lunedì 31 gennaio 2011

Il pozzo

Il cancello si aprì con un cigolio intenso e lunghissimo. Alle spalle della possente struttura in ferro battuto nero un giardino meraviglioso si apriva davanti a me: alberi altissimi e frondosi, piante esotiche delle quali non sospettavo l’esistenza, uno scrosciare di fontane. In fondo, una scala. Altissima.
Entrai nella villa: sapevo di non potere tirarmi indietro, a quel punto. Le gambe si muovevano pesanti, come se avessi camminato per ore. Eppure non mi sembrava di avere camminato così tanto: anzi, a memoria, mi sembrava di essere nato lì, davanti a quel cancello. Due cani, due grossi cani neri, mi diedero il benvenuto. Un benvenuto a modo loro: correvano abbaiando e ringhiando, senza che nessuno potesse controllarli. Guardai la scala: era troppo lontana. Non avevo vie di fuga: era forse questa la morte che mi aspettava?
Fu uno sferragliare a salvarmi: il rumore delle catene che si tendevano e frenavano i cani a pochi metri da me mi raggiunse prima ancora che potessi rassegnarmi a essere sbranato dagli animali, prima ancora che potessi accorgermi che i due molossi erano inoffensivi. Una goccia di sudore mi bagnò il petto.
Mi inerpicai per la scala. Bussai al grande portone della villa, chiesi del proprietario e fui accolto in un enorme salone. Attesi per un tempo che mi sembrò eterno. Infine il Conte arrivò da me.
- L’hai portato? – mi chiese.
- Certo, signore – risposi. – È il cuore, come avevate chiesto.
Cavai dalla mia borsa un fagotto sanguinolento e lo consegnai al mio ospite.
- Devi essermi molto devoto per portare qui il cuore di tuo figlio – osservò.
Lo guardai: non sapevo che fosse il cuore di mio figlio. Anzi, a ben pensarci, non sapevo proprio di avere un fagotto nella bisaccia, né tantomeno che quel che fagotto contenesse un cuore. Il Conte ripose il fagotto e mi guardò.
- Adesso – soggiunse – la magia si compirà.
Il Conte batté le mani. Alle sue spalle due servitori enormi portarono un calderone fumante: il Conte immerse il cuore nel pentolone e osservò il fumo prendere la direzione del vento.
- Saranno mesi di carestia – decifrò. – Al termine di queste giornate terribili, però, saremo più forti. Saremo invincibili.
Calò un mestolo nel pentolone. Ne trasse un liquido denso e sanguinolento. Odorava di sudore. Con calma, lo versò in una borraccia e me la consegnò. Curiosa borraccia: di cuoio, ma con il disegno di un pozzo su una delle pance.
- Questo – spiegò – è l’elisir della vita eterna. Basterà berne un sorso perché ogni malattia sia vinta, perché ogni ferita patita in guerra possa essere sconfitta.
Il Conte fece una pausa. Mi fissò, come a leggere in me, anziché nel fumo, il futuro della nostra terra.
- Ma tu – proseguì – non potrai raccontarlo.
Batté le mani due volte. Due armigeri entrarono nel salone dalle mie spalle e mi afferrarono per le braccia.
- Uccidetelo – disse. – Nessuno che sia capace di tradire il sangue del proprio sangue potrà essere fedele a me.
Fui condotto in un’altra sala, ancora più grande. Un uomo buffamente abbigliato lesse una pergamena.
- Per il tradimento dei valori di lealtà, per il pericolo che rappresenta per le nostre terre e per la sopravvivenza del nostro popolo tutto – annunciò pomposo – quest’uomo oggi sarà ucciso per decapitazione.
Mi legarono a una gogna. Il boia era accanto a me: la sua spada era lucentissima. L’alzò, ma attese qualcosa. Infine arrivò: una tromba annunciò l’esecuzione. Si ripeteva, monotona, e sembrava non finire. Ne gioii: finché quella tromba non avesse smesso di suonare sarei rimasto in vita.

Aprii gli occhi. La sveglia mi richiamava alla realtà. Una realtà fredda: la finestra era rimasta aperta. Mi alzai e la richiusi. La sentii cigolare.
Mi avvicinai al bambino: la sua fronte scottava ancora. Era sudato, poverino.
- Papà – mi disse. – Ho sete.
Presi dal comodino una borraccia e la diedi al bambino.
Lo vidi bere, e solo allora notai che su una delle pance era disegnato un pozzo.
Ne fui sorpreso: sapevo di averlo sognato, ma non ricordavo come.
- Sogni – sorrisi. – Non ce n’è uno che sopravviva al mattino.

7 commenti:

  1. urca se mi è piaciuto.. ma mi sento monotona..mi piacciono tutti i racconti che scrivi.. uhm, mi sa che per un po' non commenterò.. così evito di correre il rischio di essere banale.. :D

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  2. Un incubo che ricorda Isacco...
    Ottima prova, con la perla di quel "mi sembrava di essere nato lì, davanti a quel cancello".

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  3. Madonna, che paura :(
    Bello..molto...
    La penso esattamente come Leucò..leggo sempre, ma commento meno per non rischiare di essere scontata e ripetitiva!
    Non si può sopravvivere al mattino, ma io sono sopravvissuta all'unghia incarnita.
    OoooooooK, la smetto..giuro che non scrivo più di questa cosa...
    CI CREDI? :D

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  4. Come stupirmi! Un finale quasi felice in un racconto quasi horror! Il pozzo quasi mi manca già.

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  5. Già a metà sospettavo che fosse un sogno :)
    Comunque un bel racconto.

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  6. Quando leggo di un cancello che cela un giardino spero sempre che sia un bellissimo giardino incantato.

    Un abbraccio

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  7. mi sbaglierò ma la prima parte del racconto mi è sembrata frettolosa, mentre ti sei ripreso nel finale. ma forse è una fretta voluta, visto che raccontavi un sogno...

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