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martedì 26 ottobre 2010

Non è uno sport per signorine

- E allora gli faccio, dico: un milione e due e siamo d’accordo.
- Un milione e due all’anno?
- E che, al mese?
- Sì, cioè, però... è poco.
- Meglio di niente.
- Sì, ok, ma Miguel non è “niente”. Dovevi tirare.
Gianluigi sorrise. Una ruga gli si disegnava sulla parte destra del volto: scendeva dall’auricolare e veniva giù verso la bocca, fino a insediarsi alla base del mento. Secca, profonda. La chiamano “la linea del procuratore”: inizia a disegnarsi verso metà luglio, fine luglio se ci sono i mondiali, e poi si scava sempre più fino ad arrivare all’ultimo giorno d’agosto, quando lo stress da trattativa l’ha già fatta diventare un canyon. Poi, per magia, sparisce fino a gennaio.
- Non potevo tirare più. Miguel doveva andare via.
- Ma che stai dicendo? Con quello che ha fatto al mondiale? Con la stagione pazzesca che gli è venuta fuori l’anno scorso?
- Potenza non andava più bene per lui. E poi l’offerta del Nuoro era troppo allettante.
- Ma che dici? A Potenza Miguel è Dio: i tifosi lo adorano, gli sponsor se lo litigano, le conferenze stampa con lui sono sempre piene, le ragazze...
- Le ragazze, appunto.
- ...sognano di scoparselo...
- Appunto.
Dalla borsa di Gianluigi sbucò un foglio del “Corriere della Basilicata”: il titolo gridava a sei colonne quell’episodio di sei mesi prima, quello che tutti avevano dimenticato. “Aggressione a Carrizo e Bogado”: i due, spiegava il giornale, erano stati affiancati da un’altra auto con quattro ragazzi a bordo, che all’improvviso avevano preso a colpi di catena la Mini dei due calciatori.
- E quindi? Mi vuoi dire che s’è spaventato per ‘sta cosa?
- Doveva spaventarsi.
- Minchiate. Non lo sai com’è Potenza? I rapinatori ci sono, Miguel lo sapeva prima. Evidentemente quelli volevano fare una rapina al volo, ma poi hanno riconosciuto Miguel e Germán e si sono fermati.
- Germán forse. Ma Miguel l’avevano riconosciuto prima.
- Ok, Miguel guadagna un sacco di soldi. Ma perché, secondo te a Nuoro rapinatori non ce ne sono?
Gianluigi guardò Domenico come per compatirlo. Mise di nuovo la mano alla borsa e ne tirò fuori una foto: nello scatto, abbastanza confuso, si vedeva un po’ di folla allo Stuttgart, il locale del centro di Potenza dove è scontato incrociare i pochi vip della città. Imprenditori, politici, attricette e, ovviamente, calciatori, come per l’appunto dimostrava la foto: al centro della scena, evidentemente ubriaco, Miguel era in atteggiamento da piovra con una tizia bionda.
- Non è male.
- Già. Però ha un difetto: è sposata.
- Eheh. Lo sai che il calcio non è uno sport per signorine.
- Sei il solito minchione. E comunque vai a raccontarlo a quello che si è preso la premura di fare avere questa foto a Miguel.
- Minchia.
- Una settimana prima dei colpi di catena.
- Minchia.
- Un milione e due com’è?
- Una meraviglia.
Domenico guardò di nuovo la foto. Pensò a tutte le donne sposate che s’era scopato. Un brivido gli attraversò la schiena.

giovedì 21 ottobre 2010

Pastoriana

Oggi questo blog diventa internazionale. Direttamente dal Brasile, dove è emigrato per gestire meglio l'import-export di prostitute pre-adolescenti, ecco a voi borges.

Il sogno e la realtà sono due piani che di solito viaggiano in maniera separata, rarissime volte si incrociano e il loro urto è così atrocemente splendido, che sono le cose che ricordiamo meglio nella nostra vita.
La prima ragazza che baci e ti porta in camera sua, la volta che conosci il tuo artista preferito, il giorno della laurea oppure quando apri l'attività che avevi sempre voluto.
Sono alcuni esempi di sogni che passano da un piano all'altro, urtano nella realtà e lasciano il segno nelle nostre vite , nelle nostre menti.
Poi esistono anche sogni meno alti, almeno così vorrebbe far credere la gente. Quelli di un bambino per esempio, il sogno di un giocattolo, di avere un amico, di assistere a qualcosa di eccezionale e dire "io c'ero".
Crescendo i sogni cambiano appunto, o forse li facciamo combaciare solo con le necessità, come il sogno di una casa. Sono convinto, però che i sogni fatti da bambino siano i sogni più puri e belli.

Totuccio come tanti altri aveva preso la malattia del pallone, anzi diciamo che gli era stata trasmessa da suo padre. 5 anni e già una sciarpetta rosanero al collo, tolto dalla tavola domenicale, quella con i manicaretti più buoni, per andare a vedere una partita di calcio.
Detto così però è riduttivo, meglio dire l'evento della partita, perché così comprendiamo anche il pre ed il post. Il pre con l'arrivo davanti allo stadio. All'epoca per arrivarci si passava da una casbah fatta di venditori ambulanti di qualsiasi tipo di cibaria strettamente palermitana, altro che fast food, street food in pietra. Questo faceva sì che scattasse la chiacchiera con il vicino, tra una birra ed un panino, per lui solo gazzosa, sulle aspettative del giorno, sull'intero campionato e sui giocatori. I giocatori che in fondo rappresentavano tutte le gioie e le delusioni della settimana. Per questo un brocco veniva massacrato e per lo stesso motivo un campione veniva esaltato. Rappresentanza fisica di gioia e dolore, vittoria e sconfitta. Il post partita era la risultante, Totuccio viveva in una perenne esaltazione in caso di vittoria e nella depressione più atroce per un'imprevista sconfitta.
Totuccio iniziò la sua avventura di tifoso nei primissimi anni '80, a quel tempo ben pochi appartenevano alla categoria campioni, solo gente come Montesano e Vito Chimenti, quest'ultimo inventore della "bicicletta", quel modo di far passare la palla sopra l'avversario prima mettendola fra le gambe e poi con un colpo in stile pedalata con il tacco far sì che la palla parta dalla propria schiena e superi l'avversario davanti a noi. Ma anche Gaetano De Rosa, indimenticabile bomber che ballò sotto il Monte Pellegrino per un'indimenticabile stagione.
Insomma, da tifoso del Palermo, non aveva abbondanza di campioni, però li poteva sognare, se non nell'immediato almeno per il futuro.
Ora sapete bene che i sogni raramente si avverano, se no, non sarebbero sogni ma obiettivi normali della vita. Cioè ci deve essere il pathos, l'attesa incredibile, il mangiarsi le unghie, l'aspettare l'alba. Se no sarebbero normali pratiche quotidiane.
Totuccio, dopo 28 anni d'attesa, lo ha visto realizzare il suo sogno. In una domenica normale, in un Palermo-Bologna, ha visto la conferma arrivare in una busta notarile con ceralacca e sigillo regale. Nel Palermo, nel suo Palermo, ha visto giocare il più grande campione di questi nuovi tempi, Javier Pastore.
L'espressione dei suoi sogni da bambino, il giocatore che prende palla e sfidando le leggi fisiche sull'attraversamento dei corpi, riesce a passare tra tre, quattro o cinque avversari, il piede che appena vede una palla la scaraventa con inusitata leggiadria e precisione nel "sette" avversario. L'eroe che sconfigge i nemici e porta gloria al nome di Palermo e ai suoi colori.
Ed è un sogno, perché rispetta le regole dei sogni dove tutto deve essere eccezionale, Totuccio pensava che fare determinati atti era impossibile umanamente, il sogno avverato, gli ha portato il gesto e gli ha mostrato la via verso una piccola felicità.
Ora, Totuccio ha un sogno in meno da realizzare ed uno realizzato da cui godere appieno.

lunedì 4 ottobre 2010

Baggio e la fragola

Quel giorno me lo ricordo perché la scuola era finita e il mare era calmo e lungo lungo e l’orizzonte manco si vedeva, perché di pomeriggio avevo mangiato un gelato gusto puffo e io non lo sapevo che con i puffi ci facessero i gelati e perché i miei genitori erano partiti e avevo invitato tutti a casa mia.
Erano presenti:
Gigi, campione cittadino di sputo in lungo e tre volte recordman del mondo di corsa in via Piave;
Ugo, figlio del proprietario del bar Collica che mi faceva lo sconto sui gelati e per l’appunto aveva inventato il gusto puffo;
Andrea, campione di apnea che io tenevo sott’acqua e cronometravo e una volta era riuscito a stare così 4 minuti e 32 secondi;
Giuseppe Caccetta detto “Butragueño”, calciatore di altissimo livello che una volta aveva fatto anche un provino per il Lecce e che sicuramente prima o poi avrebbe giocato in serie A;
Giuseppe Livolsi, poeta decadente e magrolino che a scuola si metteva sempre a piangere e non si vergognava nonostante avesse ormai quattordici anni;
Filippo, impennatore invidiatissimo e specialista nelle modifiche del motorino;
Anna, che del calcio non gliene fregava niente ma era sempre lì con noi perché in fondo sperava che Gigi si accorgesse di lei;
George, palla di pelo nero ammassata vagamente a forma di gatto e degradata al ruolo del tifoso avversario per un’omonimia sospetta;
e naturalmente io, mangiatore di peperoncini professionista e organizzatore dell’evento.

Durante la partita si manifestarono i seguenti fenomeni:
sei maldestri tentativi di Anna di farsi notare da Gigi e forse un poco toccare;
un’irruzione della signora Enza, quella del secondo piano, che aveva pensato di venire a chiedere se avessimo bisogno di qualcosa proprio nel momento del gol di Amunike, con successivo allontanamento della vicina fra gli improperi degli amici;
una crisi di pianto di Giuseppe Livolsi per l’imminente eliminazione dell’Italia dal mondiale;
due tentativi di fuga del gatto George, curiosamente coincidenti con il gol della Nigeria e con l’espulsione di Zola, e altrettante catture del fuggitivo;
una gara di sputi in giardino fra il primo e il secondo tempo, con contestatissima vittoria di Ugo e conseguente cessione della cintura di campione cittadino, simboleggiata provvisoriamente da un pezzo di spago che avevo trovato nel ripostiglio;
tre birre rovesciate sul tappeto del soggiorno, due tentativi di rimediare al danno e una resa incondizionata al cazziatone di mia madre che non doveva nemmeno sapere che i miei amici erano venuti a vedere la partita ma ormai tanto avrebbe ascoltato un’approfondita testimonianza della signora Enza;
ma soprattutto a un certo punto accadde che, quando la partita sembrava finita e il mondiale pure, Mussi entrò in area dalla destra, saltò un difensore alla meno peggio e la passò a Roberto Baggio, che, io lo so perché lo notai in diretta, al centro dell’area caricò il destro e guardò un punto nel cielo e poi la mise lì, vicino al palo, alle spalle di Rufai.

A quel punto la stanza si trasformò in una bolgia: incominciammo a cantare e a sognare di vincere il mondiale, a pensare che un giorno anche Giuseppe Butragueño l’avrebbe vinto, a dire che non era vero che Roberto Baggio sarebbe stato meglio lasciarlo a casa, e intanto ci abbracciavamo tutti e bevevamo e saltavamo e speravamo. Anna cercò di approfittare della confusione per saltare addosso a Gigi, che però a quanto pare non era interessato e reagì spostandosi e facendola cadere a terra, e allora tutti scoppiammo a ridere e Anna diventò rossa rossa e io pensai che in fondo Anna era carina e non era giusto per niente. George, invece, fu più fortunato: mentre quasi nessuno badava a lui fece uno scatto da centometrista, eluse la presa di Andrea e andò a infilarsi sotto un letto, dal quale uscì miagolando intorno alle 3 del mattino, quando decise che la notte era finita. Povero George: il pareggio dell’Italia, in fondo, doveva essere stato una grande delusione per lui.
Insomma, la partita scorreva veloce, e quando sembrava che dovessero arrivare i rigori come contro l’Argentina quattro anni prima l’altro Baggio s’inventò un pallonetto e fece arrivare la palla a Benarrivo vicino alla porta, e quello si buttò per terra lungo lungo e l’arbitro che sembrava ci odiasse decise di fischiare il rigore. Roberto Baggio segnò, e fu festa per tutti: Filippo espulse tutte le bollicine della birra in un rutto lunghissimo, Giuseppe Livolsi scoppiò a piangere per la felicità, Ugo agitò la cintura di campione cittadino di sputo come un lazo, Giuseppe Butragueño iniziò a palleggiare con una lattina di birra vuota e io abbracciai Gigi ma mi ritrovai in mezzo fra lui e Anna.
Anna arrossì, perché Anna questo sapeva fare. Poi, quando se ne erano andati tutti e anche lei era sulla porta, mi chiese scusa, e io le dissi che in fondo non ci faceva niente, e che non doveva pensarci, che Gigi era fatto così ma lei non doveva stare giù perché era una ragazza molto carina, e giù una montagna di parole e di rassicurazioni e di battute idiote. Poi l’abbracciai, perché non volevo che avesse quella faccia triste.
E insomma, quel giorno me lo ricordo perché la scuola era finita e il mare era calmo e lungo lungo e l’orizzonte manco si vedeva, perché di pomeriggio avevo mangiato un gelato gusto puffo e io non lo sapevo che con i puffi ci facessero i gelati, perché i miei genitori erano partiti e avevo invitato tutti a casa mia e perché le labbra di Anna sapevano di birra, di pizza e di caramella alla fragola. E a me la fragola mica piaceva.