lunedì 10 gennaio 2011

Tre storie - L'avvoltoio

La storia che segue è parte di una narrazione in tre tempi. Quindi, in qualche modo, questo racconto avrà un sequel.
 
- Oh, guarda qui: un Celeron!
Matteo mi mette allegria. Matteo è un grillo: zompetta da un rottame all’altro, sbircia, comprende, si entusiasma. Io no: io non sono come lui. Vengo qui solo perché così riesco a mettere da parte quei quattro spiccioli per tirare a campare, tanto più che il lavoro lo fa quasi tutto lui: riconosce un Pentium IV da un dettaglio, da un’inezia all’incrocio fra chip, e me lo propone. Per me tutta questa robaccia è quello che è: un ordinatissimo ammasso di silicio, al limite di arseniuro di gallio. Intendiamoci: silicio capace di contare e memorizzare, di fare calcoli complicatissimi e salvare le foto del compleanno di Peppe, però nient’altro che silicio. Spazzatura. E come spazzatura viene trattata: con quel che costa smaltirli, questi cumuli di tecnologia, preferiscono abbandonarli qui, accatastarli, per l’appunto, e lasciare che il tempo faccia il suo corso. Mica solo i privati, eh? Da queste parti ho trovato un hard disk con la targhetta dell’assessorato allo Sviluppo economico, qualche giorno fa. Se ne fregano: in discarica e via.
Io no: io li raccolgo. Sembra strano a dirsi, ma questa roba ha un mercato: alcuni sono ancora utilizzabili e riesci a venderli per qualche decina di euro, altri hanno il loro fascino vintage e diventano oggetti di modernariato. Al limite li riporti allo stato di materia prima e li rivendi: con quel che costa, il silicio, c’è un mercato anche per quello. Sembra assurdo: quando la crisi è cominciata, dieci anni fa, dicevano dovesse finire nel giro di qualche mese, e invece eccoci qui, in recessione. Regressione, sarebbe meglio dire: se guardo indietro mi dico che la nostra società è diventata pre-tecnologica, eppure l’unica cosa che è rimasta è proprio la tecnologia. Quella corre, va avanti, e se ne frega del motivo vero della crisi: l’esaurimento delle materie prime non lo turba, il mercato, lo spinge solo ad adeguarsi. Eppure c’è una cosa che il mercato non ha imparato: il riciclaggio. Tanto meglio: l’ho imparato io. Per questo sono diventato un avvoltoio, appollaiato qui a cercare carogne di cui cibarmi: perché il mercato ha sempre bisogno di qualcuno che ricicla.
- Oh, e questo. Questo hard disk è buono.
- Sicuro? Sembra malconcio.
- Fìdati. Certo: avrà una memoria ridicola, un paio di petabyte al massimo, ma si può rivendere. Dammi un paio di giorni e te lo rimetto in sesto.
C’è da fidarsi: Matteo è un genietto. È ossessionato, da queste cose: si appassiona ai numeri, alle statistiche, alle macchine. Ci dialoga, con questi esserini binari, si affeziona loro come un bambino normale si attaccherebbe a un cane o a un gatto. Gli mette nomi, delle volte: ma adesso gliel’ho vietato, perché altrimenti si lega troppo e poi mi impedisce di rivenderli. Dovreste vedere com’è diventata, camera sua: questa discarica, in confronto, sembra ordinata. E a me tocca tenergli dietro: da quando sua madre è morta non ho alternative. Ma gliel’ho detto: se in quella stanza entra un solo altro pezzo io vado lì dentro mentre lui è a scuola e rivendo tutto. E poi vediamo come lo ritrova, il processore Jason.
- Sul furgone, papà?
Che tenerezza mi fa: non voglio che diventi come me, che sprechi la sua vita a fare scorrerie in discarica. Matteo merita altro: merita di diventare un programmatore, un ingegnere applicato a queste tecnologie, non un cercatore di carogne. Gliel’ho già annunciato: fra un paio d’anni, quando finirà la scuola, voglio farlo andare all’estero, a studiare. Lui dice di sì, mi guarda, ma non gli interessa.
- Lo senti anche tu, papà?
Lo sento sì: sembra un furgone. Un’auto, quanto meno.
- Sbrigati, Matteo, sono in fondo alla strada.
Non c’è un minuto da perdere: il furto dalle discariche tecnologiche è punito con l’arresto anche se sei minorenne. Carichiamo quel che abbiamo raccattato e poi via: ingrano la prima. Guardo Matteo: non ha paura. Benedetta incoscienza.
- Sono lontani.
Mente. È assurdo: mio figlio mente per rassicurare me. Non sono un buon padre: non metterei in pericolo il futuro di mio figlio, se lo fossi. Accelero, fuggo: non devo farmi vedere. Non ne ho il tempo: sulla strada di uscita incrocio i fari con l’auto della polizia che sta percorrendo il viale d’ingresso. Ci guardano, lo sento: ci squadrano. Sono lupi: ci fiutano. Non ci fermano: i guai sono rinviati a domani.
- Non torneremo più qui, Matteo.
È accanto a me, in silenzio. Guarda una scheda madre, e non parla.
La ruota s’infossa in una buca, ma la supera. Sarà l’ultimo ricordo della mia vita da avvoltoio.
Domani mi evolverò. Diventerò un mulo, se necessario. O un cane. Cambierò animale. È questa la sorte che ci tocca: ritornare bestie.
Almeno finché la crisi non sarà finita.

7 commenti:

  1. "È questa la sorte che ci tocca: ritornare bestie."

    Per adesso il nostro Paese è pieno di allocchi, ahimè. (Ma quel Matteo ci darà grandi soddisfazioni, sono sicuro!)

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  2. Anche tu coi sequel? la religione è morta, un c'è che dire. :)
    Visione apocalittica quanto verosimile: se per riciclare devi ridurti avvoltoio, è notte fonda. Ci siamo quasi.

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  3. questo racconto mi ha messo un sacco di tristezza...

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  4. mi è piaciuto davvero tanto. Adesso aspetto il seguito..

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  5. Racconto inquietante, perché le possibilità che accada sono tutt'altro che remote...

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  6. Un racconto attuale. Triste.

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  7. (Ossì, G9, Matteo diventerà ricchissimo)
    Web: beh, non è propriamente un sequel ;)
    Nu, Usagi, tutto andrà per il verso giusto.
    @Leucò: accontentata :)
    @Ale: maccheddici? La crisi è finita.
    @Kylie: grazie per essere passata di qua; sì, la crisi viene e verrà sottovalutata. Ma, del resto, è sempre andata così.

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