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giovedì 16 dicembre 2010

Cronache di una invasione intestina


La vita era sempre trascorsa tranquilla nella nostra grande città dello stato di S. La nostra è una città industriale, di gente seria e lavoratrice. Tutto ruota intorno alla grande fabbrica che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti, e si occupa di smaltire i rifiuti del sistema di approvvigionamento del cibo dell’intero stato, dopo averne estratto più acqua possibile e le ultime merci utili rimaste. I rifiuti vengono poi inviati a quella che tutti chiamiamo la Grande Discarica, situata alla periferia sud della città, da dove vengono eliminati. Quello dei nostri operai è un lavoro duro, come si può capire. Chi non fa l’operaio, si occupa di produrre i loro abiti da lavoro, fatti di un materiale che li difenda dalle sostanze nocive a cui sono esposti in fabbrica. Tutto ruota su di essa, dicevo. D’altra parte, è una fabbrica modello. Disoccupati non ce ne sono in città, questo è palese. Però la vita media degli operai è tra le più basse dell’intero stato. E quando muoiono non stiamo a fare tante cerimonie, finiscono nel canale principale della fabbrica e vengono smaltiti anche loro, con un saluto e la frase rituale:
- Vai ner culo, vai!
Non c’è acrimonia né scherno in questo, chi la pronuncia sa bene che questo sarà il suo medesimo destino.
Io lavoro nell’amministrazione. Io e i miei colleghi siamo dei privilegiati, inutile negarlo. La nostra vita è lunghissima, la mia dura praticamente da quando esiste lo stato di S., ed è molto più gradevole. Gli operai sono tutti figli nostri, per capirsi, è fra i nostri compiti mantenere costante la popolazione della città per mandare avanti la fabbrica.
- Ehi, laggiù, settore stamin(chi)ale! Tutto regolare?
Chi ha parlato fa parte delle “forze dell’ordine” come le chiamiamo noi. Loro si infastidiscono perché le vere forze dell’ordine sono quelle statali che perlustrano tutte le strade dello stato; queste altre vivono alla periferia della città e sono più che altro “recettori” che rendicontano l’amministrazione centrale dello stato di S. sulla situazione in città. Ci chiamano così e ci siamo abituati, d’altra parte qua ci si annoia un po’ a volte, ci vuole qualche diversivo.
Un giorno successe qualcosa nel settore di uno dei miei colleghi stamin(chi)ali ad alcuni isolati di distanza dal mio, dopo la grande curvatura sinistra. Lui a vederlo sembrava sempre lo stesso, ma i suoi figli non andavano più a lavorare in fabbrica e cominciarono a costruirsi un quartiere per conto loro.
Abusivo, manco a dirlo.
Noi eravamo sbigottiti. Che diavolo stava succedendo?
Nuove strade sorsero nel nuovo quartiere, di quelle che servivano per portare i viveri in città e ritirarne gli scarti. Ci misero un bel muro intorno, che cresceva al crescere del quartiere. E via via che cresceva, cominciò a invadere prima le zone periferiche della città, coi loro campi e le rare case di contadini e più in là il sistema che faceva progredire il materiale che arrivava alla fabbrica, e poi cominciò addirittura a ridurre il calibro del canale centrale, ostacolando quindi il lavoro. La crescita arrivò al punto che buttarono giù il muro che era diventato un ostacolo, ci mettevano troppo a ricostruirlo ogni volta. Vedemmo così che il quartiere cresceva in modo completamente diverso dal resto della città, non c’era più l’ordine che vi regnava all’inizio, e gli abitanti non erano più tutti uguali fra loro, sembrava una piccola società multietnica con al centro il nucleo originale dei figli del mio collega, e via via gruppi più degenerati in periferia. E fu con immenso stupore che osservai i primi irriconoscibili individui staccarsi dal quartiere e infilarsi nelle strade di uscita dalla città, che portavano ad altre città dello stato di S. Anche nelle stradine periferiche, da dove venivano portate via la spazzatura e le acque reflue. Prima singoli, poi a gruppetti. Uno lo vidi passare da una strada vicino a me: che sguardo lascivo! Che aspetto poco raccomandabile! Mi strizzò l’occhio, e filò via veloce.
Fu a quel tempo che quegli strani fenomeni colpirono la città. Forse i continui avvertimenti che le mie amiche “forze dell’ordine” mandavano di continuo all’amministrazione centrale di S. cominciavano a essere ascoltati. Si iniziò con i terremoti. Si proseguì con quelle strane onde elettromagnetiche, di luce non visibile ma che gli abitanti di questa e di altre città avvertono benissimo e tollerano a fatica. Fu poi la volta di quell’ondata di acqua in direzione inversa al solito… non si era mai visto un flusso provenire dalla grande discarica! La città si contrasse in un'immensa onda peristaltica, che rimandò in avanti quella massa d’acqua che trascinò con sé tutto il contenuto del canale. E a seguire arrivò il mostro: un immenso tubo con un enorme occhio in cima, che si fece largo nel canale, osservò a lungo la parte del nuovo quartiere che vi protrudeva e poi si spinse avanti, verso la mia zona e oltre, prima di ritrarsi da dove era venuto.
Coi miei colleghi stamin(chi)ali ci guardavamo straniti, per la prima volta ci sfuggiva il controllo della situazione in città. Ma il peggio doveva ancora venire.
Poco tempo dopo avvenne la grande demolizione, come la chiamammo da allora. In poche ore, il nuovo quartiere sparì com’era comparso, e con esso interi altri isolati della città, da una parte e dall’altra rispetto ad esso. Ci fu chi giurava d’aver visto comparire enormi strumenti muniti di lame affilate, giunti chissà da dove, tagliare letteralmente via il nuovo quartiere illuminati da qualcosa di simile al mostro, e addirittura un’enorme spillatrice unire insieme i monconi di città rimanenti, ma io sospetto che la tensione degli ultimi tempi abbia giocato brutti scherzi a questi testimoni oculari. Una spiegazione razionale ci sarà.
Per un po’ la fabbrica rimase ferma, dopo la grande demolizione. Non arrivava più materiale da trattare. Lentamente poi l’attività riprese, a ritmi ridotti, e noi tutti tirammo un sospiro di sollievo. Ci sembrava di uscire da un incubo, anche se avevamo perso interi isolati, spariti chissà come. Ma erano spariti anche gli abusivi, e questo ci rimetteva al mondo.
L’entusiasmo durò poco.
La fabbrica era in funzione, ma il cibo che ci arrivava dalle nostre strade era scarso, e di pessima qualità. Ma questo non rende l’idea, era come mischiato con della roba mai sentita, non era qualcosa che avreste offerto al vostro peggior nemico, ecco. Gli operai cominciarono a sentirsi male uno dopo l’altro, e noi eravamo troppo spossati per riuscire a rimpiazzarli a dovere. La fabbrica iniziò a mal funzionare, praticamente tutto finiva nella grande discarica.
I miei colleghi stamin(chi)ali cominciarono a morirmi intorno come mosche, e io che credevo fossimo immortali. E anch’io non mi sentivo per niente bene, beninteso.
Piano piano il cibo tornò normale, senza quel veleno, anche se era scarsissimo. Fu la roba che arrivava nel canale della fabbrica che cambiò drasticamente. Era non trattata, come se nelle città a monte della nostra stessero cessando le attività…
Non so più quanto tempo stia passando, ne ho perso la cognizione. Mentre guardo la desolazione che ha avvolto la mia città, ripenso agli abusivi che evadono, e a quel languido sguardo colto nel momento della fuga. E mi domando… chissà se sono riusciti a raggiungere altre città.
Chissà se c’entrano qualcosa in questo disastro.
Chissà…

Il signor S. aveva contratto un tumore del colon discendente. Fu operato di emicolectomia sinistra, e sottoposto a chemioterapia. Ma molti abusivi erano già in viaggio, e il male si ripresentò nel fegato e in un polmone. È morto nel suo letto, assistito dalle Cure Palliative domiciliari e dalla famiglia.




ps di Silas per chi se lo fosse perso ieri, visto che è stato aggiunto in un secondo momento:  se vi va di leggere un racconto mio gli amici di (A) Prova di Crash (ricordate il_cesco?) ne ospitano uno.

giovedì 25 novembre 2010

Memoriale della facoltà

Dopo il successo del primo racconto, è il momento del ritorno. Con una storia quanto mai "sulla notizia", riecco a voi web runner.

Dopo due settimane di occupazione, la stanchezza si fa sentire per forza.
Josè gettò uno sguardo circolare alla grande aula della Facoltà di Lettere e Filosofia piena di giovani compagni e compagne. Guardò i visi dei suoi amici più cari, Bernardo, Ricardo, Alvaro, le facce tirate, gli occhi gonfi, i sorrisi forzati. Da due lunghe settimane avevano lanciato la loro battaglia contro un governo che stava precipitando il paese verso il baratro dei suoi giorni più bui, quelli che nonno Fernando gli aveva raccontato tante volte negli anni passati.
I giorni della dittatura.
Non si era ancora a quel punto, diceva ora il vecchio. E non sarebbe stato come allora. Ma di motivi di preoccupazione ce ne stanno da vendere, sosteneva. E la colpa è della mia generazione, figliolo. La gramigna non la si falcia, la si estirpa con tutta la radice. Perché ripropone le sue varianti quando pensi che il tuo campo abbia ricominciato a prosperare, nutrendosi della sua stessa acqua e della sua stessa luce.
Cominciò con l’intolleranza verso gli stranieri. La costruzione di famigerati “Centri di Permanenza Temporanea”. Poi arrivarono le ronde di privati cittadini, che cessarono quando l’esercito cominciò a girare per le strade.
Dall’estero cominciarono a guardare il paese con sospetto, le grandi democrazie non lo ritenevano più un alleato affidabile. Solo le autocrazie prendevano il governo sul serio, e nonno Fernando fece notare sgomento a Josè che eravamo rimasti gli unici ad avere rapporti di amicizia addirittura con quel fantoccio che fingeva di governare l’Italia.
L’Università e la ricerca furono colpite con la violenza di un tornado. Nelle facoltà di Scienze e Medicina furono ritirati tutti i fondi pubblici e la ricerca fu appaltata alle grandi multinazionali farmaceutiche. La facoltà di Ingegneria divenne terreno di caccia delle industrie delle armi.
E alla Facoltà di Lettere venne riservato il destino peggiore: dall’anno accademico seguente, il progetto del ministero prevedeva la sua trasformazione nella Facoltà di Storia della Patria e Teologia. La Chiesa giocava nascostamente un ruolo fondamentale in questo piano. Non fidarti mai dei preti, figliolo. Nonno Fernando era categorico. Nei momenti di crisi, si insinuano come anguille. L’ho sperimentato di persona tanti anni fa. Vedrai se non cercheranno di legare il paese con una fune, e di riportarlo a tempi che credevamo sepolti…
Corsi e ricorsi, pensava Josè tristemente.
Così, i ragazzi e le ragazze del collettivo di Lettere e Filosofia, armati solo di sacchi a pelo, cucine da campo e amore per la cultura, avevano occupato la facoltà, imitati dai colleghi di tutto il paese. Idealmente con loro, i rappresentanti delle opposizioni e di tutte le istanze democratiche.
Inizialmente, solo la polizia presidiava la Facoltà. Dopo qualche giorno fecero la loro comparsa le lugubri camionette dell’esercito, schierate in massa nella grande piazza dove si affacciava l’elegante edificio cinquecentesco.
Ma il governo prendeva tempo, non se la sentiva ancora di passare a un’azione che avrebbe potuto segnare un punto di non ritorno. Dal canto suo la Chiesa sembrava volersi proporre come mediatore con i ragazzi, mettendo in campo la sua grande magnanimità.
Josè caracollò esausto fino al bagno. Quella giornata estenuante stava per finire, finalmente. Si guardò a lungo allo specchio, e riconobbe di aver scorto in quei visi il suo aspetto stesso. Cazzo! Ci condurranno al punto di sbranarci fra di noi, pensò.
Josè si sciacquò il viso e tornò in aula dagli altri. Si affacciò alla finestra, e come al solito la vista di quei cassonetti verdi pieni di automi armati gli strinse lo stomaco. Guardò di nuovo i suoi compagni, e ricordò con timore ciò che era avvenuto poche ore prima.
Quel giorno, il Cardinale in persona era andato a far visita agli studenti. Alto, sulla sessantina, disinvolto, venne accolto con curiosità dai ragazzi, che non riuscivano ancora a vedere la Chiesa come corresponsabile dell’involuzione del paese. Del resto, molti di loro erano cattolici; degli altri, una discreta parte pensava che il loro paese non era l’Italia, e che la Chiesa fosse in quel caso un mero strumento del governo. La storia non gli ha insegnato niente, diceva nonno Fernando nella testa di Josè quando questi discuteva dell’argomento coi colleghi.
Era affascinante, il Cardinale. Un oratore nato. E gli studenti erano stanchi, e soggetti a subirne il carisma. Parlò qualche minuto senza dire niente di concreto, ma in molti scambiarono le sue frasi di circostanza per sincero interessamento. Mentre parlava, una luce obliqua proveniente da una delle finestre incideva sull’enorme anello al dito medio della mano destra del Cardinale. Josè non poteva distogliere gli occhi da quel simulacro del potere. Alla fine, mentre il Cardinale si accomiatava, in diversi si accodarono per baciargli l’anello.
Josè attese il suo turno. È un uomo come gli altri, pensava. E come gli altri lo tratterò. Al suo momento, ruotò di 90 gradi la mano prona del Cardinale e gliela strinse guardandolo dritto negli occhi. Il Cardinale ricambiò lo sguardo, e solo in un secondo tempo ricambiò la stretta. Rimasero così per qualche secondo. Il Cardinale fu il primo ad allentare la stretta, e a distogliere lo sguardo, dirigendosi verso la porta senza proferir verbo.
Josè, immobile e con la mano destra a mezz’aria, lo guardò uscire. Non pensava a niente, perché si sentiva la mano bruciare. Bruciare! Lentamente gli occhi andarono al palmo aperto, tremante. Suggestione, pensò, ma quel calore gli sembrava terribilmente concreto… in qualche minuto si trasformò in un formicolio, fino a svanire del tutto.
Quella sera, Josè col suo solito gruppo si distese nel suo sacco a pelo in una delle aule al primo piano, quella col televisore. Si girò da una parte e dall’altra per un po’, la faccia e l’anello del Cardinale gli si erano insinuati in testa, e non riusciva a prendere sonno. Pensò se non fosse il caso di andare a fare due passi, l’ingresso posteriore di notte non era mai sorvegliato e si poteva uscire e rientrare tranquillamente. Ma la grande stanchezza lo tratteneva.
All’improvviso si trovò all’aria aperta. Evidentemente aveva trovato la forza di uscire. Un buio impenetrabile lo circondava, tutte le luci cittadine erano spente. Che strano. Si diresse istintivamente, scendendo i ripidi vicoli della città alta, verso la grande porta quattrocentesca, unico residuo delle vecchie mura rimasto da quella parte della città. Oltrepassò la porta mentre iniziava ad albeggiare. Possibile che fosse così tardi? Si tastò il polso sinistro. Non aveva orologio.
Percorse ancora qualche decina di metri, l’inquietudine che gli montava dentro. La tenue luce dell’alba non mostrava gli isolati della città bassa che Josè si aspettava di vedere. Si trovava in aperta campagna, nessun dubbio era possibile. Si voltò: le mura demolite nel diciannovesimo secolo affiancavano la porta.
Gli occhi di Josè si sgranarono mentre fissava quello spettacolo inconcepibile. Guardò in basso, ma non fece in tempo a rendersi conto di cosa erano diventati i suoi indumenti da ventunesimo secolo, che il grido “Eccolo! Prendetelo!” e il rumore di una carrozza in rapido avvicinamento risuonarono a pochi metri da lui. Fu tutto estremamente rapido; in pochi secondi Josè si ritrovò prono sul fondo della carrozza, legato, imbavagliato e bendato. Sembrò durare un’ora a Josè quel viaggio di pochi minuti. Ogni scossone della carrozza era un colpo del naso sul fondo, ogni colpo era un fiotto di sangue che gli negava il respiro, il respiro mancato gli stordiva i pensieri, gli innalzava il terrore, che gli rilasciava gli sfinteri. Lo trascinarono fuori dalla carrozza, gli tolsero il bavaglio. La stazione eretta e un paio di respiri profondi lo rinfrancarono un po’.
Entrarono in un edificio e scesero diverse rampe di alti gradini di pietra, l’umidità e il freddo penetrarono rapidamente nelle ossa di Josè. Lo slegarono e gli tolsero la benda. Josè ci mise qualche secondo ad abituarsi all’oscurità di quell’angusto corridoio illuminato solo da poche candele. Due uomini incappucciati lo conducevano. Passarono davanti a una cella chiusa da pesanti sbarre. “Lasciali perdere, domani bruceranno a beneficio del popolo”, disse uno degli incappucciati.
Josè guardò, sette uomini stavano addossati in uno spazio angusto anche per quattro, le barbe lunghe, gli sguardi vuoti. Quello più a destra sembrò familiare a Josè. Gli mancava la mano sinistra. Josè si lasciò spingere via sgomento, il terrore gli impediva di rendersi conto che il moncone era cicatrizzato da anni.
Lo condussero in fondo a quel lugubre corridoio e attraversarono una soglia che introduceva un inferno dimenticato sulla terra.
La sala di tortura era un enorme stanzone quadrato, col soffitto a volta. Josè fu condotto al centro, dove stava una tavola inclinata a 45 gradi affiancata da un armadio privo di ante e stipato di strumenti di ferro. Addossati a una parete, due grandi bracieri, l’uno ripieno di brace, l’altro che emanava una viva fiamma.
I sensi di Josè erano sconvolti, travolti da un’inconcepibile miscuglio di urla laceranti, odori di decomposizione della carne e dell’anima, viste intollerabili ad occhi umani. La lingua gli si rattrappì in bocca, prima di rivoltarsi scossa dai conati.
In uno degli angoli della sala, di fronte all’entrata, quattro uomini sorvegliavano gli effetti della culla di giuda su un disgraziato giunto ormai alla fine delle sue sofferenze. Nell’altro angolo si stava consumando l’epilogo di qualcosa coinvolgente un velo e un’immensa quantità d’acqua, quando la porta si aprì.
L’anello fu la prima cosa che Josè vide.
Il Cardinale avanzò con calma studiata verso il centro della sala, gettando un breve sguardo verso gli angoli. Sulle sue labbra si poteva indovinare un debole sorriso compiaciuto. “Bene, amico mio. Mi auguro che lo spettacolo sia stato di tuo gusto”.
I suoi occhi magnetici erano due fari puntati in quelli stanchi, svuotati di Josè.
“Siete strani voi eretici, sai? Sembrate sempre pensare che la Santa Madre Chiesa sia giunta alle soglie del diciassettesimo secolo senza avere la capacità di schiacciare l’eresia come una mosca fastidiosa”. Gli occhi di Josè ebbero un guizzo. “Oh, so cosa vorresti dire. Che non possiamo distruggervi tutti. Lo so bene, non temere. Se io potessi, farei l’unica cosa seria possibile: estirperei la gramigna con tutta la radice. Ma non è ancora tempo. Intanto, usiamo da par nostro la falce”.
Le labbra di Josè fecero un debole tentativo di aprirsi. “Risparmia il fiato, ti servirà. Sai quando si avvicinerà quel tempo? Quando voi eretici inizierete a darci fiducia. A conferirci un’aura di rispettabilità. Quando direte che è giusto collaborare con noi. Sarà il suicidio delle vostre idee, perché noi non cambieremo mai…”. Il Cardinale lanciò un ultimo sguardo, limpido e diretto, negli occhi di Josè. Si voltò, con lui aveva evidentemente finito. Si rivolse ai due uomini incappucciati, col tono sicuro di chi sa che verrà prontamente ubbidito. “Iniziate dalla mano destra”.
Non se lo fecero dire due volte. Afferrarono Josè e lo legarono sulla tavola inclinata, con la testa in basso perché non perdesse i sensi. Le tenaglie furono rapidamente arroventate, le unghie dall’indice al mignolo saltarono a una a una, altrettanti spilloni furono infissi nella carne viva. La testa di Josè esplose in un uragano di dolore, di angoscia, di terrore. Fu la volta delle due asticelle metalliche. Il pollice si adattava perfettamente in mezzo. Mentre uno degli incappucciati iniziava a stringere le viti, la sala iniziò a ruotare. E ruotare. E ruotare...
Fradicio di sudore, Josè si rizzò a sedere. Il sole era già alto e intorno a lui i compagni già fremevano di attività. Li guardò a lungo inebetito, cercando di far passare quel tremore inarrestabile che lo scuoteva.
Quando si fu calmato, il televisore reclamò l’attenzione dei suoi sensi.
Lui era lì. Un’innocua intervista.
Josè si lanciò sul telecomando. Ma dovette arrestarsi inorridito. “Non riesco a prenderlo! Non riesco a usare la mano destra!”.
Le sue urla attirarono l’attenzione di tutti. Il suo viso cereo era spaventoso. Ricardo, l’amico fraterno, lo scrutò con curiosità. “Per forza, ci hai dormito con tutto il peso del corpo sopra”, gli disse in tono bonario, nel suo sorriso c’erano tutti i dieci anni d’amicizia.
Le pupille di Josè viaggiarono rapidamente fra quelle dell’amico, la sua mano solcata dalle guizzanti formiche di un circolo che si andava normalizzando e l’immagine sullo schermo.
Alla sua vista un ghigno di disgusto gli comparve sul volto. “Ah, ho capito! Eccolo, il ghigno del mangiapreti!”. Il sorriso di Ricardo si allargò ancora. “Ma guarda, Josè, secondo me stavolta esageri. Sai che la penso come te ma… beh, stavolta forse sarebbe giusto dare un po’ di fiducia alla Chiesa, e iniziare a collaborare con loro…”.
Josè guardò l’amico con occhi distanti, da un altro mondo.
Un lungo, straziante brivido gli corse lungo la schiena...

mercoledì 10 novembre 2010

Una strana corsa

Anche oggi ospitiamo su queste pagine un amico della blogosfera. Date il benvenuto a web runner.

Era una corsa strana, me ne resi conto subito.
Una prima edizione, il “memorial Riccardo Mattesoni”. Non sapevo chi fosse questo tizio, ma il suo nome aveva su di me un’attrattiva invincibile.
Così ero lì, in mezzo al gruppo.
Uno strano gruppo…
Di sconosciuti. E questo era strano, per l’appunto. Molte facce sono sempre le stesse in queste gare della zona. Già, ma quale zona? Per trovare il posto il tom-tom si era quasi sui-sui cidato per l’esaurimento, un vero posto dimenticato da dio ma soprattutto dagli uomini.
E poi le facce. Eteree, quasi evanescenti. Sembrava un gruppo di fantasmi stinti. E le maglie. Mai viste prima. Possibile che non ci fosse neanche una squadra conosciuta?
Ma passiamo oltre. La partenza mi sorprende, i cenci partono tutti come saette. Mi accodo, che altro posso fare?
Pian piano trovo il ritmo giusto, e comincio a superare un po’ di gente. Ma non è come al solito. Provo un enorme piacere nel farlo, ben oltre l’immaginabile e il consueto. E la folla è in delirio.
Folla?
In una garetta così? Due ali di folla affiancano la strada... guardo le facce, e un brivido inspiegabile mi corre lungo la schiena.
Guardo il concorrente che sto superando e, beh stavolta altro che brivido. Mi sorride e prende colore, come scaldato da una sorgente interna. Mi volto e lo vedo, letteralmente, sparire, insieme alla strada dietro di me. Si vedono solo le facce di quella folla agghiacciante…
Mi sforzo di guardare avanti. Poco avanti a me corre il numero 101. Indossa una strana casacca azzurra con una scritta, “l’ignoranza è forza”. Ma non sembra il nome della squadra, sembra più... un marchio, ecco. Dalla folla, una mano si sporge, quella di un uomo alto, di mezza età, elegante e sicuro.
- Winston!
Il numero 101 afferra quella mano e si volta verso di me che lo sto affiancando. A quel punto afferra la mia mano, costringendomi a rallentare. Non sono più me stesso per qualche secondo, l’orrore si impadronisce di me. Non ho mai sopportato i topi. Winston molla la presa, mi guarda e con voce lontana mi fa:
- Il mio destino è il tuo. Noi siamo i morti.
A quel punto vinco il terrore aumentando il passo. Winston riprende colore a vista d’occhio ma dopo che l’ho distanziato inizia a dissolversi gridando:
- Montag! Ehi, Montaaaaaaaaaaag! Non dimenticarmi!
A quel grido il numero 451, che mi sta poco avanti, si volta. Indossa una maglietta anonima, senza scritte a parte il numero.
- Non si può - mi dice come se avesse colto una domanda nel mio sguardo.
Mentre lo supero (e lo vedo accendersi, ormai ho capito il meccanismo) mi accorgo che sul petto ha un numero diverso che sulla schiena. Come ci si può aspettare, è un numero a 4 cifre. Prima di sparire, inizia la sua litania, che mi accompagna finchè non lo distanzio: “Era una fresca giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria…”
Il numero 5 indossa la casacca dell’Atletica Tralfamadore.
- Sto tornando a Dresda – mi dice mentre lo supero. – Tu ci sei mai stato a Dresda?
- No, Kurt – gli rispondo mentre ricaccio indietro una lacrima.
- Billy. Mi chiamo Billy.
Aumento il ritmo, ormai mi mancano pochi concorrenti da superare.
Il numero 22 ha diversi tifosi sparsi tra la folla. Sono gli unici che appaiono umani in quella fauna disgraziata. Indossano magliette colorate col simbolo della pace, cartelli contro un certo Nixon e spille con su scritto “Yossarian vive”.
Lo affianco. Mi sorride.
- Tu sei pazzo.
- Eh?
- Avresti potuto non correre questa gara.
- Davvero?
- Già. Ma se chiedevi di non correrla non saresti più stato pazzo, e avresti dovuto correrla. Infatti sei qui.
Accelero guardandolo come un ebete. È quello che si illumina di più tra quelli che ho incontrato finora.
Ormai non ho davanti che l’ultimo concorrente. Sulla schiena ha il numero 120.
Come gli altri, non accelera mentre lo supero; ed è lo sguardo perverso di Blangis che si illumina al mio passaggio, e la sua voce lasciva che mi ghiaccia il sangue.
- Il marchese non avrebbe saputo descrivere un destino peggiore del tuo…
Nessuno più mi separa dal traguardo. Solo lo striscione davanti a me, e quella folla assurda ai lati.
- Garraty! Vai , Gaaaaarraaaaaaty!! – si grida da più parti nella folla.
- Non mi chiamo Ray – trovo non so come la forza di bofonchiare – Ray ha da tempo raggiunto il Maggiore.
Il traguardo è lì, a pochi metri.
All’improvviso, mi sento vacillare. Sento che le grida di quella folla perversa mi stanno penetrando nell’anima. Mi si annebbia la vista, come se l’udito richiedesse per intero il mio campo di consapevolezza.
Non so più chi sono, né dove mi trovo. Tutto è un cupo mare di cecità bianca, come in un qualche libro che ho letto e che si fa strada nella mia confusione…
I libri, la corsa… il sogno… la realtà…. Che piano piano riaffiora… mentre taglio il traguardo.
Finisce la corsa, finisce la mia fuga, una fuga in un mondo fittizio, fatto di corse e di libri.
Finisce il sogno.
Rimane l’unica cosa reale, la folla di creature che aspettano. Che odiano.
Prendo altre pillole.
Il cerchio si chiude di nuovo.
Io sono leggenda.