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martedì 1 febbraio 2011

Tombola

C'era un solo fiore, sul monumento. Un solo fiore per un elenco sterminato di nomi: non un milite, ma cento, mille militi ignoti. Si usa così: ricordarli tutti, come se fossero una storia collettiva, per dimenticarli insieme.
Era per questo, forse, che il fiore era accompagnato da un biglietto.
"A perenne memoria di Angelo Bolleri".

- Ventisette – fece quello più alto, e posò il numero sulla tombola.
- Ventisette? – domandò l’altro. – Allora ho rifatto terno! – e giù grasse risate.
Un militare mi passò accanto, prese per un braccio il detenuto numero 27 e gli fece cenno di seguirlo. Dalla camera bassa, in fondo al cortile, arrivavano lampi brevi, grida di dolore estremo e singhiozzi intervallati, supponevo, da pianti dirotti. Il soldato trascinò il prigioniero con sé canticchiando una canzone: la stessa melodia sguaiata, lo stesso testo di confuso eroismo e donnine cedevoli che avevo sentito per le prime 42 esecuzioni riempì l’aria bassa, caliginosa di quel pomeriggio di morte. Dovevo fuggire, era evidente. Dovevo fuggire e non avevo uno straccio di piano.
- Sessantadue.
- Quaterna!
Sempre lo stesso schema: la stessa battuta idiota che nelle tavolate di Natale avevo sentito provenire dalla bocca del parente che si ritiene simpatico veniva riproposta in quella situazione. Gli ufficiali si davano ampie pacche sulle spalle: il loro senso dell’umorismo, con tutta evidenza, era commisurato alla loro pochezza di esseri umani, alla scarsa considerazione della vita che ci aveva portati in un cortile a sperare che non estraessero il nostro numero per vivere un istante in più, forse un’ora. Per sentire ancora dieci volte, forse venti, l’ufficiale basso gridare “terno” o chissà che. Guardai il numero ventisei fissato alla mia camicia: avrei voluto strapparlo, confondermi fra gli altri, ma sapevo che quella sarebbe stata solo una via preferenziale per la morte.
- Settantasette.
- Gambe di donna.
Già: la smorfia. Anche quella non mancava mai alle tavolate con i parenti: c’era sempre qualcuno in grado di dire esattamente a cosa corrispondesse, che ne so, il numero 71 o il 53. Facevano di tutto per non farci rimpiangere la tombola: ci proponevano tutte le idiozie tipiche di quelle serate natalizie. Certo, meno la neve fuori.
Il ricordo di quelle serate distolse la mia attenzione dalle estrazioni. Delle sere prima della guerra, in generale: io e Isabella davanti al camino, i bambini a giocare o a guardare la tv. Qualche ospite, ogni tanto. Tutto sommato una vita gradevole, ma non mi pentivo di avere imbracciato il fucile. Avevo ragione, a non pentirmene: di fronte all’estrazione che di lì a qualche minuto avrebbe decretato la mia morte era evidente più che mai che sarebbe stato il destino, e non una mia scelta, a decidere della mia vita. Alla fine mi avevano catturato solo per caso: i soldati lealisti avevano deciso di passare per le armi gli abitanti di Bergotto per vendicare l’attentato del giorno prima, e solo per un accidente, per la decisione di far provviste proprio in quel momento, fra gli altri avevano arrestato anche me. Ero l’unico, lì, a meritare davvero la morte. L’unico combattente fra 89 civili inermi.
Il numero 83 mi passò davanti in lacrime: la paura gli si disegnava sul volto. Era un ragazzotto smilzo: long’ammatula, l’avrebbero chiamato dalle mie parti. Inutilmente alto, troppo perché i suoi muscoli potessero reggerlo. Lanciò un urlo ben prima di entrare nella camera bassa e puntò i piedi, ma la sua resistenza fu vinta in pochi istanti: l’unico risultato che ottenne fu una pausa in quella canzone sconcia, ma la sua sorte era comunque segnata. Ecco: cos’avrei fatto io, come avrei reagito all’estrazione del mio numero?
- Ventuno.
- Un’altra cinquina!
Il 21 era stato arrestato con me: era il droghiere del paese e ogni settimana mi vedeva fare incetta di cibo. Lo guardai passare e trattenni il fiato: ebbi come la paura che potesse denunciarmi ai soldati per salvarsi la vita, come se anticipare la fine di un guerrigliero potesse saziare la loro voglia di sangue. Mi guardò anche lui: nei suoi occhi v’era forse una condanna, forse l’idea che stava morendo per colpa mia, forse il rimprovero per non essermi ancora fatto avanti. O forse mi stava chiedendo di badare ai suoi figli, se mi fossi salvato, forse di chiamare rinforzi ed espugnare il forte.
- Nove.
Non eravamo rimasti in molti: nel cortile contai una ventina di persone al massimo. Uno stormo di strani uccelli neri, come grandi corvi, si levò in volo gracchiando e coprì i primi versi della canzone. Mi fu quasi di sollievo sentire la morte gracchiarmi intorno.
- Ventisei.
Eccolo, il mio turno. Il soldato mi guardò e si diresse verso di me.
- Scusa – intervenne l’ufficiale basso – il 77 è già uscito?
Ironico, pensai: mancava all’appello solo il parente rincoglionito, quello che non segue il gioco e si perde i numeri estratti, e mi toccava sentirlo proprio un istante prima di andare a morire.
- Sì – gli rispose l’ufficiale alto.
- Allora ho fatto tombola con l’82.
- Alt! – ordinò l’ufficiale estrattore. – Liberate tutti i prigionieri: lo spettacolo è finito.
Il militare al mio fianco si fermò.
- Sei fortunato – mi disse lo spilungone indicando il suo socio. – Ricorda questa faccia: quest’uomo ti ha salvato la vita. Si presenti, caporale.
- Caporale Angelo Bolleri – obbedì quello.

Detto questo, vi saluto per un paio di settimane. Vado a conquistare il potere in due o tre Paesi del Nord Africa e poi ci rivediamo. Prossimo racconto il 15 febbraio.

lunedì 31 gennaio 2011

Il pozzo

Il cancello si aprì con un cigolio intenso e lunghissimo. Alle spalle della possente struttura in ferro battuto nero un giardino meraviglioso si apriva davanti a me: alberi altissimi e frondosi, piante esotiche delle quali non sospettavo l’esistenza, uno scrosciare di fontane. In fondo, una scala. Altissima.
Entrai nella villa: sapevo di non potere tirarmi indietro, a quel punto. Le gambe si muovevano pesanti, come se avessi camminato per ore. Eppure non mi sembrava di avere camminato così tanto: anzi, a memoria, mi sembrava di essere nato lì, davanti a quel cancello. Due cani, due grossi cani neri, mi diedero il benvenuto. Un benvenuto a modo loro: correvano abbaiando e ringhiando, senza che nessuno potesse controllarli. Guardai la scala: era troppo lontana. Non avevo vie di fuga: era forse questa la morte che mi aspettava?
Fu uno sferragliare a salvarmi: il rumore delle catene che si tendevano e frenavano i cani a pochi metri da me mi raggiunse prima ancora che potessi rassegnarmi a essere sbranato dagli animali, prima ancora che potessi accorgermi che i due molossi erano inoffensivi. Una goccia di sudore mi bagnò il petto.
Mi inerpicai per la scala. Bussai al grande portone della villa, chiesi del proprietario e fui accolto in un enorme salone. Attesi per un tempo che mi sembrò eterno. Infine il Conte arrivò da me.
- L’hai portato? – mi chiese.
- Certo, signore – risposi. – È il cuore, come avevate chiesto.
Cavai dalla mia borsa un fagotto sanguinolento e lo consegnai al mio ospite.
- Devi essermi molto devoto per portare qui il cuore di tuo figlio – osservò.
Lo guardai: non sapevo che fosse il cuore di mio figlio. Anzi, a ben pensarci, non sapevo proprio di avere un fagotto nella bisaccia, né tantomeno che quel che fagotto contenesse un cuore. Il Conte ripose il fagotto e mi guardò.
- Adesso – soggiunse – la magia si compirà.
Il Conte batté le mani. Alle sue spalle due servitori enormi portarono un calderone fumante: il Conte immerse il cuore nel pentolone e osservò il fumo prendere la direzione del vento.
- Saranno mesi di carestia – decifrò. – Al termine di queste giornate terribili, però, saremo più forti. Saremo invincibili.
Calò un mestolo nel pentolone. Ne trasse un liquido denso e sanguinolento. Odorava di sudore. Con calma, lo versò in una borraccia e me la consegnò. Curiosa borraccia: di cuoio, ma con il disegno di un pozzo su una delle pance.
- Questo – spiegò – è l’elisir della vita eterna. Basterà berne un sorso perché ogni malattia sia vinta, perché ogni ferita patita in guerra possa essere sconfitta.
Il Conte fece una pausa. Mi fissò, come a leggere in me, anziché nel fumo, il futuro della nostra terra.
- Ma tu – proseguì – non potrai raccontarlo.
Batté le mani due volte. Due armigeri entrarono nel salone dalle mie spalle e mi afferrarono per le braccia.
- Uccidetelo – disse. – Nessuno che sia capace di tradire il sangue del proprio sangue potrà essere fedele a me.
Fui condotto in un’altra sala, ancora più grande. Un uomo buffamente abbigliato lesse una pergamena.
- Per il tradimento dei valori di lealtà, per il pericolo che rappresenta per le nostre terre e per la sopravvivenza del nostro popolo tutto – annunciò pomposo – quest’uomo oggi sarà ucciso per decapitazione.
Mi legarono a una gogna. Il boia era accanto a me: la sua spada era lucentissima. L’alzò, ma attese qualcosa. Infine arrivò: una tromba annunciò l’esecuzione. Si ripeteva, monotona, e sembrava non finire. Ne gioii: finché quella tromba non avesse smesso di suonare sarei rimasto in vita.

Aprii gli occhi. La sveglia mi richiamava alla realtà. Una realtà fredda: la finestra era rimasta aperta. Mi alzai e la richiusi. La sentii cigolare.
Mi avvicinai al bambino: la sua fronte scottava ancora. Era sudato, poverino.
- Papà – mi disse. – Ho sete.
Presi dal comodino una borraccia e la diedi al bambino.
Lo vidi bere, e solo allora notai che su una delle pance era disegnato un pozzo.
Ne fui sorpreso: sapevo di averlo sognato, ma non ricordavo come.
- Sogni – sorrisi. – Non ce n’è uno che sopravviva al mattino.

giovedì 27 gennaio 2011

La macchina del tempo

Silenzio. Arturo si guardò intorno: niente, nessun ticchettìo, se non quello taciturno delle tastiere. Niente, in confronto al rumore che conosceva, a quel meraviglioso frastuono delle macchine per scrivere. Ne aveva sentite venti, trenta, quaranta in contemporanea, e su quell'orchestra dall'arrangiamento intangibile aveva imparato ad appassionarsi, a indignarsi, a riflettere. Aveva imparato a cogliere le sfumature delle parole scritte, a riconoscere il suono metallico perfetto di una Lettera 32 dallo sferragliare incerto di una vecchissima M1, a distinguere l'ansia del “biondino” dalla stanchezza del cronista scafato. Gli mancava, quel mondo, gli mancava senz'altro.
Gli mancava tutto, adesso che era a un passo dalla pensione. Adesso che dall'adrenalina di uno scrivente era passato al desk, a un ruolo di responsabilità: gli avevano affidato la prima pagina, un'autostrada verso la pensione, il riposante gioco della fiducia. E fiducia dovevano averne: a mezzanotte, all'una, quando i colleghi erano tutti a dormire o a bere una birra, lui rimaneva lì, da solo, senza l'assistenza di un caporedattore e men che meno del direttore, con l'incombenza di un titolo efficace, estremo difensore del quotidiano dal folleggiare della cronaca.
La cronaca. Quella se n'era andata, col tempo. Aveva seguito l'odore della colla ed era scomparsa da quelle scrivanie: la nobile abitudine di appiccicare striscioline di carta con i titoli da comporre a video in tipografia era stata sostituita da quella, meno cavalleresca, di raccogliere un'agenzia dal Telpress e metterla in pagina, senza verifiche né sforzo alcuno. Era pur sempre un modo d'incollare, in fondo, e col tempo l'editore aveva capito che dei redattori, degli informatori, dei collaboratori poteva benissimo fare a meno: bastava soltanto qualcuno che fosse capace di leggere un'Ansa e capirla, soppesarla, bilanciarla con un'AdnKronos e il gioco era fatto. Un giornale, purché fosse. Qualcosa di identico a tutti gli altri. Senza vita. Senza odori. Senza storia.
Le storie. Con la colla erano andate via pure quelle: l'intrecciarsi di concretezza, di sofferenze e di virtù, di angosce e pregiudizi, di delitti e castighi, polemiche e conseguenze, negli anni, era sparito. Sparito da tutti i giornali, non solo dal suo: forse era per questo, credeva, che il berlusconismo aveva potuto prendere piede in Italia. Perché nessuno più faceva il mestiere di incollare striscioline di carta, perché nessuno sapeva più quanto sono duri i tasti di una macchina per scrivere e quante imprecazioni costa, quanta fatica c'è in una lettera fuori posto.
Accarezzò il telefono. Compose il 271: rispose Ennio, l'ultimo dimafonista, l'unico forse che come lui aveva visto sparire il mondo di cui era innamorato. Nessuno più dettava i pezzi al telefono: una mail, un click col mouse, e la corrispondenza era gioco fatto. Sorrise: pensò a quante volte, prima che la parola Word entrasse nel suo vocabolario, aveva contato le battute “a orecchio”, a come aveva imparato a misurare gli articoli senza che nessun altro lo facesse per lui. Ennio, dall'altra parte del telefono, ripeté il suo “pronto”, ma Arturo non aveva niente da chiedergli: voleva solo sincerarsi di non essere l'ultimo giapponese, l'ultimo uomo d'un'altra epoca rimasto sulla terra. Avrebbe potuto confidargli le sue angosce, la consapevolezza che, come lui, anche Ennio era destinato a un pensionamento che non prevedeva sostituzione, ma finse di avere sbagliato numero. Ennio, in fondo, era a fine turno, ed era giusto che tornasse tranquillo a casa. Era a fine turno come tutti. Meno lui.
Le luci si spegnevano progressivamente. Arturo vide sfilare Colomba, il cronista giudiziario, poi De Luca e Bono. Andarono via anche gli altri, e una sola luce restò accesa: quella di Tedesco, il giovane cronista parlamentare. Non era più un “biondino”, un giovane giornalista alle prime armi: ormai lavorava lì da quattro o cinque anni, ma aveva conservato l'entusiasmo dei primi giorni, tanto da rimanere fino all'ultimo in redazione per cogliere quella dichiarazione in più, quella sfumatura non colta, quell'intuizione imprevedibile. Arturo avrebbe voluto alzarsi, metterlo in guardia: “Stai attento, Marcello, stai attento. Il tempo sconfiggerà anche te, ti renderà obsoleto, annoiato, abitudinario. Fuggi, finché sei in tempo: metti in salvo il tuo entusiasmo”.
Troppo tardi. Mentre Arturo sceglieva le parole anche Marcello Tedesco andò via: il miagolio di Windows segnalò l'arresto del sistema, poi il giornalista spense la luce, chiuse la porta dell'ufficio e infilò il corridoio. Ancora una volta, quella sera, Arturo era stato sconfitto dal tempo: l'aveva guardato scorrere via, impotente, e non aveva fatto nulla per riportarlo indietro. Già: riportarlo indietro. Gli sarebbe piaciuto, avere una macchina del tempo.
Un'intuizione gli balenò in testa. Raccolse il mouse, lo spostò rapidamente. Completò il lavoro e guardò l'orologio: la prima pagina fu pronta in pochi minuti. Stampò, diede un'occhiata al foglio e si avvicinò verso il muro. La posta pneumatica: già, anche quella era rimasta indenne al tempo. Infilò il foglio in un bussolotto, lo appoggiò sulla bocca del tubo e pigiò il pulsante. Una voragine aspirò la prima pagina verso la tipografia.

Il giorno dopo Arturo non andò al lavoro. Comprò il giornale, lo tenne stretto e andò all'aeroporto. Salì sul primo aereo e solo allora lesse il titolo.
“Leone rassegna le dimissioni
Verso un governo di centro-sinistra”
Mancava un dettaglio: quel giorno il pezzo lo aveva scritto lui. Ma il tempo, ora, era comunque alle sue spalle.
Arturo sorrise.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il disgusto

Il disgusto, ecco cosa mi dà: Palermo mi dà il disgusto. Chiudo bene il portone, ché poi entrano i ladri. Esco in strada: traffico, rifiuti, odore di lercio. Città sporca, gente sporca: meridionali. Folla vociante, bucato al balcone, clacson senza sosta. Immondizia: accanto al cassonetto, accatastata, ma anche per strada. Sul bordo del marciapiede, a intasare i tombini, in mezzo alla carreggiata. E loro? Loro non se ne accorgono. Lo ignorano, lo danno per assodato.
Arrivo all'auto. C'è un volantino: prestiti facili, mi suggerisce. Pezzenti: non hanno i soldi per campare, ma s'indebitano. Compreranno un'auto di cui non hanno bisogno, un gioiello pacchiano, un vestito per festeggiare chissà che. Per fare tardi e ubriacarsi, cantare, urlare in mezzo alle strade. Salgo a bordo: scendo verso piazzale Ungheria, svolto a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra. Tiro dritto, arrivo in piazza Politeama: fermo al semaforo, fermo ad aspettare che passi l'ennesimo corteo. Il tizio accanto a me è troppo grasso, troppo irritato, troppo sanguigno. Suona il clacson: lo suonano tutti.
Davanti a me sfilano in venti. La polizia li scorta, li tutela, li tollera. Basterebbero trenta secondi, e invece eccoli lì: si fermano, gridano qualcosa, poi fanno un paio di metri e si fermano ancora. Invocano briciole di precariato, un'altra stabilizzazione che non arriverà mai, sperperi eterni a spese di mamma Regione. Il capopopolo è un uomo enorme: alto, ma soprattutto grassissimo. Come avrà fatto a ingrassare con lo stipendio da lsu? Lavora in nero, è sicuro. Forse è un ex-detenuto, perché anche a quelli danno il lavoro. Mentre me lo chiedo, il corteo scivola via. La polizia municipale riapre la strada, si mette da parte, fa cenno di andare. Ho un'esitazione, ma dura un attimo: un clacson, un altro clacson, mi invita a proseguire. Perentorio, indifferente ai tre vigili alla mia destra. Ha ragione: se ne fregano, non lo multano. Scorro via.
Supero via Emerico Amari, arrivo al porto. Puzza. Puzza di inquinamento, di scarichi a mare ignorati per decenni, di chissà quali rifiuti “speciali”, non so se mi capite. Sul giornale parlavano di tonnellate di tritolo, ma certo anche qualche cadavere sarà finito fin laggiù. Scivolo su via Crispi, arrivo in via Montepellegrino. L'ortofrutticolo, un altro spettacolo: resti di ortaggi in mezzo alla strada, bancarelle, aria da suk. È la parte più difficile: contenere il disgusto, contenere il disgusto, contenere il disgusto. Proseguo per via Rabin, giro a sinistra, arrivo in piazza Leoni. Al semaforo un negro si fa avanti: gli dico di no, ma lui appoggia lo stesso la spugna sul parabrezza. Metto in azione i tergicristalli, impreco, lo mando via. Sorride ebete, alza le spalle, importuna qualcun altro.
Prendo viale Diana, la Favorita. Un parco meraviglioso, guardate com'è ridotto: sporcizia ovunque, chissà quanti delinquenti, chissà quante siringhe. Là dietro, sicuro, c'è qualcuno che si droga. Qualcuno che fa chissà cosa, mentre nessuno controlla. Assedio: cani randagi, auto a 150, clacson impazziti. Accosto. Abbasso il finestrino. Parlo.
- Quanto bocca-culo?

lunedì 24 gennaio 2011

Cena per quattro

- Ho portato del vino. Un buon Nero d'Avola, che ne dite?
Luca piazzò la sua bottiglia da 5 euro nella mano che attendeva un cappotto. Un filo di imbarazzo lo percorse: non sapeva farle, quelle cose. Non sapeva mai quando consegnare la bottiglia: sfilarsi il cappotto e poi mostrare il proprio modesto contributo alla cena oppure cavarsi subito il dente? Sorrise pensando a quel che avrebbe detto Alice: erano problemi infinitesimali che affannavano solo lui e nessun altro, ridicole etichette a cui si appigliava. Non le dava retta, naturalmente: era convinto che fossero i dettagli a fare la differenza, sebbene fossero proprio i dettagli a metterlo in difficoltà. Il risultato, comunque, era negativo: adesso, mentre si sfilava il cappotto, le mani di Giulia non lo attendevano più, impegnate com'erano a rimuovere dalla tavola l'Amarone che era stato scelto per la cena. Si limitò ad appenderlo all'attaccapanni. La casa era silenziosa.
- E Filippo?
Ennio guardò Giulia. Un lampo corse nei loro sguardi.
- È tornato al suo paese - rispose il padrone di casa.
- In Ucraina? - insisté Luca.
- Sì - intervenne Giulia. - Sai com'è? L'agenzia pretende che ogni tre mesi il bambino torni a casa, sai? Per non perdere la confidenza con la lingua, i… come dicono, Ennio? I… contatti col territorio.
Alice rise sguaiata.
- Sarà il bambino più invidiato del villaggio, grasso com'è.
Il gelo piombò nella stanza. Persino Alice lo capì: smise di ridere e fece un'osservazione sul tempo, riportando la conversazione a un livello da ascensore. Ennio riprese il pallino in mano.
- Vogliamo adottarne un altro, capite?
- Ma sì, certo - abbozzò Luca. - Un fratellino. Era questo l'annuncio che volevate farci?
- No, per quello c'è tempo. Prego - fece Ennio indicando una sedia.
Giulia corse in cucina, risalendo la corrente del profumo che invadeva la stanza. Tornò con un paio di piatti di pasta.
- Pappardelle al ragù bianco di maialino nero dei Nebrodi insaporito al Syrah - annunciò entusiasta.
L'odore era niente male, ma il sapore era decisamente migliore. Giulia era una grande cuoca: sin dai tempi di scuola, quando Luca in fondo le faceva il filo, la ragazza aveva sempre avuto una grande dimestichezza coi fornelli. Col tempo era ingrassata e aveva perso il proprio fascino, ma non la capacità di deliziare il palato.
- L'annuncio - spiegò Ennio mentre gli ospiti mangiavano il primo - è legato proprio a questa cena. Vogliamo farlo diventare la nostra attività, capite?
- Aprire un ristorante? - chiese Alice.
- No, non esattamente - replicò Giulia. - È la moda del momento, sapete com'è? Cene in casa, cioè: noi mettiamo l'annuncio su internet, raccogliamo le prenotazioni e… spiegalo tu, Ennio. Insomma: cuciniamo per una decina di persone a menu fisso.
- Non ci farete mica pagare? - domandò Alice con un'altra risata.
Ennio la guardò, pensando che Luca, alla fine, aveva scelto una moglie senza tatto. Non sapeva se rispondere, ma alla fine optò per una battuta.
- Al limite dovremmo pagarvi noi - sorrise. - Siete le nostre cavie.
- Ci è andata bene - proseguì Alice, stavolta senza ottenere risposta.
Giulia tornò in cucina: ne uscì con due piatti fumanti.
- Guanciale al forno in crosta di mandarino - disse stavolta.
Anche il secondo era molto buono: aveva un retrogusto vagamente dolciastro che Luca attribuì al mandarino, ma niente che fosse fuori posto.

La cena proseguì relativamente tranquilla: Luca e Giulia parlarono degli anni di scuola, Alice si esibì in un'altra decina di battute sgradevoli ed Ennio cercò di mantenere saldi i nervi.
- E allora? - chiese Ennio sulla porta.
- Allora approvato - rispose Luca. - E poi, insomma, lo sappiamo: Giulia è una grande cuoca.
- Già: nessuno cucina meglio di chi adora mangiare - aggiunse Alice.
Ancora una volta nessuno le rispose. Luca arrossì per la moglie, salutò l'ex compagna di scuola e il marito e si accomiatò. Visto il comportamento di Alice, forse non sarebbero stati più invitati.
- Al limite - disse entrando in auto - una volta o l'altra potremmo prenotare una di queste cene.
- Purché non si facciano pagare - rise Alice.
Luca si chiese perché l'avesse sposata.

- Mi spiace - disse Giulia a Ennio. - Luca è un amico, ma Alice è proprio impresentabile.
- Beh, comunque è stata una bella cena. Complimenti, amore, non c'era un solo dettaglio fuori posto, capisci?
- Non lo so, ma se non se ne sono accorti loro non se ne accorgerà nessuno. Non conosco nessuno più pignolo di Luca.
- Certo, amore: la storia del ritorno al paese regge sempre, capisci?

giovedì 20 gennaio 2011

Non è la posizione adatta

Nuovo racconto a quattro mani: stavolta con paté d'animo.

© Simon Howden
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Ci sono il vento e il sole, qui, oggi.
Mi si gelano le mani ugualmente a stare seduta sul gradino.
Non è la posizione adatta.
C'è una vespa fuori stagione che non vola ma striscia raso terra, con le ali mezze aperte; c'è un tizio che parla seduto in auto e sbatte forte il pugno sul volante; c'è il gatto mai visto prima che arriva, mi guarda e si siede sui miei piedi.
No, non è la posizione adatta.

Mi adeguo: spengo la sigaretta, scosto il gatto con una carezza e attraverso la strada. Il tizio sembra interessato: appena passo davanti a lui la telefonata si interrompe, ma non scende. Mi guarda il culo, probabilmente.
Ci sono abituata. So come sono fatti gli uomini: se una ragazza passa davanti a loro non possono fare a meno di soppesarne il culo. Di analizzarlo con cura: probabilmente, soprattutto dopo una telefonata litigiosa, valutano la possibilità di provarci, se il culo in questione è accettabilmente carino, se la ragazza lo è. E io, oggi, sotto questo sole, mi sento molto più che accettabile.

Lo ignoro, naturalmente. Arrivo nel parco di fronte, trovo una panchina sufficientemente illuminata e mi siedo spalle alla chiesa. Il gatto, dall'altra parte della strada, scivola via come se niente fosse.
In questa posizione, per caso, scopro che riesco a vedere perfettamente il tizio nella macchina che apre lo sportello, mi rivolge uno sguardo e riattacca a telefonare. Adesso pare più tranquillo, rilassato, sorride... Non è ancora la posizione adatta.
Ma ora sento cosa dice. Presumo: telefonata ad un amico, convenevoli noiosi, aggiornamenti inutili, risata grassa, e di rito "eh, stavolta mi ha beccato un sms... sgamato di brutto!", altra risata grassa.
Presumo. O pregiudico? Alla fine, in questa scomoda posizione, di distanza, che scelgo volontariamente, la mia realtà si avvera solo per me, posso trovare scuse per l'odio, la supponenza, la vendetta. Scelgo io il filtro per le parole altrui, mi accontento di uno sguardo superficiale senza voler vedere e ascoltare altro.
Mi racconto la sua storia come fosse la mia.

È tornato a casa dopo il lavoro. “Ciao amore”, saluti d’ordinanza, una carezza ai bambini. Il giocattolo nuovo per il figlio più piccolo – Mario o Salvatore, un nome non troppo ricercato, probabilmente quello del nonno – è un pallone. Non brilla per fantasia. “Vado a fare una doccia”, il cellulare sul tavolo, la tragedia. Urla, piatti rotti, “chissà a chi voleva mandarlo”. Trattative estenuanti, “ora la chiamo in vivavoce e ti dimostro che non c’è nulla”, lacrime, bestemmie, “tu stanotte dormi dove cazzo ti pare ma non qui”, i bambini in camera. La valigia che ora s’intravede sul sedile posteriore riempita in fretta e furia, la fuga in auto. La richiesta di asilo a un paio di amici, la complicità.

Esce dall’auto. Parla camminando. La risata si fa isterica. Mi smentisce.
- Sì, dieci giorni di sospensione.
- ...
- Senza stipendio, certo, altrimenti sarebbero ferie.
- ...
- No: la terza. Una volta due minuti di ritardo, un’altra una mail privata, stavolta un sms.
- ...
- Anche meno di tre mesi. Per me è un modo morbido per prepararmi al licenziamento.
- ...
- Guarda, io li manderei anche a fanculo, ma poi che cazzo faccio?
- ...
- Ma dove, Stefano? Dove? Con la crisi che c’è?
- ...
- Vabbeh, capisco. Grazie, Ste’, non pensarci.

Tira fuori una pistola. È un istante.
No, non è la posizione adatta.

mercoledì 19 gennaio 2011

Farewell Kitty

Mi perseguita. Lo fa da anni. Mi spia: sorveglia ogni mio movimento.
Non sopporta l'idea che io mi sia dimesso da quella cazzo di fabbrica, così manda i suoi agenti in giro per la città a tenermi d'occhio. Ormai ho capito il suo gioco: colgo i dettagli, i particolari, le sfumature.
Oggi, per esempio. Anche volendo ignorare le decine di ragazzine con quell'orrenda magliettina rosa e la sua faccia, perché in fondo ho lavorato per produrle e so che si vendono bene, ho comunque le prove della persecuzione: ero in piazza Politeama, stavo attraversando normalmente la strada ed eccola lì, ferma al semaforo. Una Smart, e va bene. Rosa, e va un po' meno bene ma i gusti sono gusti. Con la faccia di Hello Kitty sulle fiancate. E un uomo a bordo. Troppo, no?
Torno a casa, tranquillo. Mi affaccio al balcone, e cosa vedo? Un asciugamano rosa. Hello Kitty. Scendo a comprare le sigarette: una ragazzina con lo zainetto di quel gatto spione. Lo so bene cosa fanno: lo so perché ci ho lavorato. Usano quello sguardo ammiccante, che ispira tenerezza, per controllarci. Da bambini, direttamente, con un Gps. Ma anche indirettamente, con una webcam: per questo mi hanno mandato i loro sgherri. Vogliono conquistare il mondo.
Lo dirò al dottore Passantino, ma so che non mi darà retta. Dirà la solita cosa, già me lo vedo: “Dovrebbe trovare un lavoro, Li Calzi. Un lavoro e lo stress passerà”. Non lo sopporto. Soprattutto non sopporto che mi chiami per cognome. Forse è un agente pure lui.
(tratto dal diario di Nicola Li Calzi, 10 febbraio 2010)

In data 11 febbraio 2010 perveniva allo scrivente Commissariato di PS una segnalazione anonima da via dell'Olimpo 12 circa la presenza di un uomo armato di fronte al locale stabilimento della ditta COMPROFAD s.r.l., responsabile per la Sicilia occidentale della produzione di oggettistica per la nota marca HELLO KITTI. Una pattuglia veniva inviata sul luogo e l'agente Domenici riferiva a questo Commissariato trattarsi di sparatoria in corso. Un disoccupato, successivamente identificato in LI CALZI Nicola, nato a Palermo il 30 aprile 1975 e residente in Palermo, in via del Levriere 12, ex dipendente dell'azienda, brandiva una pistola modello Beretta 92FS, regolarmente dichiarata, e sparava all'impazzata contro le finestre del suddetto stabilimento, provocando svariati danni ancora da quantificare.
Dopo aver convinto il LI CALZI a deporre l'arma, l'agente Domenici procedeva all'arresto in flagranza di reato ai sensi dell'art. 381, comma 3, sub lettera h c.p.p, per il reato di cui all'art. 635, comma 2 c.p. L'arrestato veniva posto a disposizione dell'Autorità Giudiziaria per la convalida dell'arresto.
(tratto dal verbale di Polizia Giudiziaria
redatto dal vicequestore Giovanni Marino)

Una porta si aprì. La caverna era piuttosto tetra: sembrava strappata a un film sparatutto anni Settanta, con il Cattivo in fondo all'antro ad accarezzare un gatto nero.
- Ha chiamato l'agente Passantino, Signore. L'hanno preso.
Il Cattivo uscì dal cono d'ombra. Era un enorme gatto rosa.
- Era ora.
Un ghigno riempì la stanza.

lunedì 17 gennaio 2011

Referendum 21

“Si spogli”, disse l’agente Mangiaracina. Fece una pausa, prima di continuare: lo guardò dall’alto in basso, come per soppesarne la consistenza, e socchiuse le palpebre. A Giulio sembrò che gli stesse ammiccando ancor prima che la poliziotta gli impartisse il secondo ordine. “Completamente. Si spogli completamente”.
Era un gran bel vedere, l’agente Mangiaracina. Bionda, ma dalla carnagione scura, con occhi di un nocciola intenso e labbra turgide che nascondevano a fatica una lingua ballerina. Naturale che al momento di sfilarsi i boxer Giulio fosse in preda a una solida erezione: nonostante la situazione fosse fuori dal suo controllo, ma forse anche per questo, per quella vaga sfumatura bondage delle sue preferenze erotiche, l’ordine impartito dalla poliziotta gli fece correre il sangue alla testa e, com’era del tutto evidente, non solo lì.
La poliziotta, del resto, gli ricordava Eva. Forse l’agente aveva un seno un po’ meno generoso, ma in generale era lo stesso tipo di ragazza. La fissò: le labbra, in particolare, erano l’elemento di contatto più forte, ma anche il taglio degli occhi e il colore dei capelli erano singolarmente somiglianti a quelli di Eva. Cioè, in qualche modo, al motivo per cui era finito in carcere.

Era naturale, in quella situazione, ripensare a Eva. Era stata una folgorazione, la sua: avrebbe fatto qualsiasi cosa, per conquistarla, e in effetti si era fatto trascinare un po’. Niente di pericoloso, niente che Giulio non avesse fatto per altre ragazze, ma forse un po’ noiosa, come occupazione per una domenica pomeriggio.
Eva era un’attivista del Comitato per il referendum 21, e pur di portarsela a letto Giulio aveva accettato di iscriversi a sua volta. Era finito in centro con una coccarda al petto e un banchetto instabile, ma quando aveva dato la propria disponibilità non aveva capito che sarebbe stato solo. Senza Eva, senza il motivo per il quale aveva accettato di inseguire passanti per convincerli a firmare per la consultazione. “Salve, può dedicarmi un minuto per una causa importante?”, chiedeva, ma lo sapeva anche lui che quella causa non era in fondo così decisiva per le sorti del Paese. Anzi, in definitiva, pensava che il motivo per il quale doveva infastidire la gente fosse del tutto irrilevante: a chi volete che importi niente del referendum per abolire il divieto di far indossare maglioncini ai cani? In realtà, nel profondo delle sue vaghe convinzioni politiche, ma anche del suo senso estetico, credeva che impedire che i boxer fossero imbracati in gilet di lana orrendi fosse persino una decisione di civiltà.
I risultati, com’è ovvio, erano conseguenti. Aveva preso servizio al banchetto alle 10, e all’ora di pranzo non aveva ancora raccolto una firma sui moduli prestampati che fosse una. Stava per decidere di fermarsi e andare a mangiare un boccone con un bel boccale di birra, ma rimandava la decisione perché era convinto che se fosse tornato senza nessun risultato al Comitato se la sarebbe potuta scordare, quella benedetta scopata. Era una spirale da ansia da prestazione, in fondo: non sapeva se interrompere la ricerca o proseguire, ma nel frattempo se ne stava lì a pensare e non fermava nessuno. Il tempo scorreva, le auto continuavano a sputacchiargli gas in faccia e il risultato si allontanava. Il Risultato, quello con la R maiuscola: Eva stesa fra le lenzuola di camera sua, mica il referendum.
A far arrivare la prima firma, infatti, fu una richiesta spontanea. Giulio non l’aveva neanche notata, tanto era assorto: si fermò davanti a lui, lo fissò e gli chiese di firmare. Anzi, per l’esattezza, la domanda fu minimamente differente: “Se io sostengo la tua causa, tu sosterrai la mia?”. Giulio alzò gli occhi dai volantini propagandistici e si sentì mancare il fiato: non per il vestitino a fiori gialli, rossi, verdi, blu e viola che la ragazza indossava, e che già di per sé avrebbe fatto sussultare chiunque per la sua singolare bruttezza, e neanche per il fatto che quel vestitino era talmente leggero che sembrava aspettare un soffio per volare via, ma proprio perché quella era senza dubbio la donna più bella che gli fosse mai capitato di incontrare. Alta, filiforme e quindi non dotata di un seno particolarmente degno di nota, ma con un viso dalle proporzioni perfette. Mora, con i capelli vagamente ondulati, occhi di un verde smeraldo ricco di sfumature e, ancora una volta, labbra carnose e increspate: molto meglio di Eva, qualunque fosse la sua battaglia politica. “Va bene – disse – ma spiegami qual è la tua causa”. Prima che la ragazza potesse iniziare a parlare Giulio la fermò: incassò la firma, ripiegò il banchetto e le propose di pranzare con lui. “Mi sembra un’ottima idea”, sorrise la ragazza tendendo la mano. “Io sono Giada”.
Non si allontanarono di molto: Giulio si fece accompagnare all’auto, posò il banchetto e i volantini nel portabagagli e le propose di sedersi in un pub con cucina tedesca poco lontano dalla sua zona di attività. Giada non aspettò di sedersi per iniziare a discutere della sua causa, ma sembrò voler prendere l’argomento molto alla larga. Era sospettosa, la ragazza: gli fece numerose domande su cosa gli piacesse e cosa no, ma il tono era vagamente inquisitorio, come se ogni risposta di Giulio fosse determinante per il prosieguo della conversazione. Lui, dal canto suo, per non perdere un’occasione del genere si tenne abbastanza sul vago: giudizi non troppo tranchant, nessuna levata di scudi estetica, soprattutto perché se la ragazza trovava naturale andare in giro con un vestito del genere evidentemente non era granché dotata di gusto. L’interrogatorio durò una decina di minuti prima del pranzo e proseguì durante la degustazione di un weisswurst con kartoffelsalat, ma alla fine Giada si decise a scoprire le carte: “Sono del FLCG e vorrei che ti unissi a noi”.
Il FLCG. Ovvero il Fronte per la Liberazione del Cattivo Gusto, una formazione terroristica della quale si sospettava l’esistenza, ma che molti ritenevano fosse solo una balla giornalistica, un espediente per giustificare l’inserimento di specchi stuccati e lampadari dorati in alcuni uffici pubblici. Atti dimostrativi ma mai rivendicati: i giornali avevano ipotizzato che la nuova formazione terroristica volesse protestare in questo modo contro la messa al bando degli oggetti rococò decisa dal governo quattro mesi prima e contro il divieto di utilizzare la parola “kitsch”, ma non c’era mai stata una rivendicazione che facesse pensare a un’iniziativa organica. Adesso Giulio ne aveva la prova: non solo il FLCG esisteva davvero, ma utilizzava gnocche di sorprendente bellezza per adescare adepti. E la pratica, evidentemente, dava i suoi frutti: Giada gli spiegò che il Fronte, in meno di tre mesi, aveva già raggiunto un milione di militanti. Probabilmente gonfiava i numeri, ma non era quello il punto.
Una formazione terroristica. Diventare un individuo misterioso, un pericolo per la società: Giulio era attratto dalla possibilità che gli veniva offerta, oltre che da chi gliela stava offrendo. Accettò. Giada pretese di pagare il conto, si alzò mostrando un culo scultoreo che lì per lì Giulio non aveva notato e lo invitò a seguirla. Lo portò in un palazzone neogotico del centro, sussurrò una parola d’ordine che assomigliava a qualcosa come “La storia di Giovanni e Margherita” e gli presentò altre due amazzoni che dissero di chiamarsi Sonia e Lavinia. La prima immagine che balenò nella testa di Giulio fu una gang bang: districarsi fra Giada, Sonia e Lavinia riflesse in tutti quegli specchi non sarebbe stato male, pensò il ragazzo dando un’occhiata al profluvio di statue neoclassiche che ingombrava la stanza. Le tre fermarono la sua fantasia erotica spiegandogli quale sarebbe stato il suo rito di iniziazione: Giulio fu deluso, quando scoprì che non si trattava di performance di sesso estremo. Tutt’altro: avrebbe dovuto distribuire un centinaio di nani nei giardini della città, ma anche imparare a memoria la formula rituale di giuramento. Naturalmente le tre ragazze condirono la richiesta con argomentazioni sulla necessità del cattivo gusto per fare emergere la bellezza, sul diritto alla libertà d’espressione e sulla temporaneità delle categorie estetiche, ma Giulio tendeva a provocare il vuoto pneumatico nel cervello durante tutte le parti più strettamente politiche. Accettò l’incarico, specificando che avrebbe iniziato il giorno successivo. “Giusto il tempo di restituire i moduli per il referendum 21 per non dare troppo nell’occhio”, spiegò.
La mattina successiva, poco prima dell’alba, era già in auto. Il tour dei giardini cittadini andò abbastanza male, all’inizio: le prime due villette avevano cani molto aggressivi e sufficientemente grossi da far intuire di non aver mai indossato un maglione, ma con un po’ di adrenalina e una piccola dose di fortuna la consegna del nano andò in porto. Le successive trenta furono persino più facili: Giulio imparò a evitare le villette dotate di difese canine, superò indisturbato i cancelli di quelle sprovviste di animali da guardia, posò gli oggetti forniti dal Fronte e sgattaiolò via velocemente. Nessun rischio, niente di più facile: una trentina di nani consegnati in una notte e pochissimi rischi. Quando andò a dormire erano passate da poco le 7: Giulio pensò che gli sarebbero bastate altre due notti per completare l’impresa e abbandonarsi a chissà quali avventure erotiche con le compagne della sua cellula.
L’irruzione arrivò alle 10: appena svegli, una trentina di cittadini aveva denunciato la scoperta di un nano nel proprio giardino e, sfortunatamente per Giulio, alcuni di loro erano sprovvisti di cani perché avevano installato un sistema di videosorveglianza. Uno di questi non si limitò, come gli altri, a inquadrare perfettamente il terrorista, ma riuscì a registrare anche la targa dell’auto. Agli investigatori bastarono poche ore, per rintracciare il sospettato e portarlo in galera.

Giulio era stato processato per direttissima. La pena per gli atti terroristici finalizzati al decadimento del senso estetico collettivo non concedeva valutazioni al giudice: l’unica eccezione alla pena di morte contemplata dal codice penale era concessa ai malati terminali con un’aspettativa di vita inferiore ai tre mesi, ed evidentemente non era il suo caso.
Quando si fu spogliato del tutto, l’agente Mangiaracina gli consegnò un paio di boxer Dolce & Gabbana e un completo scuro di Valentino: al legislatore era sembrato ironico, questo contrappasso nelle condizioni di morte dei terroristi antiestetici. Giulio si vestì di tutto punto, si guardò allo specchio e pensò che in fondo, almeno, moriva vestito con gusto: gli erano sempre piaciuti, questi abiti. Sarebbe stato un peccato, in fin dei conti, abbandonare la vita senza averne mai indossato uno.

mercoledì 12 gennaio 2011

Tre storie - Rivelazioni tardive

Terzo racconto della serie (qui il primo, qui il secondo), per non spezzare la quale sono costretto a rinviare a domani la nuova puntata della saga di errebi.
 
- Sono incinta.
- No, dico: è meraviglioso, Stefania. Meraviglioso. Lorenzo è uno che non perde tempo.
- Dici?
- No, dico: vi siete sposati un mese fa.
- È tuo.

Stefania la conosco da sempre. Era la ragazza del secondo banco a sinistra, la prima volta che l’ho vista: capelli biondi lunghissimi, naso all’insù, un cono di luce intorno a lei. La bambina più bella della scuola: già alle elementari tutti facevano la fila per corteggiarla, e io non ero da meno. Lei, in compenso, non si degnava di concedermi uno sguardo che fosse uno, almeno fino al mio decimo compleanno. Fu a quella festa che mi parlò per la prima volta: mi feci forza, le chiesi di ballare con me e lei non si poté sottrarre. Al festeggiato non si dice di no. Quel giorno fu l’inizio, ma anche la penultima volta che Stefania mi disse di sì.
Non che siano mancate le occasioni: tutt’altro. Alle medie, qualche anno dopo, diventò la mia compagna di banco, la mia metà indivisibile. Non era quello che volevo, naturalmente: quel che chiedevo era annusare il profumo dei suoi capelli, guardarla in controluce durante le lezioni, disegnare il suo profilo contro la finestra aperta, fantasticare su di noi. Fantasie caste: quel che col tempo avevo cominciato a immaginare sulle altre non era applicabile a lei. Stefania abitava in un luogo intangibile che con gli anni avrei imparato a chiamare iperuranio, un luogo che per l’appunto non dovevo violare. Lo compresi a mie spese, qualche anno dopo.
Quel giorno me lo ricordo come se fosse ieri: io, imbranato, alla fine di una festa. Avevo bevuto più di quanto fossi in grado di reggere, per trovare le energie mentali per affrontarla. Ma fu un fiasco, un fiasco clamoroso. Non avevo mai avuto una ragazza così complessa, non sapevo come governarla, ma soprattutto avevo la testa piena di quelle scemenze lì, di quell’idea iperuranica di Stefania. Decisi che non l’avrei baciata, che non avrei fatto il seduttore. Scelsi la carta del galantuomo, una linea decisamente rétro: mi dichiarai. Avevo provato per giorni e giorni le parole giuste, l’argomento che avrebbe dovuto convincerla, ma naturalmente risultò troppo lungo, come discorso. Noioso, persino. Mi disse qualcosa di standard, “preferisco non distruggere la nostra meravigliosa amicizia”, ma ovviamente entrambi sapevamo che Stefania stava decretando la fine del nostro rapporto. Vomitai, quella sera, come per espellere dal mio corpo quel momento.
Avevamo sbagliato, quando pensavamo che il nostro rapporto finisse lì. È vero, in un primo momento ci allontanammo, anche perché io non ero capace di sopportare che lei frequentasse qualcun altro. Ma col tempo, con gli anni, ci riavvicinammo: ci sentivamo ogni tanto, e ciascuno dei due imparò a rispettare gli spazi dell’altro. La “meravigliosa amicizia” proseguì per qualche anno, ma anche quella volta il tempio che avevamo costruito per il nostro rapporto fu squarciato da un passo falso. Suo, questa volta: alla festa di laurea di Matilde, la nostra compagna di scuola secchiona, lontano dagli sguardi di Lorenzo e della mia ragazza appoggiò le labbra contro le mie. L’allontanai, a quel punto: forse perché non volevo riportare indietro l’orologio del tempo, forse per assenza di coraggio, o forse perché aspettavo da sempre che l’occasione di una vendetta mi fosse offerta. Perché, meschinamente, volevo che capisse cosa si prova, nell’essere respinti dall’anima che si ritiene gemella.
Ci allontanammo di nuovo, ovviamente. Mi richiamò soltanto per invitarmi al suo matrimonio, ma poi volle anche confidarsi alla vigilia delle nozze. La scena è facile da ricordare, anche perché parliamo di due mesi fa: il cucinino di casa sua, il caffé sui fornelli. Io che riesco a farle la domanda che non sono mai riuscito a formulare per esteso: “Sei felice, Stefania? Sei felice con Lorenzo?”.
Il buio. Il silenzio. Nessuna risposta da parte sua. Gli occhi che si chiudono, l’odore dei suoi capelli che mi pervade, la consistenza morbida delle labbra che ho sognato per anni. Il sesso: rabbioso, concreto, famelico. In tutto simile alle mie fantasie da adulto. Quelle che imparai a fare sul suo conto da quando le dissi di no.

È stata un’idiozia buttare l’hard disk. Lo sapevo: l’agente è stato comprensivo, mi ha aiutato a cercare per un’ora. Ma era come cercare un ago in un pagliaio.
Bisogna avere coscienza delle proprie azioni. Bisogna averla nel momento stesso in cui le si compie.
“Dopo” è sempre troppo tardi. “Dopo” è il tempo dei rimorsi.

martedì 11 gennaio 2011

Tre storie - Prove matematiche dell'esistenza di Dio

Secondo racconto della serie iniziata ieri. Domani l'ultimo.

Se Dio esistesse, sarebbe un numero. Il culmine di una sfilza infinita di 1 e di 0, di lampadine accese e spente, di affermazioni e negazioni. È poesia, la matematica è poesia: più l’architettura di un sistema è complessa più l’universo di numeri che la domina è fitta, puntellata di sì e di no, di sincerità e bugie. Estesa fin oltre la nostra capacità di decodificarli, se non ne abbiamo la pazienza. È per questo che non comprendiamo il concetto di Dio, e siamo costretti a credere ciecamente che esista o che non ci sia: perché non sappiamo seguire quella sfilza di numeri fino al Numero Supremo. Non sappiamo farlo, o non ne abbiamo la voglia: altrimenti un’autostrada di numeri ci condurrebbe fino a Lui. Fino all’ultimo numero: 1 o 0, vero o falso. Solo a quel punto potremmo dire se il Primo Numero abbia caratteristiche diverse dagli altri o sia solo uno come tutti gli altri. Ma, soprattutto, solo così sapremmo di cosa sia fatta la Prima Domanda, quella la cui risposta è Dio. È quello, l’Essere Supremo: il concetto inconoscibile che sta oltre quel che chiamiamo Dio.
Seguire strade di numeri è la mia passione. Un giorno ci arriverò, fino a Dio, ma intanto mi accontento di risalire a monte di questa formattazione. Di questo arcaico sistema di protezione, l’inutile idea che prima di buttare un hard disk sia possibile cancellare tutto. Non è possibile, ovviamente: c’è sempre una traccia che lasceremo fino all’ultimo istante, c’è sempre una porzione di informazioni che non avremo il coraggio di abbandonare. È quello, Dio, nell’universo di una singola vita: il punto centrale, l’ultimo elemento che vorremo cancellare, la madre delle verità. Se qualcuno, ad esempio l’Essere Supremo che abita oltre l’Onnipotente, dovesse cancellare l’universo, probabilmente l’ultima informazione che rimuoverebbe sarebbe Dio. Ciascuno di noi ne possiede una, di queste divinità: è il segreto che custodiamo nella porzione più interna della nostra personalità, nel sancta sanctorum del nostro cervello. Al culmine di un’autostrada di numeri. Esattamente come Dio.
Eccolo, il sancta santorum. Una foto sgranata: una ragazzina con un sorriso finto, un bicchiere di qualcosa di giallo che potrebbe essere Fanta, tovaglia bianca sulla quale dev’essere stata versata una bottiglia intera di Coca cola. Una ciotola piena di arachidi, un piattino con un mozzicone di torta. Un po’ misero, come Dio.
Ce n’è un altro: il mio amico virtuale, l’ultima persona che si è confrontata con questi numeri, è politeista. È nello stesso percorso, un’altra foto: un ragazzo, un tombino, un lampione. Acceso: rovina la luce della foto. Vomito, a terra.
Ancora, un’altra foto: la fine di una festa, entrambi i ragazzi di prima con qualche anno di più. Abbracciati, sorriso in camera. Un bicchiere di vino semivuoto nella mano di lui, due dita aperte alla fine di quella di lei.
L’ultima: un matrimonio. Tovaglie bianche, resti di torta marriage. La ragazza, vestita di bianco. Lui, con una cravatta kitsch. Un altro, il marito. Sorrisi finti. “La cerimonia è stata bellissima”.
Ci penserò domani, a questo pantheon. Mio padre non lo noterà mai, questo hard disk in più.

La stanza vuota: non un computer, non un hard disk, non un solo processore. Doveva succedere, prima o poi.
Dio è vendicativo. Il Dio degli ebrei, più che quello dei cristiani. Non vuole che la sua esistenza sia scoperta: è infinito il potere di un’eventualità.
Infinita è la sua ira.

lunedì 10 gennaio 2011

Tre storie - L'avvoltoio

La storia che segue è parte di una narrazione in tre tempi. Quindi, in qualche modo, questo racconto avrà un sequel.
 
- Oh, guarda qui: un Celeron!
Matteo mi mette allegria. Matteo è un grillo: zompetta da un rottame all’altro, sbircia, comprende, si entusiasma. Io no: io non sono come lui. Vengo qui solo perché così riesco a mettere da parte quei quattro spiccioli per tirare a campare, tanto più che il lavoro lo fa quasi tutto lui: riconosce un Pentium IV da un dettaglio, da un’inezia all’incrocio fra chip, e me lo propone. Per me tutta questa robaccia è quello che è: un ordinatissimo ammasso di silicio, al limite di arseniuro di gallio. Intendiamoci: silicio capace di contare e memorizzare, di fare calcoli complicatissimi e salvare le foto del compleanno di Peppe, però nient’altro che silicio. Spazzatura. E come spazzatura viene trattata: con quel che costa smaltirli, questi cumuli di tecnologia, preferiscono abbandonarli qui, accatastarli, per l’appunto, e lasciare che il tempo faccia il suo corso. Mica solo i privati, eh? Da queste parti ho trovato un hard disk con la targhetta dell’assessorato allo Sviluppo economico, qualche giorno fa. Se ne fregano: in discarica e via.
Io no: io li raccolgo. Sembra strano a dirsi, ma questa roba ha un mercato: alcuni sono ancora utilizzabili e riesci a venderli per qualche decina di euro, altri hanno il loro fascino vintage e diventano oggetti di modernariato. Al limite li riporti allo stato di materia prima e li rivendi: con quel che costa, il silicio, c’è un mercato anche per quello. Sembra assurdo: quando la crisi è cominciata, dieci anni fa, dicevano dovesse finire nel giro di qualche mese, e invece eccoci qui, in recessione. Regressione, sarebbe meglio dire: se guardo indietro mi dico che la nostra società è diventata pre-tecnologica, eppure l’unica cosa che è rimasta è proprio la tecnologia. Quella corre, va avanti, e se ne frega del motivo vero della crisi: l’esaurimento delle materie prime non lo turba, il mercato, lo spinge solo ad adeguarsi. Eppure c’è una cosa che il mercato non ha imparato: il riciclaggio. Tanto meglio: l’ho imparato io. Per questo sono diventato un avvoltoio, appollaiato qui a cercare carogne di cui cibarmi: perché il mercato ha sempre bisogno di qualcuno che ricicla.
- Oh, e questo. Questo hard disk è buono.
- Sicuro? Sembra malconcio.
- Fìdati. Certo: avrà una memoria ridicola, un paio di petabyte al massimo, ma si può rivendere. Dammi un paio di giorni e te lo rimetto in sesto.
C’è da fidarsi: Matteo è un genietto. È ossessionato, da queste cose: si appassiona ai numeri, alle statistiche, alle macchine. Ci dialoga, con questi esserini binari, si affeziona loro come un bambino normale si attaccherebbe a un cane o a un gatto. Gli mette nomi, delle volte: ma adesso gliel’ho vietato, perché altrimenti si lega troppo e poi mi impedisce di rivenderli. Dovreste vedere com’è diventata, camera sua: questa discarica, in confronto, sembra ordinata. E a me tocca tenergli dietro: da quando sua madre è morta non ho alternative. Ma gliel’ho detto: se in quella stanza entra un solo altro pezzo io vado lì dentro mentre lui è a scuola e rivendo tutto. E poi vediamo come lo ritrova, il processore Jason.
- Sul furgone, papà?
Che tenerezza mi fa: non voglio che diventi come me, che sprechi la sua vita a fare scorrerie in discarica. Matteo merita altro: merita di diventare un programmatore, un ingegnere applicato a queste tecnologie, non un cercatore di carogne. Gliel’ho già annunciato: fra un paio d’anni, quando finirà la scuola, voglio farlo andare all’estero, a studiare. Lui dice di sì, mi guarda, ma non gli interessa.
- Lo senti anche tu, papà?
Lo sento sì: sembra un furgone. Un’auto, quanto meno.
- Sbrigati, Matteo, sono in fondo alla strada.
Non c’è un minuto da perdere: il furto dalle discariche tecnologiche è punito con l’arresto anche se sei minorenne. Carichiamo quel che abbiamo raccattato e poi via: ingrano la prima. Guardo Matteo: non ha paura. Benedetta incoscienza.
- Sono lontani.
Mente. È assurdo: mio figlio mente per rassicurare me. Non sono un buon padre: non metterei in pericolo il futuro di mio figlio, se lo fossi. Accelero, fuggo: non devo farmi vedere. Non ne ho il tempo: sulla strada di uscita incrocio i fari con l’auto della polizia che sta percorrendo il viale d’ingresso. Ci guardano, lo sento: ci squadrano. Sono lupi: ci fiutano. Non ci fermano: i guai sono rinviati a domani.
- Non torneremo più qui, Matteo.
È accanto a me, in silenzio. Guarda una scheda madre, e non parla.
La ruota s’infossa in una buca, ma la supera. Sarà l’ultimo ricordo della mia vita da avvoltoio.
Domani mi evolverò. Diventerò un mulo, se necessario. O un cane. Cambierò animale. È questa la sorte che ci tocca: ritornare bestie.
Almeno finché la crisi non sarà finita.

giovedì 6 gennaio 2011

Xenomachia

But Mousie, thou art no thy lane,
In proving foresight may be vain:
The best-laid schemes o' mice an' men
Gang aft agley,
An' lea'e us nought but grief an' pain,
For promis'd joy!
Robert Burns

Di quelli che stanno oltre le sbarre, onestamente, m'importa poco. Se pensate che io debba soffrire, sentirmi un reietto per il solo fatto d’essere qui, da questo lato del mondo che percepite come minimo, insignificante, poco desiderabile, beh, allora avete sbagliato strada. Mi sottovalutate, ecco tutto: semplicemente vivo, abito il mio mondo che di abitudini è fatto, di lotte e di vittorie, di rinunce e di ritirate. È come il vostro, per quel che ne so: come voi mi arrabatto, faccio sesso e mangio, scopro, capisco e invento, come voi dormo quando posso, ho paura e scappo, mi sorprendo e m’innamoro. No, se la domanda è questa, la risposta è netta: non si soffre ad essere un topo.
È per l’immagine che avete costruito di me che mi siete ostili. È per l’idea che io sia un essere orribile, un untore indegno, un infido incursore che siete stati costretti a inventare miei simili con fattezze umane, bonari investigatori, improvvisati cuochi, socievoli compagni d’avventure pronti a farsi tramutare in cavalli per i vostri capricci. Io no, io non v’immagino diversi: io non ho paura di voi, non ho bisogno di esorcizzarvi. Vi ho osservati per anni, mentre mi sorvolavate protetti dalle grate di un tombino, oppure quando a distanza schifata mi guardavate rovistare nella vostra immondizia, nei vostri scarti. L’ho vista, Anna, l’ho vista perdere la levità che ai vostri occhi la rende sublime per saltare su una sedia e urlare il mio nome, ho visto scope essere cavate dai ripostigli per inseguirmi, ho visto praterie di colla odorosa ospitare il formaggio nella speranza d’ingannarmi, trappole ben congegnate per attirarmi lontano dai vostri occhi. Oppure, altre volte, sono stato io a sorvolare voi: ho corso nei vostri controsoffitti, lungo le grondaie dei vostri palazzi, sui tetti insidiosi d’agguati felini. Vi controllo. Vi sorveglio. Vi comprendo.
Solo una cosa non capisco: la vostra paura. Ho imparato a temere i gatti perché so che sono giocosi, pronti a ghermire ogni cosa che si muova, ho scoperto come i cani debbano essere evitati perché l’istinto cacciatore dei loro antenati li spinge a uccidermi, ho capito che i serpenti mi inseguono perché hanno fame, ma voi no, voi non avete un motivo per avere paura di me. Siete enormi, sempre armati, vi ritenete una specie superiore, eppure vi credete minacciati di fronte a me, minuscolo, debole, inerme. Ecco, inerme: una volta sarete pure stati come me, anche voi avrete trovato una bestia più forte di voi, più feroce, più intelligente. Anche voi avrete provato la paura di chi è attaccato senza motivo. O forse no: forse non vi è mai capitato. Forse siete voi gli unici animali gratuitamente crudeli. Irrazionalmente tremebondi. Incautamente aggressivi.
L’ho sperimentato sulla mia pelle. Ogni volta, ogni volta che ho cercato di ottenere la vostra fiducia sono stato cacciato prima che potessi dimostrarvi di meritarla. Prima che vi facessi capire che sì, qualcuno di noi è malato ma non tutti lo siamo, che come voi abbiamo bisogno di uno spazio, e soprattutto che non abbiamo motivo di mordere se non per difenderci. Non è colpa nostra, dunque: la mia specie ha cercato nel tempo di porgervi la mano, di rendervi un servizio. Ma voi no, voi non cedete: preferite arroccarvi nelle vostre fortezze. Nelle vostre certezze. Nei vostri insensati pregiudizi.
Oggi, ad esempio. Vivere in una cantina può sembrare soddisfacente per qualche giorno, forse un mese, ma alla lunga può diventare noioso. Ho deciso di essere come voi, per una volta: signorile, al caldo delle vostre case, su quei prati morbidi che chiamate tappeti. In fondo, mi sono detto, se hanno accettato un gatto, adesso che quello è morto perché non dovrebbero accettare me? Sono salito su per le scale, le scale fredde e umide che portano alla villa, ho spinto la porta con la testa e sono arrivato da voi. Che bello, da voi: alle pareti orologi ticchettanti e quadri colorati, ninnoli provenienti da chissà dove e larghe foto, su un tavolo le briciole di uno spuntino, sulla libreria, lontano dal camino, quintali di carta profumata e saporita. Mi basterebbe un centesimo di quel che sprecate: mi accontenterei, e sarei felice.
E poi, certo, c’eravate voi. Naturali, non schierati, secondo uno schema che conoscete a memoria: lo schema della quotidianità, la merce che in fondo sono venuto a chiedervi. Giulio, circondato dal fumo nauseabondo che emana quella pipa, sorvegliava il camino, mentre Milena leggeva serena una rivista o un libro, non ricordo bene. Anna no: Anna guardava la porta. Anna che sa strillare mi ha visto per prima.
Sùbito è arrivata la scopa. Una scopa da strega, di quelle impagliate da fiaba: di certo non una scopa che usate di solito, piuttosto qualcosa che avete soltanto strappato all’arredamento. Poi, le spalle al muro, è arrivata l’acqua, spruzzata da un tubo, è arrivata la fuga. In strada, al freddo. Lontano da voi, dal vostro mondo sicuro.
Ora sto qui, oltre la grata. Vi osservo, e mento a me stesso. Dico che di quelli che stanno oltre le sbarre mi frega poco, ma non ci credo. Mi interessa, certo che mi interessa: vorrei il vostro calore, la vostra certezza di avere un luogo nel mondo.
Un giorno la ruota girerà. Un giorno una bestia più grande di voi vi inseguirà con una scopa enorme: voi sarete i topi e l’animale sarà Giulio, sarà Milena, sarà Anna. Quel giorno, forse, penserete a me. Più probabilmente, però, ve ne sarete dimenticati.
Sarà il vostro errore. Solo io posso insegnarvi a sfuggirvi.

lunedì 3 gennaio 2011

L'elisir

- Venite, signori, venite: venite qui, ad ammirare i prodigi della mente umana, le rivelazioni che la Scienza ci ha portato in dono. Venite, signori: oggi vi offriamo la meraviglia più alta del creato, un elisir che mai avete visto. Un solo penny, signori, un solo penny e non sarete più uguali.
Il mercante era salito su un banchetto e svettava fra gli altri. Buffo, con pantaloni troppo corti e una giacca troppo lunga, sfoggiava un cilindro liso che non sembrava degno delle caratteristiche altisonanti che attribuiva alla sua mercanzia. Quando prese a parlare, gli ambulanti ai suoi fianchi fecero per imitarlo, ma vennero frenati dalla goffaggine: mentre l’artigiano alla sua destra provava ad arrampicarsi sul tavolo, per finire con l’essere arrestato dalla giacca che travolse i vasi e lo fece ripiombare a terra fra il fragore dei cocci, il pescivendolo riuscì ad issarsi, ma sembrò non trovare parole adeguate per contrastare il concorrente e tornò al suo posto.
Mi avvicinai, dunque. La bancarella, che da lontano sembrava un confuso sovrapporsi di pentole fumanti e ampolle misteriose, da vicino appariva invece per quel che era, un insieme ordinato e saggio: il venditore era certo un saltimbanco, un guitto di terz’ordine, ma aveva disposto gli alambicchi in modo che ogni cosa trovasse un’armonia con quelle che la circondavano, che la completasse e la rifinisse. Alle sue spalle, un bugigattolo dalla porta socchiusa sembrava conservare la mercanzia di troppo: la poca luce che vi s’insinuava segnalava un tavolaccio e una lanterna, un misterioso vaso dal quale come una proboscide s’irradiava un tubo e una sedia malmessa.
- Signore, vi prego: concedetemi la vostra attenzione per qualche istante.
I suoi occhi erano magnetici: sotto sopracciglia folte e disordinate, segnalavano la personalità di chi è saggio, forse matto. Di chi ha concesso le sue notti alla scienza e sa vedere oltre quel che la luce concede. Di chi sa usarla, quella scienza, per raggirare i clienti.
- Non vi chiederò un solo penny, signore, se non riterrete di dovermelo dare.
Lo ascoltai, senza fare parola.
- Non è forse la vecchiaia la malattia che più d’ogni altra va temuta? Non è l’età dei giochi, dell’incoscienza, quella che va ricercata più d’ogni altra?
Annuii.
- Ebbene, grazie ai ritrovati della scienza moderna oggi sono in grado di offrirvi un elisir che non avete mai creduto potesse esistere: assaggiatene un sorso, solo uno, e sarete giovane per sempre. Per sempre proverete l’entusiasmo della mutevolezza, nuove emozioni, energie che non sapete di possedere.
Lo guardai in tralice:
- Per un solo penny, signore, volete vendermi la vita eterna? Non vale molto di più la merce che dite di poter offrire?
- No, signore, io non vi venderò la vita eterna: solo l’eterna giovinezza. Quando verrà la vostra ora morrete, come tutti. Ma fino ad allora sarete stato giovane.
Pensai a me stesso di lì a qualche anno: rughe, capelli bianchi, pelle raggrinzita. Come la persona con cui stavo parlando.
- Se siete così certo del vostro elisir, perché non lo provate voi stesso? Mi sembrate ben vecchio, signore, per promettere giovinezza agli altri.
- Non è esteriore, la giovinezza che vi prometto: è una condizione dello spirito. In fondo cosa vi costa? Solo un penny, signore: se anche andasse sprecato non sarete certo povero per colpa mia.
Non avevo voglia di trattare, né pensavo che l’offerta di un penny potesse essere mercanteggiata, e dunque cedetti. Alla consegna della moneta, il venditore m’invitò a entrare nel magazzino alle sue spalle, e una volta aperta la porta mi si svelò un salone profondissimo, che mai avrei immaginato dall'esterno, nel quale ogni cosa era dotata di perfetta armonia. Alle pareti chincaglierie di ogni genere facevano mostra di sé, e ciascuna recava il nome di una città del mondo: Istanbul, Venezia, Parigi e Delhi mi accolsero. Sedetti.
Il mercante mi porse il vaso a forma d’elefante.
- Succhiate da questo tubo. Io vi lascerò solo.
Bevvi, e mentre suggevo il mercante si allontanò e richiuse appena la porta alle mie spalle. Passarono pochi minuti e fui accolto da una visione: un campo innevato era percorso da irregolari sentieri di pece, al termine dei quali oscuri numeri profetizzavano chissà quali sventure. Chiusi ancora gli occhi e vidi schiavi regalarsi ai propri venditori, sterminate file di gente in cerca di qualcosa, bambini seduti a danzare ritmicamente nel buio di una stanza. Riaprii gli occhi: le città del mondo si aprivano davanti a me, e ciascuna mi offriva un bazaar, un mercato esattamente uguale a quello nel quale mi trovavo. Durò alcuni minuti: sognai di acquistare qualcosa in ciascuno dei mercati, immaginai le trattative estenuanti con i mercanti turchi, i raggiri dei furbi commercianti lagunari, le lusinghe dei francesi e i sorrisi ammiccanti degli indiani. Quando la visione fu finita, però, mi sentii tale e quale a prima.
Mi alzai in piedi, aprii la porta e la richiusi alle mie spalle. Il venditore mi fissò.
- Voi mi avete derubato, signore. Non è cambiato nulla.
- Vi sbagliate: non sarete mai più uguale. Ve ne accorgerete fra qualche giorno e tornerete a ringraziarmi.
Decisi che non era il caso di fare storie per un penny. Lasciai l’imbonitore alle mie spalle e feci per allontanarmi dal mercato. Percorsi pochi metri e l’immagine della visione mi sorprese: ritrovai confidenza con le bancarelle, come se non sentissi per me altra dimensione se non quella dell’acquisto.
L’artigiano che aveva rotto i vasi mi accolse con enfasi.

ps Gli amici svogliati oggi pubblicano un altro mio racconto. Nota: è abbastanza crudo, la lettura è consigliata a un pubblico adultero.

giovedì 23 dicembre 2010

Sei minuti

“Sei minuti!”. Una voce richiamò Fausto dai suoi pensieri: Milly Carlucci ballava una rumba con quattro ballerini abbronzatissimi e inespressivi, carne da macello esposta in bella mostra sul teleschermo, ma intanto il conto alla rovescia correva in sovraimpressione. “E allora un altro brindisi - disse Alfredo - Che il 2029 vi porti la serenità”. Bicchieri che si levavano, tintinnii e sorsi rumorosi.
Già, la serenità. Fausto pensò a quel giorno di 22 anni prima: era solo un ragazzotto depresso, un normale adolescente insoddisfatto. Pensò a Gianni, al suo racconto: era un grande affabulatore, Gianni, sapeva perfettamente come far presa su chi l'ascoltava. E sopratutto ogni suo gesto era un'impresa, ogni sua idea veniva considerata la migliore, ogni ragazza minimamente carina prima o poi passava dal suo letto. “Ho un segreto – gli aveva spiegato – Ho fatto un patto col diavolo”. Gli aveva creduto, lì per lì.
“Cinque!”. L'orologio non si fermava, e tutto intorno la festa non faceva altrimenti. Eleonora diede un altro sguardo alla danza sgraziata della soubrette e si lanciò nell'ennesimo rimpianto: “Ah, la televisione di una volta – commentò – Guarda Milly Carlucci: guarda com'è ridotta. E dire che era una che faceva tv di qualità”. Per un istante Fausto fissò la cugina e passò in rassegna la carriera della conduttrice cercando di individuare quale fosse il capolavoro del quale era stata protagonista. Non lo trovò, ovviamente. Ma soprattutto non gli interessava granché: pensava a quella notte del 2006.
Lui a letto. Alle pareti un poster di Nedved, la locandina de “La compagnia dell'anello”, una specie di gigantografia di Angelina Jolie in versione Lara Croft e la bandiera del Pci. Un ragazzo tutto sommato confuso, ma con una certezza: una strada per la felicità esisteva. Nonostante fosse in dormiveglia, ricordava perfettamente quasi tutto: l'invocazione del diavolo, la sua immagine che gli era apparsa nella mente, un contratto.
“Meno quattro!”. Eleonora continuava a esporre il suo improvvisato saggio di storia della televisione: “La fine è stata 'Passerissima'. Dico io: una che ha sessant'anni, con una carriera di quel genere alle spalle, come fa a sputtanarsi così? E poi, voglio dire, aveva appena fatto 'Ballando con le stelle': come fai a condurre una trasmissione di strip-tease in prima serata?”. Sarah non riuscì a trattenersi: “Sì, ma ricordi com'è finita? Cioè: ce la ricordiamo tutti la storia di Luca Giurato”. Fausto non riusciva ad appassionarsi. Anche perché, ecco, i suoi ricordi a un certo punto si fermavano.
Certo non rimpiangeva di avere dimenticato cosa fosse successo a Giurato. Però gli sarebbe piaciuto conoscere più nel dettaglio i termini del contratto: sapeva che aveva chiesto al demonio una carriera di successo e un tappeto di donne ai suoi piedi, ricordava che in cambio gli aveva promesso l'anima. E poi? Poi Satana aveva preteso che il contratto avesse una scadenza, che un 31 dicembre sarebbe morto tragicamente per discendere agli inferi. Già, ma il 31 dicembre di quale anno?
“Dai, ragazze, ne mancano tre”. Per fortuna Milly Carlucci aveva smesso di ballare, in tv un coro di bambini intonava l'ultimo successo di Miley Cyrus e il dibattito si era spostato sulla pancia di Dafne. Già si intravedeva un rigonfiamento: segno che il bambino sarebbe nato comunque, nonostante quel porco di Maurizio fosse sparito di fronte al no della ragazza a un aborto clandestino. Che se ne andasse a quel paese, Maurizio: vuoi mettere il rischio di far morire Dafne perché lui non voleva assumersi le sue responsabilità?
Neanche la sorte di sua figlia riuscì a distrarre Fausto dai suoi pensieri. Dai ricordi, quelli che gli erano rimasti: effettivamente subito dopo il patto tutto era andato per il verso giusto, anche se non poteva dire con certezza che fosse merito del diavolo. Si era diplomato con il massimo dei voti, e intanto aveva scoperto una vita sessuale incandescente. Poi si era laureato in Giurisprudenza nel giro di quattro anni ed era entrato, giovanissimo, in consiglio regionale. La scalata era stata inarrestabile: in pochi anni era stato parlamentare, poi due volte ministro e a 35 anni aveva dato l'addio alla politica per iniziare a fare lo scrittore. Ma la paura, quella no, quella non l'aveva lasciato.
“Due minuti!”. Quella voce di fondo, che interrompeva ogni minuto la trasmissione, era persino più fastidiosa di tutto il resto: se l'intenzione di Ottavio era segnare il ritmo della festa, beh, il risultato era davvero irritante. Era lì, in un angolo, parlava solo per dare il tempo. Forse aveva fatto un patto pure lui.
Fausto lo guardò e pensò che in fondo sì, poteva somigliare a lui. Beh, tranne il successo: Fausto aveva vinto due premi Strega, sfornava libri da un milione di copie vendute in tutto il mondo, quell'anno qualcuno aveva persino improvvidamente fatto il suo nome per il Nobel. Ma una cosa poteva accomunarli: quell'angoscia, quel silenzio, il rito di ogni San Silvestro. Si vide come dall'esterno: mentre gli altri festeggiavano, lui era lì, pensoso, per i fatti suoi. Aspettava la sua sorte, incerto sulla possibilità che l'anno fosse quello. Aveva persino smesso di andare a feste piene di gente, visti i risultati: lui, la più loquace delle persone che conosceva, a Capodanno si trasformava sempre in un orso. Odiava quelli che pretendevano di fargli una domanda, li odiava con tutto il cuore.
“E siamo a meno uno!”. Quell'indegno coro si era fermato: adesso la conduttrice presentava il numero che sarebbe partito prima della mezzanotte, il medley di Samuele Bersani che ci avrebbe traghettati verso il nuovo anno. Mentre il cantante enumerava i suoi propositi per il 2029 Alfredo si affrettò a tirare fuori dal frigo lo champagne.
Era questa, in fondo, la vittoria del diavolo. Dimostrargli che il successo non dà la felicità, che una grande carriera non l'avrebbe sollevato. Fausto sorrise: 22 anni prima, quella notte, si era persino illuso di potere scoprire se il diavolo esistesse o meno. Se non fosse morto, o se il successo non fosse arrivato, ne avrebbe avuto la certezza. Aveva perso la sua scommessa.
“Cinque”.
E forse il diavolo non esisteva davvero. Forse il successo era arrivato per caso, forse quella era soltanto la condanna che subisce la ragione quando non si affida a se stessa.
“Quattro”.
Del resto che bisogno aveva, il diavolo, di rispettare il patto? Un'anima che si rivolge a Satana non è forse per ciò stesso dannata?
“Tre”.
Avrebbe cambiato stile di vita, ecco cos'avrebbe fatto: non aveva più senso aver paura della morte, non aveva più senso credere in quelle idiozie adolescenziali.
“Due”.
Se un giorno fosse morto, beh, almeno sarebbe morto felice. Sarebbe morto con la soddisfazione di avere toccato il cielo.
“Uno”.
Cosa importava, in fondo, quale fosse la via che l'aveva portato al successo? Lo sapeva già prima, mentre invocava il demonio, di avere un'intelligenza superiore alla media.
“Auguri!”.
Un colpo sordo risuonò nella stanza. Il tempo sembrò fermarsi.

Questo blog chiude i battenti per una decina di giorni. Buon anno e, per chi ci crede, buon Natale. Prossimo racconto il 3 gennaio.

martedì 21 dicembre 2010

La rabbia (un racconto in cui non succede nulla)

L’ho scoperta quando sono arrivato a Palermo. Non è stata l’unica rivelazione, devo dire, ma la principale sì.
Non che le altre cose non mi interessino, ecco: in qualche modo mi hanno formato anche quelle. Ad esempio ho scoperto l’architettura: nascere e crescere in provincia, qui in Sicilia, significa conoscere il bello soltanto per sottrazione, in assenza di intervento umano. Significa presumere che le case non possano avere altre forme che una giustapposizione di parallelepipedi, accostati, sovrapposti, mescolati un po’ come si fa con i bastoncini di Shanghai. Qui, invece, in ogni palazzo si percepisce uno studio, un’idea, un pensiero che credevo inconcepibile: persino a casa mia, in questo palazzo squallido di via Corselli, nel cuore del Borgo Vecchio, gli edifici sono brutti, sì, ma non casuali. Non te ne accorgi, finché non ci vivi: vedere con gli occhi del turista Parigi, Londra o, che ne so, Budapest non ti fa scoprire l’architettura. La consideri un elemento dovuto, un benefit compreso nel costo del biglietto. Nient’altro che fumo negli occhi.
La seconda scoperta è legata alla prima. In centro, in via Libertà, ho capito che quello che chiamano il Sacco di Palermo, in fondo, è pura sopravvalutazione: il vero Sacco è stato fatto altrove, lontano dal capoluogo, dove il calcestruzzo indisturbato ha cancellato tutta una costa, l’ha stuprata e posseduta, l’ha espugnata senza soffermarsi troppo. La sensazione, per chi arriva dopo avere scoperto un ideale di bellezza, è che quei blocchi di cemento siano piovuti dal cielo, effetto del più pericoloso calo di pressione che il mondo ricordi. Ma, insomma, voglio farla breve. L’elenco è senza fine: potrei parlarvi dell’aggressività o, se volete, dell’improvvisa consapevolezza che l’accoglienza dei meridionali è niente più che un luogo comune senza basi, oppure del falso mito della pericolosità di Palermo, dove in realtà nessun quartiere è meno che sicuro se ci vivi. Persino qui, al Borgo Vecchio: niente scippi, niente rapine, niente borseggi come lo si dipinge. Anche allo Zen, credo, se ci vivi e non ti fai nemici non devi avere paura.
Però, ecco, la scoperta più interessante è stata la rabbia. L’apatia: nel mio mondo iperprotetto non la notavo. Non mi era concessa.
E dire che ero venuto qui, un anno fa, con tutte le migliori intenzioni. Con l’idea di raggiungere la felicità. Ero cresciuto sognandoli, questi anni: sognando l’indipendenza, una vita da studente, una casa per conto mio. Mi ero illuso: avevo letto e visto troppo, sulla vita da universitario. Su quelle vite intense, alla Andrea Pazienza, piene di ritmo e avvenimenti improbabili. Di cattive compagnie, di stuzzicanti novità, di negazione della noia. Oppure i film: non so se abbiate mai visto “E morì con un felafel in mano”, ma ecco, la mia idea era quella, un’esistenza densa, magari insoddisfatta, ma ricca. Traslochi, amori, sesso anche disperato.
E invece no. Se uno sceneggiatore, se uno scrittore narrasse la mia storia, il suo sarebbe un racconto in cui non succede nulla. Non studio, non lavoro. Come in una canzone: non guardo la tv, perché non ce l’ho. Resto qui, vago, lascio che le dispense che pure ho acquistato prendano polvere. Già, studiare: per fare cosa, poi? Per aprirmi la strada a un futuro da precario: senza un lavoro, senza un futuro, senza un obiettivo. Senza soldi, come oggi, ma anche senza tempo. Sfruttato, malpagato, magari commesso in un negozio oppure con uno di quei lavori strani, coi nomi in inglese e nessuna competenza richiesta se non la dimestichezza con le fotocopiatrici. L’alternativa è questa: affrontare la vita e aspettare che sia sera, che passi un altro giorno, che arrivi quello giusto. Aspettare che un tizio strafatto di eroina mi muoia sul divano di casa, ecco tutto. Un diversivo, il clinamen che spezza l’abitudine, fossero anche dei parallelepipedi di cemento che piovono dal cielo. Le grida dei passanti, il sangue per le strade, un’inutile ecatombe.
Eccola, la rabbia: l’idea che il mondo che ci hanno promesso da piccoli, dalle televisioni, altro non è che un universo inesistente. Che il dolce che ci hanno fatto assaggiare era solo l’anticamera dell’amaro, la premessa al fallimento. Giovanni, il mio coinquilino, sostiene che questa sia la bugia del secolo: siamo stati allevati al di sopra delle nostre possibilità, progettati per consumare senza potercelo permettere, e adesso che siamo qui, appunto senza soldi, la crisi di astinenza ci uccide. La scacciamo, in qualche modo: la pallina da tennis rimbalza contro un muro, sfiora un mobile orribile, rimbalza nelle mie mani. La lancio anch’io, alla rovescia, e Giovanni l’afferra. Aspettiamo.
Ma non succede niente, dicevo. Niente che sia degno di nota, niente che valga la pena di raccontare. Il picco dell’ultimo mese l’ho raggiunto oggi: passeggiavo, come al solito, o meglio mi trascinavo dalle parti del Politeama. Senza un obiettivo, o forse per dare un motivo all’ennesima lezione saltata: una giornata come le altre. In via Principe di Belmonte sono passato accanto a uno di quei locali carissimi, uno di quelli in cui non puoi permetterti di mettere piede se non vuoi finire i soldi, se non vuoi esporti alle proteste dei tuoi genitori e all’ennesima ramanzina di tuo padre sul tema “hai dato una sola materia in un anno” e “i soldi non crescono sotto gli alberi”. Lì è arrivata la folgorazione: c’era un pianoforte a coda, uno di quelli neri, quasi di cioccolato, e un pianista, in smoking, suonava la polacca in la bemolle maggiore di Chopin. Musica celestiale, il bello che si concretizza. Un istante piccolo, eppure meraviglioso. Un momento di insperato ottimismo.
Ero rinfrancato. Convinto che in fondo il mondo può anche essere bello, o almeno digeribile. Avevo raggiunto l’obiettivo: sono tornato a casa e lì, sulle scale, mi sono quasi messo a correre. Quando ho aperto la porta, però, ho capito che era solo un’illusione: ho capito che la realtà, la realtà della mia generazione, più del pianoforte erano quei muri sbrecciati, una pila di piatti da lavare, Enzo addormentato sul divano. Giovanni, nella sua stanza, le spalle fisse contro un muro a guardare quello di fronte a lui. Una pallina da tennis, in basso, vicino alla porta.
L’ho capito mentre la pallina andava sul letto di Giovanni e si rifiutava persino di rimbalzare: quel pianoforte, persino quel pianoforte, è il paradigma della mia generazione. L’idea che tutto ciò che è bello, tutto ciò che ci piace, ha l’unico difetto di costare. E che una sola cosa ci è negata: i soldi.
Allora resto qui. Da solo, con la mia rabbia. La vezzeggio, la coltivo. La celebro, quasi.
Un giorno esploderà. Forse in malattia. Forse in creatività. Forse in violenza.
Ma almeno sarà una svolta.

lunedì 20 dicembre 2010

Must have/Must be

- Buonasera e benvenuti a Must have/Must be, la religione delle fashion victims. Siete pronti?
La stanza era buia, come era stato indicato nella puntata del 12 febbraio. Il televisore Lectron 40 pollici, must del 19 giugno, proiettava un cono di luce che inquadrava un tavolo di vetro Marussi, must del 7 marzo, una lampada blu cielo Bozzini, must del 9 aprile, e in fondo Enrica. Era lì, perfettamente al centro di quell’occhio di bue catodico, pronta ad assorbire le regole del momento. La televisione ordinava, passava in rassegna, esaltava.
- Ecco la nostra ospite di oggi: Federica. Benvenuta.
- Grazie, Monica. È un sogno essere qui.
Sullo schermo apparve una ragazza: camiciola stretta di Gucci, must dell’8 novembre, jeans strappati Novelli, must del 3 gennaio, e naturalmente il must di ieri, quel cappellino nero Prada. Era una meraviglia.
- Federica l’ha comprato ieri alle 17,05. Cinque minuti dopo la fine della trasmissione: è bellissimo, non è vero?
Seguiva l’intervista. La ragazza, Federica, non diceva niente di particolare, ma in fondo cosa importava? Era stata scelta soltanto perché aveva avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.
- Il negozio Prada di via Pordenone, qui a Roma. Te l’aspettavi?
- Beh, in qualche modo lo speravo. Quando sono entrata la Ferrari di Must have/Must be non era ancora arrivata. Ma all’uscita, beh, all’uscita era lì.
- E allora che cosa aspettate? Anche voi potete essere come Federica: basta avere la fortuna di entrare nel negozio giusto al momento giusto.
Il momento, eccolo. Enrica si alzò in piedi: era vestita di tutto punto, compreso il loden dell’11 dicembre. Faceva freddo, fuori.
- Il must di oggi è....
Quanto la faceva lunga: da quando avevano sperimentato le attese, i silenzi, i vuoti, in televisione tutto era diventato come i quiz. Avevano imparato che se prometti al pubblico una rivelazione quello si incolla allo schermo, in attesa, pronto a succhiare quel che verrà.
- ...la borsa “Mantra” di Fendi.

- Fanno 897 euro e novanta, prego.
L’aveva vista ieri: aveva imparato a prevedere le mode. Ma no, ieri non costava così tanto: ieri non costava più della metà. Ma non avrebbe avuto senso comprare quella borsa il giorno prima: e se poi non fosse stata scelta? Cosa se ne faceva di una borsa da 400 euro se poi non poteva utilizzarla? Enrica non poté fermarsi a lungo a pensare: alle sue spalle una decina di ragazze aspettavano il loro turno, la possibilità di pagare i loro 897 euro e novanta e lavarsi così l’anima. Pagò in contanti, must del 2 ottobre: consegnò 900 euro a quella sciattona della cassiera e aspettò che le fossero consegnate le cinque monete di resto. Non infilò i due euro e dieci nel portafogli: Enrica si scapicollò fuori cercando una macchia rossa lungo il marciapiedi. Osservò: una Mercedes, una Smart, tre Ford. Una Fiat Jeden sputacchiò gas: dannate auto polacche. Ma no, nessuna Ferrari.
Niente. Neanche oggi. Enrica era stremata: seguiva Must da un anno abbondante, aveva speso ogni singolo spicciolo guadagnato per essere ospite della trasmissione, ma neanche oggi era riuscita a farsi notare. Doveva tornare al suo nulla: una famiglia qualunque, un ordinario lavoro da impiegata, una normale finanziaria pronta a mandarle banali rate ogni scontatissimo mese. Prese il portafogli, lo aprì e ripose con calma i due euro e dieci. Lì, accanto alla foto. Quella foto: lei, bambina, vestita malissimo. Quanti ricordi.

La vecchia casa di via Palestro, poca luce. Puzza di sudore. Sua madre, sul letto, a pochi giorni dalla morte. Un foglio sul comodino: analisi del sangue. Analisi inutili: il tumore procedeva, si espandeva senza sosta nel corpo della madre.
- Quando morirò, Enrica...
- No, mamma. Non dire queste cose.
Non aveva mai imparato a mentire. A mentire a sua madre. Glielo lesse sul volto: una piega, un mezzo sorriso. Sapeva.
- Apri il terzo cassetto, tesoro.
Un cassetto disordinato. Pillole, un libro, una scatola di fiammiferi. Una fotografia.
- Prendi la foto. Quando morirò ti servirà a ricordarti di te.
- Di me?
- Sì, Enrica. Tu sei quella lì: una bambina.
- Sono cresciuta, mamma.
- Prendila come una bussola. Un punto di riferimento.
Insomma, l’aveva presa. L’aveva conservata nel portafogli. Ovviamente non le credeva: quel tumore lì aveva attaccato il cervello. Lei era quella: non era cambiata. Certo, era vestita meglio. Ma no, non era cambiata.

- Buonasera e benvenuti a Must have/Must be, la religione delle fashion victims. Siete pronti?
La scena era identica: Monica presentava una tizia vestita secondo le regole, la intervistava, dettava il nuovo must.
- ...andare in giardino, in balcone o in terrazzo e bruciare tutto il contenuto della vostra borsa.

Vista dall’alto, la città sembrava un presepe. Questa volta, però, la conclusione era opposta: un’epifania rovesciata.
Una Ferrari si fermò sotto casa.