPPINO e HARDY.
La sperimentazione consisteva nel far raggiungere agli indigeni l’età massima di quarantacinque anni e poi sopprimerli, per debellare, una volta per tutte, il fenomeno dilagante dell’arteriosclerosi.
Ogni rigatese veniva, però, clonato e surgelato da bimbetto per essere sbrinato in seguito, dopo l’abbattimento del suo sé stesso predecessore.
La città disponeva di due linee metropolitane, la “EMME” e la “EVVE”.
La “EMME” conduceva i candidati a morte al sepolcreto.
Al camposanto un computer centrale, il PIERL, era programmato per eliminare simultaneamente tutti gli sventurati attraverso un processo di autocombustione.
La linea “EVVE” trasportava invece i clonini scongelati dall’“Algido Cafè”, obitorio urbano, verso il centro cittadino, all’altezza della Benetton, più o meno.
I rigatesi, stanchi di vedere ciclicamente riproporsi in riva al lago le stesse brutte facce, s’impegnavano da tempo a trovare un sistema per sottrarsi all’orribile destino.
A tal proposito si riunivano segretamente nei sotterranei della metropolitana “EVVE”, in una sorta di loggia chiamata “Hallo Dolly”.
Il capo massonico era il veterinario, calvo, Lello Dolly Lelli, detto VENTO NEI CAPELLI.
Lelli e i suoi proseliti, dopo mesi di incontri clandestini, architettarono, per sconfiggere gli scienziati, un meticolosissimo piano che prevedeva la trasmissione del virus dell’INTELLIGENZA.
Tutto sarebbe dovuto avvenire al cimitero durante la cerimonia di congedo dai morituri.
Liturgia che consisteva in un brindisi eseguito con calici traboccanti di gazzosa mista a vino della “LORETTA TAMARRA”.
Le coppe dei tre luminari sarebbero state a tempo debito iniettate di virus letale.
La metropolitana, gremita di anime in pena votate alla dipartita finale, si muoveva pian piano verso il capolinea estremo, lasciando dietro di sé una città spettrale, disseminata di pedalini neri usati evocanti tanfo di carognette al sole.
L’attuazione del piano, prevista per le 17.13 di un infausto venerdì , purtroppo, però, fallì miseramente.
I sacri graal infetti che avrebbero dovuto essere serviti su di un vassoio di plexiglas da Pidipaki Dolly, braccio destro di Lelli, furono intercettati e tracannati da Polla Dolly Palla, compagna alcolizzata di VENTO NEI CAPELLI e detta la BORIA DI TRIESTE.
In seguito al rapporto orale con i calici, Polla, divenuta intelligente, cominciò a disprezzare il proprio uomo che, disperato per l’insuccesso del progetto,strappandosi gli ultimi capelli rimasti, urlava come un ossesso: “Nooo, bastarda... cazzo, hai rovinato tutto!”
Polla, resa perspicace dal contagio ed indignata per gli insulti da parte del suo veterinario, corse, perdifiato, a svelare la congiura agli scienziati matti.
Il TAFANO, GEPPINO e HARDY sconvolti per l’agghiacciante scoperta, dopo aver sterminato i quarantacinquenni di turno, catturarono VENTO e Pidipaki e, insieme a Polla, ne decretarono le sorti.
Gli studiosi proposero di condannarli a bere Coca-Cola a vita senza mai ruttare, pena evirazione tramite ceretta a caldo.
La più spietata dei quattro fu Polla che, senza sentir ragioni, impose la crocifissione.
Luogo preposto per l’esecuzione, data l’alopecia di VENTO, fu il monte CALVARIO!
Le due croci di liquerizia, piantate sull’altura, attendevano i due condannati, obbligati a salire sulla vetta in mountain- bike.
I prigionieri furono issati sulle rispettive croci da Rudy Dolly Juliani, espressamente giunto in loco, dopo aver stabilito che Villa Sospiro fosse trasformata in una tristissima bocciofila.
Per rendere più spietata l’agonia e rapido il trapasso, si optò per una tortura da solletico.
Mentre la popolazione attonita piangeva i suoi martiri, Narsete Pomponio, detto AILANDER, giunto in città col ferryboat, direttamente dal pianeta Acarus, sguainò la sua ventosa ostetrica e in essa risucchiò le teste marce dei tre malvagi luminari.
Finalmente affrancati dall’incubo che li opprimeva da anni, i nativi del Membro, esultanti, portarono in trionfo il loro paladino.
Narsete, intenerito alla vista della sventurata Polla, curva in un angolo della strada a sgranocchiarsi le unghie dei piedi, si accostò alla giovinetta e la strinse tra le braccia con tutte le sue forze.
Dopo un acutissimo grido di dolore, che l’eroe interpretò essere di gioia, la disgraziata, cianotica, spirò.
Pomponio, irrimediabile burlone, non si lasciò prendere dallo sconforto e, dopo un istante di sincero cordoglio, urlò coi rutti alla folla divertita:
- Stasera POLLA ALLO SPIEDO, chi porta le patate?!