mercoledì 12 gennaio 2011

Tre storie - Rivelazioni tardive

Terzo racconto della serie (qui il primo, qui il secondo), per non spezzare la quale sono costretto a rinviare a domani la nuova puntata della saga di errebi.
 
- Sono incinta.
- No, dico: è meraviglioso, Stefania. Meraviglioso. Lorenzo è uno che non perde tempo.
- Dici?
- No, dico: vi siete sposati un mese fa.
- È tuo.

Stefania la conosco da sempre. Era la ragazza del secondo banco a sinistra, la prima volta che l’ho vista: capelli biondi lunghissimi, naso all’insù, un cono di luce intorno a lei. La bambina più bella della scuola: già alle elementari tutti facevano la fila per corteggiarla, e io non ero da meno. Lei, in compenso, non si degnava di concedermi uno sguardo che fosse uno, almeno fino al mio decimo compleanno. Fu a quella festa che mi parlò per la prima volta: mi feci forza, le chiesi di ballare con me e lei non si poté sottrarre. Al festeggiato non si dice di no. Quel giorno fu l’inizio, ma anche la penultima volta che Stefania mi disse di sì.
Non che siano mancate le occasioni: tutt’altro. Alle medie, qualche anno dopo, diventò la mia compagna di banco, la mia metà indivisibile. Non era quello che volevo, naturalmente: quel che chiedevo era annusare il profumo dei suoi capelli, guardarla in controluce durante le lezioni, disegnare il suo profilo contro la finestra aperta, fantasticare su di noi. Fantasie caste: quel che col tempo avevo cominciato a immaginare sulle altre non era applicabile a lei. Stefania abitava in un luogo intangibile che con gli anni avrei imparato a chiamare iperuranio, un luogo che per l’appunto non dovevo violare. Lo compresi a mie spese, qualche anno dopo.
Quel giorno me lo ricordo come se fosse ieri: io, imbranato, alla fine di una festa. Avevo bevuto più di quanto fossi in grado di reggere, per trovare le energie mentali per affrontarla. Ma fu un fiasco, un fiasco clamoroso. Non avevo mai avuto una ragazza così complessa, non sapevo come governarla, ma soprattutto avevo la testa piena di quelle scemenze lì, di quell’idea iperuranica di Stefania. Decisi che non l’avrei baciata, che non avrei fatto il seduttore. Scelsi la carta del galantuomo, una linea decisamente rétro: mi dichiarai. Avevo provato per giorni e giorni le parole giuste, l’argomento che avrebbe dovuto convincerla, ma naturalmente risultò troppo lungo, come discorso. Noioso, persino. Mi disse qualcosa di standard, “preferisco non distruggere la nostra meravigliosa amicizia”, ma ovviamente entrambi sapevamo che Stefania stava decretando la fine del nostro rapporto. Vomitai, quella sera, come per espellere dal mio corpo quel momento.
Avevamo sbagliato, quando pensavamo che il nostro rapporto finisse lì. È vero, in un primo momento ci allontanammo, anche perché io non ero capace di sopportare che lei frequentasse qualcun altro. Ma col tempo, con gli anni, ci riavvicinammo: ci sentivamo ogni tanto, e ciascuno dei due imparò a rispettare gli spazi dell’altro. La “meravigliosa amicizia” proseguì per qualche anno, ma anche quella volta il tempio che avevamo costruito per il nostro rapporto fu squarciato da un passo falso. Suo, questa volta: alla festa di laurea di Matilde, la nostra compagna di scuola secchiona, lontano dagli sguardi di Lorenzo e della mia ragazza appoggiò le labbra contro le mie. L’allontanai, a quel punto: forse perché non volevo riportare indietro l’orologio del tempo, forse per assenza di coraggio, o forse perché aspettavo da sempre che l’occasione di una vendetta mi fosse offerta. Perché, meschinamente, volevo che capisse cosa si prova, nell’essere respinti dall’anima che si ritiene gemella.
Ci allontanammo di nuovo, ovviamente. Mi richiamò soltanto per invitarmi al suo matrimonio, ma poi volle anche confidarsi alla vigilia delle nozze. La scena è facile da ricordare, anche perché parliamo di due mesi fa: il cucinino di casa sua, il caffé sui fornelli. Io che riesco a farle la domanda che non sono mai riuscito a formulare per esteso: “Sei felice, Stefania? Sei felice con Lorenzo?”.
Il buio. Il silenzio. Nessuna risposta da parte sua. Gli occhi che si chiudono, l’odore dei suoi capelli che mi pervade, la consistenza morbida delle labbra che ho sognato per anni. Il sesso: rabbioso, concreto, famelico. In tutto simile alle mie fantasie da adulto. Quelle che imparai a fare sul suo conto da quando le dissi di no.

È stata un’idiozia buttare l’hard disk. Lo sapevo: l’agente è stato comprensivo, mi ha aiutato a cercare per un’ora. Ma era come cercare un ago in un pagliaio.
Bisogna avere coscienza delle proprie azioni. Bisogna averla nel momento stesso in cui le si compie.
“Dopo” è sempre troppo tardi. “Dopo” è il tempo dei rimorsi.

martedì 11 gennaio 2011

Tre storie - Prove matematiche dell'esistenza di Dio

Secondo racconto della serie iniziata ieri. Domani l'ultimo.

Se Dio esistesse, sarebbe un numero. Il culmine di una sfilza infinita di 1 e di 0, di lampadine accese e spente, di affermazioni e negazioni. È poesia, la matematica è poesia: più l’architettura di un sistema è complessa più l’universo di numeri che la domina è fitta, puntellata di sì e di no, di sincerità e bugie. Estesa fin oltre la nostra capacità di decodificarli, se non ne abbiamo la pazienza. È per questo che non comprendiamo il concetto di Dio, e siamo costretti a credere ciecamente che esista o che non ci sia: perché non sappiamo seguire quella sfilza di numeri fino al Numero Supremo. Non sappiamo farlo, o non ne abbiamo la voglia: altrimenti un’autostrada di numeri ci condurrebbe fino a Lui. Fino all’ultimo numero: 1 o 0, vero o falso. Solo a quel punto potremmo dire se il Primo Numero abbia caratteristiche diverse dagli altri o sia solo uno come tutti gli altri. Ma, soprattutto, solo così sapremmo di cosa sia fatta la Prima Domanda, quella la cui risposta è Dio. È quello, l’Essere Supremo: il concetto inconoscibile che sta oltre quel che chiamiamo Dio.
Seguire strade di numeri è la mia passione. Un giorno ci arriverò, fino a Dio, ma intanto mi accontento di risalire a monte di questa formattazione. Di questo arcaico sistema di protezione, l’inutile idea che prima di buttare un hard disk sia possibile cancellare tutto. Non è possibile, ovviamente: c’è sempre una traccia che lasceremo fino all’ultimo istante, c’è sempre una porzione di informazioni che non avremo il coraggio di abbandonare. È quello, Dio, nell’universo di una singola vita: il punto centrale, l’ultimo elemento che vorremo cancellare, la madre delle verità. Se qualcuno, ad esempio l’Essere Supremo che abita oltre l’Onnipotente, dovesse cancellare l’universo, probabilmente l’ultima informazione che rimuoverebbe sarebbe Dio. Ciascuno di noi ne possiede una, di queste divinità: è il segreto che custodiamo nella porzione più interna della nostra personalità, nel sancta sanctorum del nostro cervello. Al culmine di un’autostrada di numeri. Esattamente come Dio.
Eccolo, il sancta santorum. Una foto sgranata: una ragazzina con un sorriso finto, un bicchiere di qualcosa di giallo che potrebbe essere Fanta, tovaglia bianca sulla quale dev’essere stata versata una bottiglia intera di Coca cola. Una ciotola piena di arachidi, un piattino con un mozzicone di torta. Un po’ misero, come Dio.
Ce n’è un altro: il mio amico virtuale, l’ultima persona che si è confrontata con questi numeri, è politeista. È nello stesso percorso, un’altra foto: un ragazzo, un tombino, un lampione. Acceso: rovina la luce della foto. Vomito, a terra.
Ancora, un’altra foto: la fine di una festa, entrambi i ragazzi di prima con qualche anno di più. Abbracciati, sorriso in camera. Un bicchiere di vino semivuoto nella mano di lui, due dita aperte alla fine di quella di lei.
L’ultima: un matrimonio. Tovaglie bianche, resti di torta marriage. La ragazza, vestita di bianco. Lui, con una cravatta kitsch. Un altro, il marito. Sorrisi finti. “La cerimonia è stata bellissima”.
Ci penserò domani, a questo pantheon. Mio padre non lo noterà mai, questo hard disk in più.

La stanza vuota: non un computer, non un hard disk, non un solo processore. Doveva succedere, prima o poi.
Dio è vendicativo. Il Dio degli ebrei, più che quello dei cristiani. Non vuole che la sua esistenza sia scoperta: è infinito il potere di un’eventualità.
Infinita è la sua ira.

lunedì 10 gennaio 2011

Tre storie - L'avvoltoio

La storia che segue è parte di una narrazione in tre tempi. Quindi, in qualche modo, questo racconto avrà un sequel.
 
- Oh, guarda qui: un Celeron!
Matteo mi mette allegria. Matteo è un grillo: zompetta da un rottame all’altro, sbircia, comprende, si entusiasma. Io no: io non sono come lui. Vengo qui solo perché così riesco a mettere da parte quei quattro spiccioli per tirare a campare, tanto più che il lavoro lo fa quasi tutto lui: riconosce un Pentium IV da un dettaglio, da un’inezia all’incrocio fra chip, e me lo propone. Per me tutta questa robaccia è quello che è: un ordinatissimo ammasso di silicio, al limite di arseniuro di gallio. Intendiamoci: silicio capace di contare e memorizzare, di fare calcoli complicatissimi e salvare le foto del compleanno di Peppe, però nient’altro che silicio. Spazzatura. E come spazzatura viene trattata: con quel che costa smaltirli, questi cumuli di tecnologia, preferiscono abbandonarli qui, accatastarli, per l’appunto, e lasciare che il tempo faccia il suo corso. Mica solo i privati, eh? Da queste parti ho trovato un hard disk con la targhetta dell’assessorato allo Sviluppo economico, qualche giorno fa. Se ne fregano: in discarica e via.
Io no: io li raccolgo. Sembra strano a dirsi, ma questa roba ha un mercato: alcuni sono ancora utilizzabili e riesci a venderli per qualche decina di euro, altri hanno il loro fascino vintage e diventano oggetti di modernariato. Al limite li riporti allo stato di materia prima e li rivendi: con quel che costa, il silicio, c’è un mercato anche per quello. Sembra assurdo: quando la crisi è cominciata, dieci anni fa, dicevano dovesse finire nel giro di qualche mese, e invece eccoci qui, in recessione. Regressione, sarebbe meglio dire: se guardo indietro mi dico che la nostra società è diventata pre-tecnologica, eppure l’unica cosa che è rimasta è proprio la tecnologia. Quella corre, va avanti, e se ne frega del motivo vero della crisi: l’esaurimento delle materie prime non lo turba, il mercato, lo spinge solo ad adeguarsi. Eppure c’è una cosa che il mercato non ha imparato: il riciclaggio. Tanto meglio: l’ho imparato io. Per questo sono diventato un avvoltoio, appollaiato qui a cercare carogne di cui cibarmi: perché il mercato ha sempre bisogno di qualcuno che ricicla.
- Oh, e questo. Questo hard disk è buono.
- Sicuro? Sembra malconcio.
- Fìdati. Certo: avrà una memoria ridicola, un paio di petabyte al massimo, ma si può rivendere. Dammi un paio di giorni e te lo rimetto in sesto.
C’è da fidarsi: Matteo è un genietto. È ossessionato, da queste cose: si appassiona ai numeri, alle statistiche, alle macchine. Ci dialoga, con questi esserini binari, si affeziona loro come un bambino normale si attaccherebbe a un cane o a un gatto. Gli mette nomi, delle volte: ma adesso gliel’ho vietato, perché altrimenti si lega troppo e poi mi impedisce di rivenderli. Dovreste vedere com’è diventata, camera sua: questa discarica, in confronto, sembra ordinata. E a me tocca tenergli dietro: da quando sua madre è morta non ho alternative. Ma gliel’ho detto: se in quella stanza entra un solo altro pezzo io vado lì dentro mentre lui è a scuola e rivendo tutto. E poi vediamo come lo ritrova, il processore Jason.
- Sul furgone, papà?
Che tenerezza mi fa: non voglio che diventi come me, che sprechi la sua vita a fare scorrerie in discarica. Matteo merita altro: merita di diventare un programmatore, un ingegnere applicato a queste tecnologie, non un cercatore di carogne. Gliel’ho già annunciato: fra un paio d’anni, quando finirà la scuola, voglio farlo andare all’estero, a studiare. Lui dice di sì, mi guarda, ma non gli interessa.
- Lo senti anche tu, papà?
Lo sento sì: sembra un furgone. Un’auto, quanto meno.
- Sbrigati, Matteo, sono in fondo alla strada.
Non c’è un minuto da perdere: il furto dalle discariche tecnologiche è punito con l’arresto anche se sei minorenne. Carichiamo quel che abbiamo raccattato e poi via: ingrano la prima. Guardo Matteo: non ha paura. Benedetta incoscienza.
- Sono lontani.
Mente. È assurdo: mio figlio mente per rassicurare me. Non sono un buon padre: non metterei in pericolo il futuro di mio figlio, se lo fossi. Accelero, fuggo: non devo farmi vedere. Non ne ho il tempo: sulla strada di uscita incrocio i fari con l’auto della polizia che sta percorrendo il viale d’ingresso. Ci guardano, lo sento: ci squadrano. Sono lupi: ci fiutano. Non ci fermano: i guai sono rinviati a domani.
- Non torneremo più qui, Matteo.
È accanto a me, in silenzio. Guarda una scheda madre, e non parla.
La ruota s’infossa in una buca, ma la supera. Sarà l’ultimo ricordo della mia vita da avvoltoio.
Domani mi evolverò. Diventerò un mulo, se necessario. O un cane. Cambierò animale. È questa la sorte che ci tocca: ritornare bestie.
Almeno finché la crisi non sarà finita.

venerdì 7 gennaio 2011

Rewind

Chiudiamo la settimana con un altro ospite non nuovo da queste parti. A voi Ale Cava.

Il vecchio signore si sedette sulla poltrona, vecchia e consumata quanto lui, appoggiò il bastone su un supporto alla sua destra e iniziò a riposare. Dopo qualche minuto il suo nipotino si arrampicò sulla sua gamba e si accovacciò sulle gambe. Il vecchio signore sentì l'odore dolce di latte e sudore del bimbo, sorrise e avvicinò lentamente la mano destra al suo fiato caldo, e strofinò la sua pelle sottile e rugosa contro quella morbida e lanuginosa del nipote. Il bimbo iniziò a ridere come un pazzo per il solletico, e quel suono squillante spremette il cuore del nonno, fino a farne sgorgare lacrime invisibili. Gustò quelle lacrime come gocce di miele, fino a quando arrivò la madre di quella creatura a rompere l'incantesimo. Decise allora di uscire da solo, senza badanti al seguito, in compagnia del suo bastone e dei suoi pensieri. Tastò l'aria alla sua destra e afferrò lo strumento che lo accompagnava da più di sessant'anni. Si alzò, arrivò alla porta d'ingresso con movimenti meccanici e precisi, afferrò il pomello e uscì nell'aria fresca della primavera. Mentre passeggiava assaggiando il terreno con il suo bastone respirava gli odori malsani della città, intuendo sotto di essi la fragile magia di una violetta cresciuta in una crepa del marciapiede. Si lasciò soggiogare dalle esalazioni esauste di un venditore di frittelle e da quelle succulente di un paninaro. Camminava senza una meta precisa, lasciando che i sensi che gli rimanevano lo guidassero a loro piacimento. Fu così che dopo aver superato l'odore informe e dolciastro di quello che sicuramente era un ristorante cinese, udì la sirena di un'ambulanza, e poi un'altra. Sentì rumori metallici e ovattati e annusò un'aria cattiva, che aveva imparato a riconoscere in tutti quegli anni, così come aveva appreso che l'odore degli ospedali non rimane confinato nelle loro mura.
Varcò l'ingresso e le sue gambe lo guidarono verso l'ascensore, come fossero teleguidate. Mentre l'indice destro premeva il bottone del terzo piano, capì che stava seguendo un filo sottile, tessuto tanto tempo prima e che inesorabilmente l'aveva condotto fino a quella poltrona, quel bastone, quella mano rigida. Quando le porte dell'ascensore si aprirono sul reparto ostetricia le sue narici si riempirono di un profumo intensissimo, che brillava come una stella su quel paesaggio di disinfettanti e pannolini sporchi. Era un profumo misterioso e unico, e senza esitazione lo seguì fino all'ingresso di una stanza singola. Camminò fino al letto e l'odore di sua moglie lo avvolse totalmente. Era un'essenza saporita, seducente, ma quel giorno c'era qualcosa di diverso, una dolcezza inedita che amplificava la sua magia. Sua moglie afferrò la sua mano destra e la guidò fino alla guancia soffice di loro figlia. “Ha gli occhi azzurri come i tuoi”, disse sua moglie, e l'uomo ancora una volta pianse lacrime che non si potevano vedere. Riempì le narici di quell'aroma irripetibile e il filo lo spinse via da quella camera, lo scaraventò fuori. Riconobbe l'odore di erba tagliata e cortecce, e capì di essere sdraiato sul fianco sinistro. Un dolore sordo pulsava dal fianco, e l'orecchio destro era intasato da qualcosa di appiccicoso e caldo. Annusò il sangue e il fiato odioso dei ragazzini che l'avevano ridotto in quello stato. Bambocci dalla voce non ancora contaminata dagli ormoni e le ginocchia incrostate di sporcizia. Non poteva vederli ma poteva sentirli, mentre gli strappavano il bastone dalla mano e la protesi dal moncone del braccio. “Con questi affari possiamo farci una partita a golf! Che dici amico?”, aveva urlato uno di loro, poi aveva iniziato a picchiarlo con la protesi. E così, nel giorno del suo trentesimo compleanno, l'uomo ricevette come regalo un odio smisurato nei confronti di chi aveva provocato tutto quel male: se stesso. Si rialzò faticosamente da terra e camminò, camminò, aiutandosi con l'unica mano, fino ad arrivare ad un edificio triste, che emanava un odore brutto, plasticoso. L'uomo entrò di corsa, sbattendo le spalle contro i muri, e una voce dura lo rimproverò per il suo ennesimo ritardo. “Non durerai molto se continui di questo passo”, gli disse mentre lui si sistemava faticosamente nella sua postazione di lavoro. Un giorno aveva tentato di spiegargli che per lui era molto difficile muoversi in quell'edificio, simile a un grosso labirinto pieno di ostacoli messi apposta per quelli come lui, ma il suo capo non aveva sentito ragioni. “Questi sono solo fatti tuoi”, gli aveva detto, ed ora si trovava lì, con le spalle indolenzite e un'auricolare all'orecchio, a fare centinaia di telefonate identiche al
giorno, senza soluzione di continuità, senza speranza, fino a quando non calava il sole. Ma ora era già tardi. Si strappò l'auricolare e uscì in strada.
L'odore della notte lo investì, ma c'era qualcos'altro. Rumori di festa e cos'altro ancora? Voltò la testa verso il braccio sinistro e lo vide, intatto, perfetto, con il suo orologio da polso nuovo di zecca. E vedeva tutto il resto: la piazza piena di gente, le luci di Natale brillanti contro il cielo, la bottiglia di spumante, pronta per essere strappata, ben salda nella sua mano destra. In bocca percepiva gusto di vino, lenticchie e panettone. Attorno a lui i suoi amici ridevano a squarciagola e gli dicevano qualcosa, ma un botto fortissimo coprì le loro voci. Lui urlò: “Che hai detto?”, e il suo migliore amico, quello che aveva conosciuto all'asilo, vent'anni prima, ripeté la domanda: “Sei pronto per il botto di fine anno?”, mentre gli porgeva un candelotto lungo quanto un manganello. Lui lo afferrò meccanicamente con la mano libera, mentre il suo orologio da polso mandava lampi e qualcuno parlava di micce e di secondi e lui non capiva niente, ma non importava, perché era felice, e niente e nessuno poteva rovinare quella festa. E così, a dieci secondi dalla fine del 2010, il ragazzo guardò l'orologio nuovo di zecca, il regalo della sua ragazza, la donna dei suoi sogni, e mentre con la voce scandiva gli scatti della lancetta e il suo amico gridava qualcosa, la miccia che qualcuno aveva acceso prima del tempo si accorciava, e forse avrebbe dovuto ascoltare i suoi amici che urlavano, avrebbe dovuto ascoltare la sua ragazza che si sgolava, ma lui era felice, non sentiva, non vedeva l'ora di stappare la bottiglia e baciare l'amore della sua vita, e ormai non era più questione di secondi, ma di attimi, intervalli lunghissimi e indefinibili, l'attimo dell'orgasmo, l'attimo dello sparo, l'attimo che divide l'argento dall'oro, la scaglia di sole che separa il giorno dalla notte... la luce dal buio.

giovedì 6 gennaio 2011

Xenomachia

But Mousie, thou art no thy lane,
In proving foresight may be vain:
The best-laid schemes o' mice an' men
Gang aft agley,
An' lea'e us nought but grief an' pain,
For promis'd joy!
Robert Burns

Di quelli che stanno oltre le sbarre, onestamente, m'importa poco. Se pensate che io debba soffrire, sentirmi un reietto per il solo fatto d’essere qui, da questo lato del mondo che percepite come minimo, insignificante, poco desiderabile, beh, allora avete sbagliato strada. Mi sottovalutate, ecco tutto: semplicemente vivo, abito il mio mondo che di abitudini è fatto, di lotte e di vittorie, di rinunce e di ritirate. È come il vostro, per quel che ne so: come voi mi arrabatto, faccio sesso e mangio, scopro, capisco e invento, come voi dormo quando posso, ho paura e scappo, mi sorprendo e m’innamoro. No, se la domanda è questa, la risposta è netta: non si soffre ad essere un topo.
È per l’immagine che avete costruito di me che mi siete ostili. È per l’idea che io sia un essere orribile, un untore indegno, un infido incursore che siete stati costretti a inventare miei simili con fattezze umane, bonari investigatori, improvvisati cuochi, socievoli compagni d’avventure pronti a farsi tramutare in cavalli per i vostri capricci. Io no, io non v’immagino diversi: io non ho paura di voi, non ho bisogno di esorcizzarvi. Vi ho osservati per anni, mentre mi sorvolavate protetti dalle grate di un tombino, oppure quando a distanza schifata mi guardavate rovistare nella vostra immondizia, nei vostri scarti. L’ho vista, Anna, l’ho vista perdere la levità che ai vostri occhi la rende sublime per saltare su una sedia e urlare il mio nome, ho visto scope essere cavate dai ripostigli per inseguirmi, ho visto praterie di colla odorosa ospitare il formaggio nella speranza d’ingannarmi, trappole ben congegnate per attirarmi lontano dai vostri occhi. Oppure, altre volte, sono stato io a sorvolare voi: ho corso nei vostri controsoffitti, lungo le grondaie dei vostri palazzi, sui tetti insidiosi d’agguati felini. Vi controllo. Vi sorveglio. Vi comprendo.
Solo una cosa non capisco: la vostra paura. Ho imparato a temere i gatti perché so che sono giocosi, pronti a ghermire ogni cosa che si muova, ho scoperto come i cani debbano essere evitati perché l’istinto cacciatore dei loro antenati li spinge a uccidermi, ho capito che i serpenti mi inseguono perché hanno fame, ma voi no, voi non avete un motivo per avere paura di me. Siete enormi, sempre armati, vi ritenete una specie superiore, eppure vi credete minacciati di fronte a me, minuscolo, debole, inerme. Ecco, inerme: una volta sarete pure stati come me, anche voi avrete trovato una bestia più forte di voi, più feroce, più intelligente. Anche voi avrete provato la paura di chi è attaccato senza motivo. O forse no: forse non vi è mai capitato. Forse siete voi gli unici animali gratuitamente crudeli. Irrazionalmente tremebondi. Incautamente aggressivi.
L’ho sperimentato sulla mia pelle. Ogni volta, ogni volta che ho cercato di ottenere la vostra fiducia sono stato cacciato prima che potessi dimostrarvi di meritarla. Prima che vi facessi capire che sì, qualcuno di noi è malato ma non tutti lo siamo, che come voi abbiamo bisogno di uno spazio, e soprattutto che non abbiamo motivo di mordere se non per difenderci. Non è colpa nostra, dunque: la mia specie ha cercato nel tempo di porgervi la mano, di rendervi un servizio. Ma voi no, voi non cedete: preferite arroccarvi nelle vostre fortezze. Nelle vostre certezze. Nei vostri insensati pregiudizi.
Oggi, ad esempio. Vivere in una cantina può sembrare soddisfacente per qualche giorno, forse un mese, ma alla lunga può diventare noioso. Ho deciso di essere come voi, per una volta: signorile, al caldo delle vostre case, su quei prati morbidi che chiamate tappeti. In fondo, mi sono detto, se hanno accettato un gatto, adesso che quello è morto perché non dovrebbero accettare me? Sono salito su per le scale, le scale fredde e umide che portano alla villa, ho spinto la porta con la testa e sono arrivato da voi. Che bello, da voi: alle pareti orologi ticchettanti e quadri colorati, ninnoli provenienti da chissà dove e larghe foto, su un tavolo le briciole di uno spuntino, sulla libreria, lontano dal camino, quintali di carta profumata e saporita. Mi basterebbe un centesimo di quel che sprecate: mi accontenterei, e sarei felice.
E poi, certo, c’eravate voi. Naturali, non schierati, secondo uno schema che conoscete a memoria: lo schema della quotidianità, la merce che in fondo sono venuto a chiedervi. Giulio, circondato dal fumo nauseabondo che emana quella pipa, sorvegliava il camino, mentre Milena leggeva serena una rivista o un libro, non ricordo bene. Anna no: Anna guardava la porta. Anna che sa strillare mi ha visto per prima.
Sùbito è arrivata la scopa. Una scopa da strega, di quelle impagliate da fiaba: di certo non una scopa che usate di solito, piuttosto qualcosa che avete soltanto strappato all’arredamento. Poi, le spalle al muro, è arrivata l’acqua, spruzzata da un tubo, è arrivata la fuga. In strada, al freddo. Lontano da voi, dal vostro mondo sicuro.
Ora sto qui, oltre la grata. Vi osservo, e mento a me stesso. Dico che di quelli che stanno oltre le sbarre mi frega poco, ma non ci credo. Mi interessa, certo che mi interessa: vorrei il vostro calore, la vostra certezza di avere un luogo nel mondo.
Un giorno la ruota girerà. Un giorno una bestia più grande di voi vi inseguirà con una scopa enorme: voi sarete i topi e l’animale sarà Giulio, sarà Milena, sarà Anna. Quel giorno, forse, penserete a me. Più probabilmente, però, ve ne sarete dimenticati.
Sarà il vostro errore. Solo io posso insegnarvi a sfuggirvi.

mercoledì 5 gennaio 2011

Amicizia o interesse

Anno nuovo, nuovo errebi. Ecco la sesta puntata della saga (puntate precedenti: prima, seconda, terza, quarta, quinta).

Vi era stato un periodo che Claudio e Elena con Livio e Clara si frequentavano spesso come succede da buoni amici. Non mi torna alla mente come era nata la cosa ma era successo. Le domeniche venivano trascorse in compagnia e i quattro stavano veramente bene insieme. Quando Livio e Clara si sposarono, piuttosto giovani, la cosa continuò e gli amici di Claudio e Elena erano diventati a loro volta gli amici di Livio e Clara. I due erano arrivati alla decisione di sposarsi perché non ne potevano proprio più. Voi sarete curiosi di chi ma non è poi tanto così difficile scoprirlo: di Giulio e Silvia. Una educazione difficile e restrittiva tenuta in mano da Silvia e, quando ce ne era il bisogno, dal pugno di ferro di Giulio. Elena raccontava una volta a Claudio che quando andava a fare la doccia la signora Silvia le consigliava di chiudere gli occhi per non vedere così il corpo nudo. Livio ragazzo dei primi anni ’70 si vestiva alla moda hippy con i sandali senza calzini. La signora Silvia non sopportava la cosa e Clara era sempre costretta a subirsi dei rimproveri quali: “Ma non dici niente a quel ragazzo. Un paio di calzini diamine, un po’ di quel che si dice. Ma la sua famiglia non dice nulla?”. Non era la famiglia di Livio a dover dire qualcosa ma, molto probabilmente, anzi di sicuro era la signora Silvia ad aver bisogno di una regolata. Spesso, Livio e Claudio, quando alla sera ritornavano a casa dopo essere stati a casa delle due sorelle, si perdevano in lunghi dibattiti dove Livio la faceva da padrone e finiva sempre il discorso con l’immancabile: “E ma quando mi sposo cambia, cambia”. Claudio non era molto convinto perché vedeva nella famiglia come una sorta di malattia quel pensiero “stupendo” della signora Silvia che sola la sua famiglia era bella, brava, buona e che solo le sue figlie erano le figlie migliori. Ma bando alle ciance, Livio e Clara si sposarono e, finalmente, andarono a vivere da soli. Non è che in quel periodo nuotassero nell’oro, come invece fanno oggi, Clara lavorava solo lei in quanto il novello sposo stava raggiungendo l’agognata meta della laurea e quindi per lo più studiava, qualche volta aveva qualche lavoretto e troppe volte, preso dai bollenti spiriti, aveva la pretesa di portarsi a letto Clara, stanca e distrutta, appena tornata a casa dal lavoro. Certo voi mi direte che male c’è anzi ma la cosa riesce se sia l’uno che l’altra i bollenti spiriti li vogliono spegnere altrimenti… “Certo Elena non è che adesso sia il massimo. Ma vuoi pensare dopo. Dopo sarò veramente la signora Martini, e a quel punto tutti dovranno guardarmi in faccia ed io...”. “Sì certo Clara certo, ognuno si sceglie la vita che vuole. Io preferisco non tirare troppo in alto poi sai non si sa mai come vadano a finire le cose”. “Ma cosa dici Elena per carità. Devo farli schiattare tutti dall’invidia quei parentucoli che hanno il coraggio di sputare sentenze un giorno sì e un giorno ancora”. Ma senti un po’ da chi viene la ramanzina. Proprio da Clara che, con la sorella Virginia, non perde l’occasione in compagnia della signora Silvia di criticare a destra e a manca. “Claudio la cena è pronta vieni in tavola che si raffredda”. “Ma non aspettiamo Livio”. “Su, su a tavola Livio arriva tardi dall’università questa sera”. “Ho capito mangiamo noi tre speravo in Livio ma questa sera mi è andata buca” pensava Claudio alzandosi dal divano in salotto per andare in cucina. Capitava spesso che Claudio e Elena fossero a cena da Clara e Livio soprattutto al venerdì e al sabato sera. Era per loro la possibilità di vedersi fuori casa e di non avere gli orari prestabiliti perché Giulio e Elena sapevano che Elena era dalla sorella. Qualche, volta ma non spesso, vi partecipavano anche Fabrizio e Virginia ma era il periodo che erano talmente impegnati ad avere un figlio, non riuscendoci, che più spesso non c’erano. Che stranezza comunque esisteva un’amicizia vera tra parenti cosa alquanto mai strana. Ma ve lo giuro era proprio così e, non ci crederete, andavano d’amore e d’accordo. Certo non era difficile andare d’accordo con Claudio ed Elena ma comunque era sempre qualcosa di strano che non si vedeva certo tutti i giorni. Si arrivò al momento tanto agognato della laurea di Livio. Ci si trovò tutti, amici tanti e parenti pochi, a festeggiare l’evento in una trattoria del paese. Doveva, nell’idea degli amici, essere una festa gogliardica e spensierata ma, Clara anticipò subito tutti avvisando la sorella Elena. “Mi raccomando che non vengano fuori le solite battute di spirito. Non voglio musica, e tantomeno manifestazione goliardiche di basso ordine. Avvisa i tuoi amici, ma come non erano più anche i lori amici, di trattenersi e di comportarsi nella giusta maniera. Ci sono anche mamma e papà. Serietà e…”. “Ho capito Clara, sarà come andare ad un funerale”. “Ma cosa dici come ti permetti. C’è una laurea ed eppure con lode non certamente una cosa di tutti i giorni”. Quella sera non sembrava proprio di essere ad una festa ma ad un incontro dell’alta società mancavano solo gli inchini e i baciamano. Clara aveva appena dato la prima dimostrazione di come sarebbe stata la signora Martini. Giulio e Silvia non stavano più nella pelle, un genero laureato non è proprio di una famiglia qualunque ma, sia ben inteso, è certamente della famiglia. C’era nell’aria quella sera tra gli amici un certo non so che. Clara sembrava averli visti per la prima volta, Giulio e Silvia si li conoscevano ma certamente non erano gli amici adatti per la loro figlia Clara. Poi erano prima di tutto amici di Claudio e poi di Elena quindi, bisognava prima o dopo staccare la spina e invertire la rotta verso amicizie di un certo “livello”. Non so se l’idea partì da Clara o gli fu suggerita dal Giulio e Silvia ma in breve tempo Livio e Clara si distaccarono con eleganza. Dapprima adducendo a impegni di lavoro di Livio, poi perché erano a cena dall’ing. Tizio o dal dott. Caio e alla fine, non direttamente ma, attraverso Elena ci fu la rottura definitiva. “Ricordati Elena che le amicizie si scelgono ed io, per mia fortuna, gli amici me li scelgo”. Clara aveva definitivamente chiuso con il passato ed era entrata nel suo mondo dorato a cui aveva aspirato fin dai primi anni di matrimonio. Claudio ed Elena non ebbero bisogno di decidere con chi stare, anche perché non sarebbero stati all’altezza delle nuove amicizie di Clara e Livio, e i vecchi amici c’erano tutti, meno due. Ora pensandoci bene però Clara non si è mai posta una domanda sicuramente calzata a pennello per quel periodo di frequentazione. Non c’era altra possibilità se non quella, amici né Livio né Clara ne avevano, vennero accolti senza nessun pregiudizio da quel gruppo di ragazzi che non vedevano altro in loro che due nuovi amici e niente di più. “Se si dovesse descrivere tutto ciò con tre parole direi: la mattina divertente, il pomeriggio no comment, la sera?” così Claudio mentre parlava con Elena ricordando il tempo trascorso. “Non tormentarti Claudio, un’amicizia finita che in realtà non è mai iniziata”.

martedì 4 gennaio 2011

Incontri inaspettati

La prima ospitata dell'anno spetta di diritto a Usagi, che conoscete già. A lei la parola.

Lo sapevo che non sarei dovuta venire fin qui da sola. Adesso mi sono persa.
Fuori è buio e non smette di piovere.
Perché non ho acquistato il navigatore satellitare?
Accosto la macchina. Controllo la cartina. Ho appena superato Saint Sébastien Sur Loire, se seguo il fiume lungo la D119, dovrei arrivare all’Ile de Nantes.
Controllo l’ora. Sono le 20.43 esatte. Non arriverò mai in tempo. Comincio a diventare impaziente.
Riparto con la mia auto e seguo le indicazioni. Ecco l’uscita. La seguo.
Mi hanno detto che la Villa di Madame Dumont si trova su questa statale.
I tergicristalli sono ormai allo stremo, la pioggia è talmente fitta che non si vede ad un palmo di naso. Non nascondo di avere un po’ di paura condita dal giusto pizzico di nervosismo.
Sono certa di essere da qualche parte nel mondo, spero di essere tra le dolci colline della Bretagna, ma potrei essere ovunque. Nessun cartello stradale che mi venga in aiuto.
Oh no! Perché la macchina sobbalza? Sembra avere un attacco improvviso di singhiozzo. Accosto nuovamente. Spengo l’auto, la riaccendo. Inutilmente. Non ne vuole più sapere di ripartire.
Esco dal veicolo per guardarmi intorno, ma l’unico risultato che ottengo è quello di essermi infradiciata. È sempre più buio. La pioggia è simile ad una cascata. Rientro in auto accompagnata da dei brividi di freddo. Controllo l’ora sul cellulare, le 21.30. Avrei dovuto essere alla Villa alle 21.00. Attaccata dal panico, faccio appello a quel poco di sangue freddo che mi rimane. Cerco sulla rubrica il numero di cellulare che mi serve, ma appena inoltro la chiamata, cade la linea. Nessuna tacca. Nessun segnale. Nessun’auto che passi in quella strada dimenticata da Dio e dagli uomini. Le mie mani si accaniscono sul volante, ma facendo così certo non risolvo nulla, ma almeno è una piccola valvola di sfogo.
Riguardo l’ora. Le tre del mattino. Non smette di piovere, nessun’auto in vista, nessun segnale nel cellulare. Ormai sono stremata, il sonno sta per vincermi. Sono sul ciglio di una statale nel bel mezzo del nulla.
I raggi del sole accarezzano il mio viso, apro gli occhi lentamente. Il cielo è limpido, l’aria è fresca e frizzantina. Ho male da per tutto a causa della scomoda posizione nella quale ho dormito.
Sono le 6.30 del mattino, il cellulare è sempre isolato e la macchina non ne vuole sapere di partire.
Esco dal mezzo e cerco di avviarmi a piedi da qualche parte. Qualcuno arriverà a prendermi.
A proposito: che fine ha fatto l’asfalto? Ero convinta di essere su una statale ed invece sto percorrendo un sentiero di terra battuta. Che male ad i piedi. I tacchi non sono l’ideale per una lunga passeggiata. Che voglia di una doccia. Il mio tailleur con pantalone è ormai un tutt’uno con la mia pelle. La borsetta sembra pesare un quintale ed i piedi non smettono di fare urla di protesta.
Rumori di zoccoli? Una carrozza?
Mi volto. Alle mie spalle una meravigliosa carrozza, trainata da 4 splendidi cavalli mi sta raggiungendo. Comincio a dimenare le braccia per farmi notare. Il cocchiere ferma i destrieri e mi guarda con aria incuriosita.
Molto probabilmente, in zona, ci sarà una rievocazione storica.
“Scusi, la mia auto si è fermata, non parte più. Avrei bisogno di una mano. Potreste portarmi dal primo meccanico che si trova sulla strada?”.
Il cocchiere non mi risponde. È avvolto in un lungo mantello. Si apre la portiera della carrozza. Un uomo molto elegante, con il cilindro in testa, un piccolo bastone in mano, una giacca con la coda a due punte, un gilet a righe, un grosso fazzoletto tutto pizzi e merletti legato al collo, pantaloni nascosti da lunghi stivali mi accoglie con un largo sorriso.
Rimango affascinata per un attimo da tutta quell’eleganza. Per essere una rievocazione storica, sicuramente sarà ben fatta. Se non fosse che sono rimasta a piedi nel bel mezzo della Bretagna, andrei a godermi lo spettacolo.
Il signore si toglie il cappello ed accenna ad un inchino.
Imbarazzata, ripeto la mia richiesta.
“Signora, siete alquanto bizzarra. Vestite da uomo, andate in giro da sola in mezzo alla boscaglia. Mi chiedete di un… come avete detto? Un meccanico? Di grazia, cosa sarebbe costui?”.
Comincio ad avere la vaga sensazione che il tizio qui presente mi stia prendendo in giro. Lo guardo con sospetto e faccio istintivamente un passo indietro.
“Non ho tempo per scherzare. Sono rimasta a piedi, ho dormito in auto tutta la notte. Ho bisogno di qualcuno che mi ripari la macchina, di una doccia e di un letto caldo!”.
Quasi urlo le ultime parole.
Il cocchiere affonda la testa nel mantello ed abbassa la bombetta sugli occhi. Il Signore elegante che mi sta davanti ha un’espressione quasi buffa dovuta all’esagerazione dello stupore per la mia risposta.
“Siete voi che scherzate Signorina. State parlando arabo per me. Ripeto, non conosco il termine ‘meccanico’ e non conosco il termine ‘auto’”.
“Non importa, mi arrangerò da sola!”.
“No, no. Non posso lasciare una Signorina indifesa da sola ed in difficoltà! Prego, salite sulla carrozza, Vi do un passaggio fino a Nantes”.
Mi devo fidare? Prendo il cellulare dalla borsetta e me lo infilo in tasca, in modo da essere a portata di mano.
Mi avvio verso la carrozza, il Signore fa un altro inchino e mi lascia salire per prima, per poi seguirmi a bordo.
Mio Dio, che lusso! Cuscini di broccato, sedili di pelle, tende nuove.
“Non ci siamo presentati”.
Gli rispondo e lui fa un’altra espressione buffa. “Avete un’educazione tutta vostra, a quanto mi è dato comprendere! Io sono Maximilian Dufont e sono qui per servirvi”. Mi prende la mano ed appoggia su di essa le sue labbra.
Io mi metto a ridere.
“Non è il caso che reciti in questa situazione…”
“Recitare?!”. Sembra offeso.
Io cerco di rimediare e balbetto: “beh…. Sì… ecco… State preparando una rievocazione storica?”
Lui non risponde.
“La carrozza, i vostri abiti. Che tipo di rievocazione state preparando? L’editto di Nantes? Ah no… quello era intorno al 1600 se non sbaglio, cozzerebbe con il vostro abbigliamento”.
“1598…”
“Cosa?”
“L’editto di Nantes… è stato stipulato nel 1598”. Mi corregge lui.
“Quindi, cosa rievocate?”
“Nulla. Per caso siete fuggita da un manicomio?”.
“Come si permette? Siete lei ed il suo compare che andate in giro con una carrozza, vestiti da damerini dell’800 nel bel mezzo del XXI secolo e dicono che la matta sono io???!”.
“XXI secolo?”
“Il 2000. È più chiaro?”. Glielo dico con un tono di scherno. In fondo è lui che ha cominciato per primo ad offendere.
Lui non risponde. Mi fissa con aria truce. Stringo il cellulare in tasca. Guardo fuori dal finestrino. Per poco non mi piglia un infarto.
La rievocazione è più seria del previsto. Tutti sono vestiti alla moda dell’800. Uomini, donne e bambini. I muri delle case sono in mattoni rossi. Le scritte dei negozi sono dipinte a mano. Centinaia di persone affollano le strade. Urla, risate, carrozze. Bambini che scorazzano tra le gambe della gente. Sembrano tutti usciti dal romanzo “I ragazzi della Via Paal” o meglio ancora, sembravano i fratellini di “Oliver Twist”.
O io sembravo entrata in un romanzo di Dickens o Dumas o Wild o Jane Austin????
“Cosa succede? Siete impallidita”.
“Fate sul serio con le rievocazioni storiche qui in Bretagna…”
“Non abbiamo nulla da rievocare. È una normalissima giornata. Un giorno qualunque!”. Afferma con tono stizzito.
Il mio occhio cade su un giornale che spunta, ordinatamente ripiegato, da sotto un cuscino riccamente ricamato. Lo afferro senza tante cerimonie.
Il mio cuore comincia a battere più veloce del solito, quasi mi esplode in petto. “Le Moniteur Universel” è datato 15 giugno 1839.
“Faccia fermare la carrozza!” Urlo.
Monsieur Dufont, batte il bastone sulla parete della carrozza. Non fa storie, non si preoccupa più della mia incolumità. Ormai è convinto che sono una pazza.
La carrozza si ferma, io scendo di corsa.
Non so dove devo andare, cosa devo fare, l’unica cosa che so è che devo capire.
Con il “Moniteur Universel” sotto braccio percorso a grandi passi la strada acciottolata. Evito pozzanghere e scavalco il letame dei cavalli. Cerco di non andare addosso alla gente indaffarata. Vengo notata ed additata. Sento le parole “guardate come è vestita quella donna…”, “non esiste più il pudore”, “che svergognata!”, “bisognerebbe chiamare le guardie…”.
Cerco di non fare caso alle parole e agli sguardi della gente. Cosa posso fare? A chi dovrei rivolgermi?
Finalmente, riesco ad individuare un vicolo isolato. Mi fermo. Appoggio la schiena al muro. Ho il fiatone. Mi guardo. Ho i tacchi, un tailleur con pantalone blu a righe bianche. Ho i capelli arruffati. Istintivamente guardo il cellulare. È acceso e non prende nessuna tacca.
Dei ragazzotti con le braghe corte e la coppola in testa escono da dietro l’angolo.
“Ehi bella signorina, cosa ci fate da queste parti. Siete venuta da allietare la nostra giornata?”.
Punto loro contro il cellulare come se fosse un’arma e faccio partire la suoneria dei Metallica giusto il tempo di lasciare sbalorditi e confusi i due farabutti e scappare a gambe levate.
La mia mano viene afferrata. Non faccio in tempo ad urlare che mi trovo di fronte ad un ragazzino di circa 10 od 11 anni.
“Venite con me!”
Non so perché, ma lo seguo.
Troviamo un nascondiglio all’interno di una chiesa.
“Grazie, ragazzino. Sei stato molto gentile!”
“Se mi dite cosa è quell’oggetto che emette rumori, posso portarvi in un posto ancora più sicuro!”.
Rido. “Come ti chiami ragazzino?”
“Jules Verne”.

Solito ps per chi se lo fosse perso ieri: gli amici svogliati pubblicano un mio racconto. Nota: è abbastanza crudo.