venerdì 17 dicembre 2010

Bianco

Chiudiamo questa settimana con un altro racconto di Leucò. Buona lettura.

- Ma come è bella. Chi è, la tua fidanzata? - ironizzò Eudemo arrivando all'improvviso.

Bruno fece finta di non sentirlo. Quel giorno non era proprio di buon umore e in quei casi l'unica cosa che riusciva a tirarlo su di morale era stare in riva al mare a contemplare un'immagine.
Eppure Eudemo era suo amico, per essere sinceri l'unico, ma non riusciva neanche lui a rallegrarlo in quelle giornate.
Benché fosse un capriolo, Eudemo era di indole molto coraggiosa e aveva proprio un bel caratterino. Il confrontarsi con un orso della stazza di Bruno non lo impauriva affatto e col tempo diventò suo amico. Di lui Bruno apprezzava il fatto che non nutrisse paure nei suoi confronti, dote molto rara in chi lo incontrava.

L'orso rimirava l'immagine mille volte al giorno senza mai stancarsi. Quasi si sarebbe potuto dire che si stesse consumando gli occhi nell'intento tanto pazzo quanto romantico di ammirarla.
Certo, chi l'avesse vista avrebbe di sicuro compreso il perché.
Era davvero una creatura celestiale.
La tunica le modellava il corpo lasciandone trasparire le sembianze divine: il seno piccolo e sodo che si ergeva sul petto, l'ombelico che traspariva da sotto la veste, le pieghe dell'abito che si increspavano sui fianchi e che poi, formando delle grandi balze, nascondevano quasi del tutto le gambe, le grandi ali che spuntavano dalla schiena. Il petto che protendeva in avanti come la gamba destra, mentre quella sinistra rimaneva indietro, le ali, alte, in atto di volare, così come tutto il resto del corpo. Chi non ne sarebbe rimasto incantato?

Stava seduto lì, sulla spiaggia del mare di Hora, con in mano quel grande libro. Un libro: nient'altro. Ma quel disegno, quella pagina gli bastava.
Cosa pensasse non lo posso dire con certezza, anche perché la storia d'amore tra una divinità e un orso non è delle più semplici. Forse immaginava di incontrarla e semplicemente adorarla.
E sospirava.

- Adesso è ora di alzarti, non l'hai guardata abbastanza? Bruno, è un disegno… non esiste davvero... vieni con me, facciamoci un giro, chissà quanto miele c'è che ti aspetta, andiamo a cercarlo…
- Non adesso, tra un po'… - grugnì Bruno - lasciami ancora un istante…
- Va bene, ma poi non lamentarti con me se noti il pelo poco lucido o ti vedi dimagrito… se non mangi bene non puoi neanche lamentarti… - sentenziò il capriolo.
- …
- Vabbeh, a dopo allora... - e se ne andò.

La vita di Bruno non era proprio quel che si può definire semplice: i genitori lo avevano abbandonato in mare appena nato perché era tutto bianco ma, non si sa come, era approdato su un'isoletta poco distante.
Quando nacque, lo strano colore del piccolo colpì molto l'intera comunità, che lo interpretò come il frutto di un malocchio. Una maledizione dei rivali, gli orsi bianchi, che volevano dimostrare la loro propria superiorità e i formidabili poteri magici di cui erano dotati.

Dovete sapere che gli orsi bianchi e gli orsi bruni erano da sempre nemici. Erano divisi da consuetudini ancestrali contrapposte: gli uni erano carnivori e sanguinari, gli altri erano onnivori ma prevalentemente vegetariani, particolarmente ghiotti di radici e fungi e si cibavano di pesci solo in caso di necessità. Che da un orso bruno ne nascesse uno bianco, quindi, era un sacrilegio, una cosa che la comunità non poteva proprio accettare.
Non tutto andava contro Bruno, in realtà. Una leggenda, un'antica leggenda, raccontava di un antenato, un caso unico da generazioni e generazioni, nato bianco da genitori bruni. Nato bianco e coraggiosissimo: tanto da aver salvato, da solo, l'intera comunità da una terribile carestia. Ciononostante, gli orsi avevano interpretato la nascita di Bruno come un presagio infausto: per questo i suoi genitori erano stati costretti a sbarazzarsene. Adesso il poverino viveva tutto solo, lontano dai suoi simili. Certo, aveva la compagnia di Eudemo, ma ciò non bastava per farlo sentire soddisfatto. Fortunatamente, un giorno, per caso aveva trovato quel libro e da allora la sua vita era stata un po' più piacevole.

Seduto sulla riva a contemplare l'immagine, ogni tanto alzava gli occhi verso l'orizzonte e guardava il mare. D'un tratto vide in mezzo alle onde qualcosa di bianco che spuntava tra le onde. Si strofinò gli occhi: forse aveva visto male? Guardò nuovamente: a pelo d'acqua sembrava emergere qualcosa, ma non riusciva a capire cosa. Lasciò il libro sulla sabbia e si avvicinò all'acqua. Sembrava marmo.

- Marmo? - disse tra sé. Senza pensare, corse e si tuffò per cercare di portare a riva qualunque cosa vi fosse in acqua.

L'oggetto era pesante. Non lo identificò subito, ma appena i suoi occhi percepirono un'ala capì immediatamente di cosa si trattasse. Con tutte le sue forze, e con molta attenzione, lo trascinò a riva, badando bene di non danneggiarlo.
Dopo averlo portato in salvo sulla terra ferma si inginocchiò dinanzi al suo cospetto: era una statua raffigurante l'immagine che tanto amava. Di marmo e alta più di due metri. Restò in quella posizione per un tempo indefinito. Poi, all'improvviso, la statua prese vita e si rivolse all'orso:

- Bruno, sono venuta per aiutarti e esaudire le tue preghiere. Tieni questa pozione: servirà per riportare la prosperità nella tua terra natale. Devi sapere infatti che in quei luoghi, adesso, vi è una grande carestia e la tribù da cui provieni patisce grandi sofferenze. Usa questo: potrai riportare il benessere e loro ti accetteranno, ti considereranno loro salvatore.

Proferite queste parole la divinità porse all'orso un grande otre pieno del liquido misterioso. L'orso la guardò con rispetto e poi disse:

- Vi ringrazio celestiale creatura. Ma come posso arrivare alla terra che mi ha dato i natali? Non so dove sia.

La dea sorrise e indicò il mare: tra le onde fece capolino una tartaruga gigantesca che alzò una pinna in segno di saluto.

- Ti ci porterà Caretta - disse la dea - non te la ricordi? Eppure è lei che ti ha portato in questo luogo appena nato. I tuoi genitori ti affidarono al mare e lei ti raccolse.

L'orso guardò la grande tartaruga sforzandosi invano di riconoscerla. Poi si inchinò nuovamente ai piedi della dea con gli occhi pieni di lacrime di gioia e la ringraziò. Tuttavia gli rimaneva ancora sul volto un velo di tristezza.

- Non preoccuparti di Eudemo - disse senza bisogno di spiegazioni la divinità - potrai rivederlo tutte le volte che vorrai, Caretta ti ci porterà volentieri, ti considera come un figlio, in tutti questi anni ti ha sempre osservato dall'acqua assicurandosi che stessi bene. Anche quando sei venuto a raccogliere la mia statua in mare lei era qui vicino per intervenire in tuo soccorso qualora ne avessi avuto bisogno.

Una sensazione di estremo calore avvolse il cuore dell'orso. Non pensava di essere tanto amato: in tutti questi anni si era sentito molto solo. E invece c'era qualcuno che, da lontano, vegliava su di lui.

La meravigliosa creatura scomparve e l'orso andò a sedersi sulla schiena della maestosa tartaruga per compiere la missione che la dea gli aveva affidato e ricongiungersi con la tribù che lo aveva scacciato.

giovedì 16 dicembre 2010

Cronache di una invasione intestina


La vita era sempre trascorsa tranquilla nella nostra grande città dello stato di S. La nostra è una città industriale, di gente seria e lavoratrice. Tutto ruota intorno alla grande fabbrica che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti, e si occupa di smaltire i rifiuti del sistema di approvvigionamento del cibo dell’intero stato, dopo averne estratto più acqua possibile e le ultime merci utili rimaste. I rifiuti vengono poi inviati a quella che tutti chiamiamo la Grande Discarica, situata alla periferia sud della città, da dove vengono eliminati. Quello dei nostri operai è un lavoro duro, come si può capire. Chi non fa l’operaio, si occupa di produrre i loro abiti da lavoro, fatti di un materiale che li difenda dalle sostanze nocive a cui sono esposti in fabbrica. Tutto ruota su di essa, dicevo. D’altra parte, è una fabbrica modello. Disoccupati non ce ne sono in città, questo è palese. Però la vita media degli operai è tra le più basse dell’intero stato. E quando muoiono non stiamo a fare tante cerimonie, finiscono nel canale principale della fabbrica e vengono smaltiti anche loro, con un saluto e la frase rituale:
- Vai ner culo, vai!
Non c’è acrimonia né scherno in questo, chi la pronuncia sa bene che questo sarà il suo medesimo destino.
Io lavoro nell’amministrazione. Io e i miei colleghi siamo dei privilegiati, inutile negarlo. La nostra vita è lunghissima, la mia dura praticamente da quando esiste lo stato di S., ed è molto più gradevole. Gli operai sono tutti figli nostri, per capirsi, è fra i nostri compiti mantenere costante la popolazione della città per mandare avanti la fabbrica.
- Ehi, laggiù, settore stamin(chi)ale! Tutto regolare?
Chi ha parlato fa parte delle “forze dell’ordine” come le chiamiamo noi. Loro si infastidiscono perché le vere forze dell’ordine sono quelle statali che perlustrano tutte le strade dello stato; queste altre vivono alla periferia della città e sono più che altro “recettori” che rendicontano l’amministrazione centrale dello stato di S. sulla situazione in città. Ci chiamano così e ci siamo abituati, d’altra parte qua ci si annoia un po’ a volte, ci vuole qualche diversivo.
Un giorno successe qualcosa nel settore di uno dei miei colleghi stamin(chi)ali ad alcuni isolati di distanza dal mio, dopo la grande curvatura sinistra. Lui a vederlo sembrava sempre lo stesso, ma i suoi figli non andavano più a lavorare in fabbrica e cominciarono a costruirsi un quartiere per conto loro.
Abusivo, manco a dirlo.
Noi eravamo sbigottiti. Che diavolo stava succedendo?
Nuove strade sorsero nel nuovo quartiere, di quelle che servivano per portare i viveri in città e ritirarne gli scarti. Ci misero un bel muro intorno, che cresceva al crescere del quartiere. E via via che cresceva, cominciò a invadere prima le zone periferiche della città, coi loro campi e le rare case di contadini e più in là il sistema che faceva progredire il materiale che arrivava alla fabbrica, e poi cominciò addirittura a ridurre il calibro del canale centrale, ostacolando quindi il lavoro. La crescita arrivò al punto che buttarono giù il muro che era diventato un ostacolo, ci mettevano troppo a ricostruirlo ogni volta. Vedemmo così che il quartiere cresceva in modo completamente diverso dal resto della città, non c’era più l’ordine che vi regnava all’inizio, e gli abitanti non erano più tutti uguali fra loro, sembrava una piccola società multietnica con al centro il nucleo originale dei figli del mio collega, e via via gruppi più degenerati in periferia. E fu con immenso stupore che osservai i primi irriconoscibili individui staccarsi dal quartiere e infilarsi nelle strade di uscita dalla città, che portavano ad altre città dello stato di S. Anche nelle stradine periferiche, da dove venivano portate via la spazzatura e le acque reflue. Prima singoli, poi a gruppetti. Uno lo vidi passare da una strada vicino a me: che sguardo lascivo! Che aspetto poco raccomandabile! Mi strizzò l’occhio, e filò via veloce.
Fu a quel tempo che quegli strani fenomeni colpirono la città. Forse i continui avvertimenti che le mie amiche “forze dell’ordine” mandavano di continuo all’amministrazione centrale di S. cominciavano a essere ascoltati. Si iniziò con i terremoti. Si proseguì con quelle strane onde elettromagnetiche, di luce non visibile ma che gli abitanti di questa e di altre città avvertono benissimo e tollerano a fatica. Fu poi la volta di quell’ondata di acqua in direzione inversa al solito… non si era mai visto un flusso provenire dalla grande discarica! La città si contrasse in un'immensa onda peristaltica, che rimandò in avanti quella massa d’acqua che trascinò con sé tutto il contenuto del canale. E a seguire arrivò il mostro: un immenso tubo con un enorme occhio in cima, che si fece largo nel canale, osservò a lungo la parte del nuovo quartiere che vi protrudeva e poi si spinse avanti, verso la mia zona e oltre, prima di ritrarsi da dove era venuto.
Coi miei colleghi stamin(chi)ali ci guardavamo straniti, per la prima volta ci sfuggiva il controllo della situazione in città. Ma il peggio doveva ancora venire.
Poco tempo dopo avvenne la grande demolizione, come la chiamammo da allora. In poche ore, il nuovo quartiere sparì com’era comparso, e con esso interi altri isolati della città, da una parte e dall’altra rispetto ad esso. Ci fu chi giurava d’aver visto comparire enormi strumenti muniti di lame affilate, giunti chissà da dove, tagliare letteralmente via il nuovo quartiere illuminati da qualcosa di simile al mostro, e addirittura un’enorme spillatrice unire insieme i monconi di città rimanenti, ma io sospetto che la tensione degli ultimi tempi abbia giocato brutti scherzi a questi testimoni oculari. Una spiegazione razionale ci sarà.
Per un po’ la fabbrica rimase ferma, dopo la grande demolizione. Non arrivava più materiale da trattare. Lentamente poi l’attività riprese, a ritmi ridotti, e noi tutti tirammo un sospiro di sollievo. Ci sembrava di uscire da un incubo, anche se avevamo perso interi isolati, spariti chissà come. Ma erano spariti anche gli abusivi, e questo ci rimetteva al mondo.
L’entusiasmo durò poco.
La fabbrica era in funzione, ma il cibo che ci arrivava dalle nostre strade era scarso, e di pessima qualità. Ma questo non rende l’idea, era come mischiato con della roba mai sentita, non era qualcosa che avreste offerto al vostro peggior nemico, ecco. Gli operai cominciarono a sentirsi male uno dopo l’altro, e noi eravamo troppo spossati per riuscire a rimpiazzarli a dovere. La fabbrica iniziò a mal funzionare, praticamente tutto finiva nella grande discarica.
I miei colleghi stamin(chi)ali cominciarono a morirmi intorno come mosche, e io che credevo fossimo immortali. E anch’io non mi sentivo per niente bene, beninteso.
Piano piano il cibo tornò normale, senza quel veleno, anche se era scarsissimo. Fu la roba che arrivava nel canale della fabbrica che cambiò drasticamente. Era non trattata, come se nelle città a monte della nostra stessero cessando le attività…
Non so più quanto tempo stia passando, ne ho perso la cognizione. Mentre guardo la desolazione che ha avvolto la mia città, ripenso agli abusivi che evadono, e a quel languido sguardo colto nel momento della fuga. E mi domando… chissà se sono riusciti a raggiungere altre città.
Chissà se c’entrano qualcosa in questo disastro.
Chissà…

Il signor S. aveva contratto un tumore del colon discendente. Fu operato di emicolectomia sinistra, e sottoposto a chemioterapia. Ma molti abusivi erano già in viaggio, e il male si ripresentò nel fegato e in un polmone. È morto nel suo letto, assistito dalle Cure Palliative domiciliari e dalla famiglia.




ps di Silas per chi se lo fosse perso ieri, visto che è stato aggiunto in un secondo momento:  se vi va di leggere un racconto mio gli amici di (A) Prova di Crash (ricordate il_cesco?) ne ospitano uno.

mercoledì 15 dicembre 2010

La consulenza stracciata

Ok, la saga familiare di errebi la conoscete già. Quarta puntata (qui la prima, qui la seconda, qui la terza).

Da un po’ di tempo a casa di Giulio i rapporti tra i componenti la famiglia non sono tutto zucchero e miele. Virginia ha sicuramente qualcosa che le bolle in pentola e sta aspettando il momento giusto per scoperchiare il coperchio. Il primo allarme al compleanno di Giulio. Era consuetudine l’appuntamento di tutto il nucleo famigliare alla sera dopo pranzo invece questa volta chi è andato prima chi dopo. Virginia con il marito, la figlia e il genero la sera, Clara al mattino ed Elena nel pomeriggio. Cosa mai starà succedendo? Silvia non se ne era poi preoccupata più di tanto. Succede i ragazzi hanno molti impegni, a volte si desidera stare tranquillamente in casa propria dopo una giornata di lavoro stressante. Giulio non è mai stato troppo espansivo e forse per lui questa ricorrenza era solo una rottura di scatole perciò mattino, pomeriggio o sera faceva lo stesso. Non si capiva però cosa ci fosse di così scottante per non celebrare l’evento come sempre. Qualcosa era scattato al mattino quando Virginia telefonò a Clara. “Ciao Clara sono Virginia oggi è il compleanno del ‘nonno’ hai già pensato cosa fargli?”. “Oh Virginia guarda sono talmente impegnata, tra le faccende di casa e lo studio di Michele, che mi era passato di mente”. Per le faccende di casa è risaputo che Clara ha la colf e per lo studio di suo marito non si sa cosa abbia da fare. “Cosa hai intenzione di fare? Hai sentito Elena?”. “No non ho sentito Elena e poi anch’io con i figli, il marito, il lavoro, mi è venuto alla mente solo ora. A proposito stasera sono impegnata non posso esserci”. “Ma come così all’improvviso, Virginia, dai non siamo mancati mai come ci resteranno mamma e papà?”. “Lo so Clara ma proprio non posso e comunque non perdiamoci in chiacchiere, hai intenzione di fare qualcosa insieme oppure mi arrangio da sola”. “Mamma mia Virginia sei un po’ suscettibile oggi, hai qualcosa che ti gira storto lasciamo perdere ognuno si arrangia e fa da sola”. Si è accesa la miccia. Come sempre Elena è all’oscuro di tutto. Quando verrà a sapere qualcosa sarà gia tutto fatto e non avrà nessuna possibilità di replica. Tutto scoppia nel pomeriggio quando Clara, in studio del marito, in un momento di pausa parla con lui. “Clara, ieri è venuta qui in studio tua sorella Virginia. Sai per quello studio di fattibilità sul loro passo carraio. Beh in poche parole ha incaricato dell’esecuzione progetto un altro studio. È inconcepibile, non capisco, che mancanza di rispetto ma con chi crede di aver a che fare. Perché siamo parenti crede di potersi prendere certe libertà?”. Clara appresa la notizia è come sobbalzata dalla sedia. “Mia sorella si permette questo? Ma adesso la chiamo io e gliene dico quattro”. “Lascia stare Clara cerchiamo di essere superiori”. Clara esce dall’ufficio del marito prende il cellulare e chiama immediatamente Elena: “La sai l’ultima di tua sorella Virginia”. “Ultima, di che cosa, cosa è successo?”. “Intanto questa sera non viene al compleanno del papà e poi…”. “Beh se è per questo non ci andiamo neanche Claudio ed io qual è il problema?”. “Ha scaricato Michele. Ha incaricato di redigere il progetto del passo carraio un altro studio senza nessuna giustificazione”. Elena rimane un po’ in silenzio poi pensandoci su non vede quale grosso problema possa essere avvenuto. Fino a prova contraria siamo in democrazia pensa e ognuno è libero di andare e fare ciò che vuole. “Ma per così poco Clara ne fai una tragedia”. “Ma proprio non capisci con te è proprio inutile parlare. È un'offesa, ci sta trattando come degli estranei non può permettersi di comportarsi in quel modo”. La telefonata continua ancora per un po’ con Clara blaterante dall’altra parte del filo poi Elena con una scusa taglia corto e chiude lasciando Clara senza la possibilità di replica. Lo studio sul passo carraio? Elena cerca inutilmente di ricordare ma di questa faccenda non ne ha mai sentito parlare. Non riesce a ricordarsene neanche sforzandosi. Era da un pezzo comunque che Claudio le aveva detto che c’era qualcosa di strano in Virginia. Era come avesse una sorta di repulsione ogni qual volta ci si trovava. Non capiva bene cos’era ma l’ultima rivelazione non lo prese d’improvviso. “Ecco allora cosa stavo bollendo in pentola. Vuoi vedere che Michele ha presentato il conto a Virginia e Fabrizio e questi non se lo aspettavano?”. “Il conto che problema c’è, rispose Elena, ovvio Livio non lavora mica gratis”. “Ma Elena mi sorprendi non mi vuoi mica far credere che non conosci a fondo Fabrizio e Virginia. Pensi che si siano rivolti a Livio perché lo considerino un bravo ingegnere. Ma non farmi ridere per piacere, sono andati da lui perché, essendo un parente erano convinti che non gli sarebbe costato niente”. Certo Fabrizio era una brava persona niente da dire ma, non toccarlo nel portafoglio. Adesso poi che è in pensione fa fatica ancor più di prima a tirarlo fuori. Come quella volta con Claudio e Elena. I due stavano ormai per sposarsi e dovevano impegnarsi nel sottoscrivere un lungo mutuo per il pagamento dell’appartamento acquistato in cooperativa. Certo c’erano tutte le agevolazioni per le giovani coppie, l’appartamento acquistato in cooperativa, le agevolazioni sui tassi di interesse sul mutuo ma, i soldi ci dovevano essere comunque. Giulio quella volta, chissà forse non nel pieno delle sue facoltà, aveva proposto a Elena il prestito di una certa cifra in modo tale da poter attivare un mutuo meno lungo e con una rata più bassa. Claudio non ci credeva ma visto che tutto era vero si era convinto all’idea. Poi, d’improvviso, il fulmine Fabrizio. Sempre sull’orlo di perdere il lavoro, non si sa come visto che era proprietario di una lavanderia industriale, si presenta un giorno a casa di Giulio disperato. Il lavoro, la crisi, sua figlia Virginia, i suoi due nipoti, insomma i soldi che dovevano essere di Claudio ed Elena andarono a Fabrizio. Il signor Giulio, poi, tagliò corto le spiegazioni ai due, Fabrizio aveva più bisogno di loro tanto il mutuo c’era per qualsiasi importo, più lungo e più alto ma che importanza aveva i soldi c’erano. E dall’altra parte? È sempre rimasto un segreto quel mutuo di Fabrizio imprenditore, anche lui impegnato nell’acquisto di una casa, ma con lo stesso identico mutuo agevolato di Claudio e Elena. Guadagnava come loro? Guadagnava meno di loro?”. “Te lo ricordi vero Elena. Non abbiamo preso da tuo padre un becco di un quattrino e poi alla fine, beh lasciamo perdere perché altrimenti...”. E così si era arrivati al dunque. Virginia e Fabrizio aprivano le porte alla guerra. Clara aveva avvisato tutti i suoi ‘amici per bene’ naturalmente la crema dell’alta società del paese ricevendone solidarietà e comprensione. Claudio avrebbe voluto esserci quel giorno, nascosto in un angolino nello studio di Livio e sentire Virginia che le comunicava la sua decisione. L’ingegnere conoscendolo era rimasto certamente impassibile con il preventivo tra le mani facendo buon viso a cattiva sorte. Già pensava come dirlo a Clara. A dirlo in maniera tale che tutta la colpa ricadesse su Virginia e che Clara e la figlia si unissero con lui al suo dolore di parente affranto. Rimaneva solo un dubbio. Era stato Livio a presentare il conto alla cognata senza che nessuno lo sapesse o, invece, era una azione studiata e voluta da lui e Clara insieme? Per Claudio era sicuramente più probabile la prima. Conoscendo Livio non si sarebbe certamente stupito della sua decisione. Livio non era abituato ad informare di tutto quello che faceva la moglie e quindi il conto era sicuramente opera sua. Sicuro poi del fatto che Clara non avrebbe mosso bocca è andato avanti come un carro armato già sapendo di avere comunque la moglie dalla sua parte. Di Livio, per Clara, non si poteva assolutamente parlar male. Non era permesso mettere in discussione l’ingegnere. “Livio non si tocca” diceva sempre. Al pensiero di separarsi ci aveva pensato molto tempo addietro ma poi, certamente la paura fa novanta e per Clara, che già aveva con eleganza, accettato un tradimento coniugale il rimanere sola e senza la vita sociale a cui era abituata sarebbe stata una tragedia. “Sto vivendo il momento migliore della mia vita. Ho un marito che meglio di così non potrei avere, una figlia che mi da un sacco di soddisfazioni, cosa potrei desiderare di più” aveva detto Clara ad una festa in occasione del compleanno della figlia mentre la famiglia sapeva del tradimento. Ma non c’era proprio di che stupirsi anzi sarebbe stato strano il contrario. Eppure come non porsi delle domande per quel mancato incontro. Giulio e Silvia le domande non erano abituate a farsele anzi, non servivano. Erano talmente convinti della perfezione della loro famiglia che non facevano parte della loro mentalità. Facevano al loro caso quando dovevano parlare degli altri, gli estranei. Quelli che, a loro modo di vedere, erano giustificati nel criticare e che venivano commiserati dei loro errori. Gli errori nella famiglia non c’erano. Ma lentamente la famiglia perfetta che Giulio e Silvia credevano di aver creato si stava distruggendo. Cominciavano le prime crepe senza per questo intaccare la realtà irrealtà di Giulio e Silvia. Come in una campana di vetro continuavano nel giustificare sempre e comunque le loro debolezze, stretti alle loro tre figlie. Una foto perfetta in un giorno perfetto, di quelle che si tengono esposte in soggiorno in bella cornice; loro cinque con gli abiti da festa, in una mattinata piena di sole. Ma a guardarla bene già incominciava ad esserci un ombra in quel idilliaco ritratto di famiglia. Una presenza fra loro, ignari di tutto. Una presenza estranea, proprio quella criticata dalla famiglia. Entrata come uno spettro ha iniziato a guastare tutto. Solo un’immagine di facciata, la glassa sottile e splendente di una falsa famiglia felice che stava cominciando a marcire. L’invasione era iniziata con quel studio di fattibilità gettato al vento da Virginia. Ma Virginia non sapendo aveva fatto entrare l’ombra, aprendo una porta segreta, l’ombra che non si accontenterà più di essere un ombra ma vorrà far parte della foto di famiglia, prendere il posto che le compete lasciando Giulio e Silvia nel loro irreale guscio di protezione.

ps Se vi va di leggere un racconto mio, invece, gli amici di (A) Prova di Crash (ricordate il_cesco?) oggi ne ospitano uno.

martedì 14 dicembre 2010

La mia padrona di casa

Anche oggi un racconto a quattro mani. Stavolta con la partecipazione straordinaria di Leucò.

Fonte: mediapop via Mitì Vigliero
Camilla se ne stava in un angolo. L’angolo suo, quello lontano dalla ringhiera, lontano dai vasi e tutto il resto. Era una forma di paura antica, quella che la tratteneva lì: che fosse vertigine o chissà che, quella non voleva sentire ragioni. Era la massima concessione che fosse disposta a farmi: non mi negava la sua compagnia mentre fumavo in balcone per evitare che il bambino iniziasse a tossire, ma no, non mi si avvicinava. Stavamo ai due angoli, come se avessimo litigato: lei vicino alla porta e io quaggiù, lontano dalla camera del pupo, anche se oggi il bambino stava dalla madre. Ora: non ci sarebbe niente di strano, a soffrire di vertigini. A una condizione: non ci sarebbe niente di strano a meno di essere Camilla. Cioè una gatta.
Va detto però che Camilla non era una gatta qualunque. Era la mia padrona di casa. No, non in senso figurato come avrete pensato voi: non voglio dire che, come tutti i gatti, Camilla si impossessava di tutto ciò che passava attraverso l’ingresso. Anzi: la gatta, bisogna dire, sapeva anche stare al posto suo, sapeva rispettare i miei spazi e da quando era nato Alessio aveva anche imparato che la sua stanza era off limits. Era una gatta educata, niente da dire. Via via le avevo fatto imparare le regole della convivenza, e chiunque abbia avuto un gatto sa che questa è un’impresa sostanzialmente impossibile. Camilla era insofferente, per questo, ma alla lunga si era abituata. Obbediva.
Povera gatta. Non aveva idea di essere lei, in realtà, a tenermi in pugno: la zia Magda, prima di morire, aveva lasciato a Camilla la nuda proprietà di questa casa, dandone a me l’usufrutto. Una strega, quella Magda: una strega contorta. Come condizione per l’eredità, aveva deciso che io dovessi prendermi cura della gatta vita natural durante. E lo sapeva, la zietta, che io li odiavo, i gatti. Comunque: la perfida zia aveva deciso che se la gatta fosse sopravvissuta al decimo compleanno io avrei ereditato la casa alla sua morte. Altrimenti l’immobile sarebbe passato per vent’anni al gattile “Le fusa” di via Tintoretto, al quale avrei dovuto pagare per l’affitto 500 euro al mese. Oppure avrei dovuto sloggiare. È per questo che alla morte di zia Magda ribattezzai la gatta Rossana col nome della mia ex-moglie: per avere riferimenti. Femmine che pretendono di avere il controllo della mia vita: Camilla.
A questo punto avrete capito la situazione: in pratica ero costretto a tenere in vita un animale che odiavo, a portarlo dal veterinario ogni settimana e cose del genere. Per fortuna, col tempo, il veterinario si era stabilito nell’appartamento sotto il mio, al secondo piano, e questo mi semplificava notevolmente la vita: in caso di emergenze, che vista la mia ipocondria trasmessa all’ereditiera erano continue, era sufficiente percorrere un paio di rampe di scale per invocare soccorsi. Poi, è naturale, facevo di tutto per proteggerla: ad esempio, quel giorno, non volevo che stesse con me in balcone, a rischio di prendere un malanno, ma non c’è verso di imporre a un gatto la posizione. Stava lì, mi fissava, e anche se la cacciavo sbattendo il piede a terra non faceva una piega.
Poi, all’improvviso, finalmente rientrò. La vidi mettersi lì e grattarsi, grattarsi, grattarsi. Leccarsi. Era anche pulita, Camilla: stava sempre a leccarsi. La vidi a pancia in su: pelo rosso come dominante, e poi, al centro della pancia, una chiazza bianca. Fu in quel momento che notai il fattaccio: la chiazza bianca era rossa, pure quella. Rosso sangue. Era come se la gatta avesse deciso di procurarsi una ferita, come se fosse diventata autolesionista. Come se stesse cercando il suicidio. La vedevo distintamente: leccare, come per ammorbidire la pelle, e poi grattare. Io non avevo una grande esperienza in materia felina, però non mi sembrava un comportamento granché lineare: non so voi, ma io non ho mai visto un gatto leccarsi fino a procurarsi il sangue. Insomma: spalancai la porta e corsi giù, deciso a piombare nella casa-studio del veterinario. Non mi preoccupai neanche di chiudere la porta, né tanto meno di procurarmi le chiavi: avete presente un’emergenza?
Il dottore De Tomaso fu garbato. Mi accolse nel suo studio nonostante fosse domenica mattina, si fece spiegare il problema e si convinse a venir su con me. Inutile: la porta era sbarrata. Casualità, direte voi: magari il vento. Ma il vento non mette fuori dalla porta una valigia con il necessario per sopravvivere qualche giorno.
Mi aveva cacciato. C’è una maledizione, in quel nome.

lunedì 13 dicembre 2010

Come in un sogno

Oggi inauguriamo una nuova etichetta, che questa settimana tornerà a trovarci: i racconti a quattro mani. Iniziamo con la storia scritta da un'ospite che conoscete già, vaniglia, e me.

Successe tutto lentamente come in un sogno... Uno di quei sogni in cui corri più veloce che puoi, tanto che i muscoli delle gambe e delle braccia ti fanno male, ma ogni movimento sembra sempre più lento e solidificato, tanto che quel qualcosa dietro di te si avvicina paurosamente fino a che non senti lo spasmo della paura sfiorarti il collo, le spalle, la schiena e attanagliarti lo stomaco. È allora che nel girarti lentamente, immobilizzato dal terrore, ti svegli prima di poter urlare... Per cosa? Non lo si scopre mai.
Stavolta, invece, era tutto vero. Avevo percepito distintamente il suo alito caldo e umidiccio posarsi addosso a me dopo essersi fatto largo fra i passeggeri sull'autobus, avevo persino sentito la sua voce – una voce cupa e tenebrosa, simile a un ricordo che non sapevo decifrare – chiedere scusa a qualcuno.
Scusarsi: mi sembrò una nota stonata, quel “mi dispiace, l'aiuto”. Era qualcosa che strideva con la mia esperienza: non sapevo a chi appartenesse quella voce, ma lì, in quell'istante, ebbi la certezza che a parlare era una persona abituata non chiedere scusa. Ero divorata dalla curiosità, ma non ebbi il coraggio di voltarmi e controllare. La tentazione durò solo pochi secondi: la sua mano sudata si posò sulla mia spalla nuda e l'estate, già torrida, parve avvampare di nuove braci incandescenti. Prima fu solo sospetto, poi divenne certezza e sperai che l'attimo presente si cristallizzasse per darmi il tempo di divincolarmi da quella stretta appiccicosa, da quella voce ruvida che sapevo già cosa avrebbe detto da lì a poco. E infatti lo disse...
“Sedici”. I suoi occhi si fissarono nei miei: le pupille scurissime di quell'uomo raccontavano la storia di un inseguimento durato anni, una rincorsa che si perdeva nella notte dei tempi. D'improvviso tutto mi fu chiaro: un fiume carsico di ricordi mi si riversò addosso, come emergendo dalle nebbie della memoria. Un odore di muschio, una suggestione di Scozia mi rivelò ogni cosa: avevano iniziato i suoi nonni, poi suo padre aveva proseguito, infine era toccato a lui raccogliere il testimone. Solo di una cosa ero certa: dovevo fuggire. La frenata dell'autobus mi richiamò alla realtà.
Le porte si aprirono e non esitai nemmeno un istante: spintonai la ragazza che mi ostruiva l'uscita e mi misi a correre più veloce che potevo, ben decisa a non raccogliere quel testimone che il vecchio marinaio scozzese mi stava porgendo, certa di potermi sottrarre a quel destino che non mi ero scelta se solo avessi avuto abbastanza fiato nei polmoni e forza nelle gambe... Non mi voltai nemmeno una volta memore di chi in passato lo fece e corsi per non so quanto tempo finché non mi ritrovai inaspettatamente di fronte al mare.
Eppure ero sicura di essere andata a nord: mare alle spalle, sempre dritta, il più lontano possibile da tutto ciò che potesse ricondurmi a lui...
Mi voltai, schiena al mare e ricominciai a correre con la paura a farmi da propulsore nei muscoli delle gambe e gli occhi socchiusi a schivare il sudore che gocciolava copioso dalla mia fronte e si frantumava alle mie spalle in un milione di infinitesimali goccioline che non erano più mie, ma parte del tutto che mi circondava...
Man mano che correvo tutto intorno a me cambiava forma: pian piano, gli ombrelloni diventarono alberi, gli alberi palazzi, i palazzi negozi. La trasformazione non si fermò: i negozi tornarono palazzi, i palazzi alberi, gli alberi ombrelloni. Avevo corso per una decina di minuti, non avevo mai cambiato direzione, ma mi ritrovavo di nuovo sulla spiaggia. E, non so perché, ero scalza: i miei piedi, improvvisamente, affondavano nella sabbia.
Lui era lì.
Forse era sempre stato lì e aspettava soltanto che la smettessi di fuggire e mi arrendessi all'evidenza che un destino in realtà non esiste, che abbiamo sempre una scelta nella vita, ma che spesso, questa scelta, si riduce a due sole possibilità: fare la cosa giusta o rifiutarci di farla, salvo rendersi conto un bel giorno che ciò che non affrontiamo oggi ce lo ritroveremo davanti domani per una, due, tre, sedici volte... Finché non si decide che è ora di guardarla negli occhi questa nostra coscienza, anche se ha le pupille scurissime e severe di un marinaio d'oltreoceano.

venerdì 10 dicembre 2010

La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto

Ora: io non so quanto voi siate legati alle cose, ma io ci tengo tantissimo. È più forte di me: in ogni oggetto della mia esistenza vedo una storia, un momento, una forma di felicità o di tristezza, insomma qualcosa che trasuda linfa vitale. Dettagli: la vita è fatta di dettagli, nient’altro che questo. Cose insignificanti, viste lì per lì, ma che assumono una fisionomia, una rilevanza, se solo si possiedono la pazienza e la memoria necessarie per osservare l’insieme. È questo quel che faccio: raccogliere i pezzi. Archiviarli, metterli da parte, conservarli per un momento finale. Per il giorno, spero lontano, in cui potrò guardarli tutti insieme, e in definitiva capire. Trovare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. Anita dice che spreco la mia memoria eccezionale per immagazzinare informazioni inutili, ma io non bado molto a quel che dice Anita.
Prendete questo martello: è il pezzo a cui tengo di più. Mi fu regalato nel 1962, quando avevo 8 anni. Il 18 agosto. Quattro giorni prima Abraxas era fuggito per la seconda volta, rovinandoci il Ferragosto, ma poi era stato trovato nel boschetto all’inizio della provinciale per Pasana, a neanche trecento metri da casa. Quando lo individuammo era ai piedi di un albero, accucciato, ad aspettare che un gatto scendesse, illuso: aveva persino smesso di abbaiare. Insomma: mio padre decise che doveva montare un cancello, si procurò qualche tavola di legno e comprò i cardini. Poi mi chiamò e mi disse che era il momento di imparare a fare l’adulto, si fece aiutare per tutta la giornata e alla fine mi regalò il martello. La prima volta che lo presi in mano mi sembrò di insostenibile pesantezza. Ridicolo: adesso potrei tenerlo con due dita.
La cesoia, invece, è più recente, e non ha tante storie, tante avventure mirabolanti e disavventure sfortunatissime da raccontare quante ne ha il martello. L’ho comprata due anni fa: 39 euro e 90 su e-Bay. Col “compralo subito”: non mi fido delle aste, ma soprattutto non ho la pazienza di stare davanti al computer per gli ultimi venti minuti solo per risparmiare quattro euro. E poi io avevo esattamente quaranta euro da spendere: avevo giocato cinque euro sul 2-0 secco di Pisa-AlbinoLeffe, nona giornata del campionato di serie B. Un’eresia: i toscani, reduci da una sconfitta perentoria ad Ascoli, erano sesti, mentre l’AlbinoLeffe, grazie a una serie micidiale di cinque vittorie consecutive, e soprattutto grazie a una striscia di undici partite senza sconfitte, aveva appena conquistato il primo posto, e sembrava deciso a difenderlo. Infatti il 2-0 era quotato a otto: un’occasione troppo ghiotta. Non vi dico la soddisfazione quando Titone ha segnato il gol del 2-0: la felicità di avere 40 euro da investire. E poi una cesoia mi serviva.
Ad esempio, oggi la tenaglia non sarebbe sufficiente. Per quanto, certo, se potessi utilizzerei quella: la comprai, anche se in quel momento non lo sapevo, proprio nel giorno in cui fu concepito Andrea. Beh, non che io possa esserne sicuro al cento per cento, ma, insomma, in quel periodo io e Giorgia non eravamo più attratti sessualmente l’uno dall’altro come all’inizio. Non posso isolare con certezza quel giorno, ecco, ma posso dire che è molto probabile che sia andata così. Insomma: ero libero, perché la scuola era chiusa per neve, e ne approfittai per rimettere in sesto il magazzino degli attrezzi. Dovevo appendere da qualche parte quella dannata sega e, insomma, mi serviva una tenaglia per fissarla a un gancio col fil di ferro. Anselmo mi fregò, secondo me: 7.500 lire per una tenaglia erano davvero tantissime, ma io ne avevo bisogno e raggiungere Terlo con quella neve era un’impresa impossibile.
Come oggi sarebbe impossibile spezzare questo coso con la tenaglia. Solo con la cesoia posso farcela: è oro, oro vero, mica ferro placcato. Ricordo perfettamente il momento in cui Giovanni e Dario vennero da me per offrirsi di comprarlo, ovviamente sia questo che quell’altro. Fui sorpreso, anzi: imbarazzato. Io non lo sapevo, non me l’aveva detto nessuno che questa cosa spettava ai testimoni. Poi tornarono, da maldestri quali erano, per chiedermi se volessimo far incidere i nostri nomi sul bordo interno oppure no. Anche per questo voglio usare la cesoia: ha le punte più affilate, può permettermi di trovare un punto vuoto, senza scritte. Mi dispiacerebbe spezzare le scritte, ma soprattutto se lo facessi Anita mi tormenterebbe. Già non la sopporto: dice che non serve, che mantenere le fedi può essere un modo per ricordare Giorgia anche adesso che è morta. Ma io non bado molto a quel che dice Anita.

giovedì 9 dicembre 2010

Le avventure intergalattiche di Mikhail Bulgakov

La verità è che non c'era un solo motivo valido, avevo pensato in un primo momento. Neanche uno, ve lo giuro: semplicemente ce l'avevano con me. O forse, più semplicemente, non avevano coraggio. Altrimenti perché rifiutare le mie tavole? Erano geniali, tutte le persone che mi stavano intorno erano d'accordo. Innovative, imprevedibili, ben tratteggiate. E poi non ce n'era uno, dico uno, che avesse il coraggio di dirmi, che ne so, che erano disegnate male, che la storia non reggeva: no, accampavano scuse di ogni tipo per non pubblicarle. E a quel punto l'avevo capito: la mia geniale striscia a fumetti non avrebbe mai visto la luce. Le case editrici di mezza Italia le avevano rifiutate con una scusa.
Non capivo perché “Le avventure intergalattiche di Mikhail Bulgakov” non piacessero. C'erano tutti gli ingredienti: un supereroe, un personaggio storico, le ambientazioni eleganti della Mosca dei primi tempi della Rivoluzione d'ottobre, la satira politica. Più avanti la contrapposizione tra blocchi, la vita da bohémien, un gran numero di belle gnocche. Proprio non c'era nessun motivo. O meglio: all'inizio io non l'avevo capito, qual era il motivo. Ma poi fui illuminato da un'intuizione: la ragione era nascosta nelle risposte che le case editrici mi avevano dato.
Prendete la Foxtrot: pubblicava ancora oggi le tavole di quell'eroinomane di Ambrogio Calma, volete che non avesse spazio per le mie? Mi presentai nei loro uffici prima di andare da ogni altro editore, e quel tizio, quel Marcello Desideri, mi aveva detto che non andava bene che le strade si chiamassero “Tverskaja ulitsa” o “Sadovaja ulitsa”, che avrebbero dovuto chiamarsi “via Tver” o “via dei Giardini”. Che idiota! E dire che non gli avevo neanche detto che quella era solo una versione per lui, che pian piano quelle strade, sui cartelli, si sarebbero chiamate Тверская улица e Садовая улица. Un po' di sano realismo, e che diamine! Ce lo vedete voi un cartello di Mosca scritto in caratteri latini? Da piccoli, quando leggevate i manga, i cartelli erano o non erano in ideogrammi? E quello vi impediva di leggere i vostri fumetti, di capirli? Tenni per me le mie osservazioni, ringraziai Desideri e passai alla casa editrice successiva. Ma neanche lì andò bene.
Alla Echo parlai con il direttore della collana “Farfalla”, Piero Pezzalo. Un cieco avrebbe saputo far meglio il suo lavoro, credetemi! Gli portai una decina di tavole, le lasciò sulla scrivania per una settimana abbondante e poi mi scaricò con una scusa: mi disse che uno che già di suo faceva il medico e nel tempo libero era uno scrittore non aveva tempo per una terza identità. “Se è un dottore – mi disse – già avrà le sue difficoltà. Come vuoi che trovi un ritaglio per volare da Teatralnaja verso Ploshchad Revolutsij per salvare bambini e donne in difficoltà?”. A lui, come a Desideri, non dissi quel che pensavo: mi limitai a ringraziarlo per il tempo che mi aveva dedicato, a raccogliere i miei disegni e allontanarmi in fretta.
Una sorte uguale mi toccò alla Romeo e, per farla breve, ovunque. “L'Unione Sovietica è démodé”, mi disse quel tale, Francesco Magro. “Un supereroe di provenienza aliena è un espediente trito”, gli fecero eco alla Sierra. “Il fumetto storico non tira più da un pezzo”, disse un altro deficiente alla Lima. Insomma: tutti mi davano il benservito con scuse accampate lì per lì, ma fu soltanto alla Bravo che mi dissero qualcosa di più vicino alla realtà: “Bulgakov – mi spiegò l'editor, l'avvenente Elena Bonito Oliva – morì nel 1940, vent'anni prima che la Vostok 1 prendesse la via dell'orbita. Il viaggio dello scrittore nello spazio è un impossibile anacronismo”.
Come avevo fatto a non pensarci prima? Il 1940. Marzo 1940, per l'esattezza. Esattamente sei mesi dopo l'invasione sovietica della Polonia. Non era sospetta, quella morte? Dico: un medico conosce il proprio corpo, sa perfettamente quali sono le malattie che gli hanno portato via il padre. Era evidente quello che tutti nel mondo dell'editoria sapevano: Bulgakov, in realtà, una tripla vita ce l'aveva. Perché, altrimenti, il regime avrebbe sopportato le sue critiche? Solo per un'antica simpatia di Stalin nei suoi confronti? Lo intuii immediatamente: Bulgakov, in realtà, era un agente segreto, il mediatore che aveva permesso a Ribbentrop e Molotov di incontrarsi. Un uomo troppo scomodo, in quel momento, perché potesse rimanere in vita.
Era questo il segreto custodito dalle case editrici di mezza Europa. Il segreto che mi avrebbe impedito il decollo nell'Olimpo dei disegnatori. Era per questo, per costringermi a dimenticare tutto, che mi obbligavano a prendere quelle pillole. Ma io no, stavolta non mi sarei piegato alla loro volontà: sarei fuggito in America, dove il mio segreto sarebbe stato apprezzato. Lontano, lontano da quel covo di pazzi. Finalmente al sicuro. Finalmente libero dalla censura. Finalmente felice.

ps Quando ho dato vita a questo spazio, meno di tre mesi fa, non sospettavo che avrei festeggiato così presto le 50.000 pagine viste. Grazie a chi ha scritto, a chi ha commentato, ma anche ai tanti, ai tantissimi che, in silenzio, hanno avuto la pazienza di leggere le storie pubblicate da queste parti senza lasciare una traccia.