lunedì 15 novembre 2010

Metti una sera a cena

Quello con cui vi propongo di aprire la settimana non è un racconto ordinario, ma il più sperimentale di quelli che ho pubblicato finora. Ma bando alle ciance: voliamo insieme nel fiume di errebi.

Non mi è mai piaciuto varcare quella porta. Al di là si apriva un mondo non mio fatto di esteriorità e cose inutili. Mi guardavo spaesato tra la mobilia dell’ingresso e la voglia di uscire con l’invito di Clara di direzionarmi in salotto, meta obbligatoria rappresentativa principale del male di esteriorità di cui viveva la famiglia. Appena vi entravo ad accogliermi ferma ed immobile vi era la vetrinetta così chiamata per gli specchi di cui era composta piena, tanto che se la guardavi ti mandava in stato confusionale di ammenicoli, statuine, alabastri, e poi ancora e ancora. In fondo nell’angolo la signora Silvia a mezzo sorriso osservava e aspettava un mio cenno di saluto, come al solito pensavo tra me e me, e mi avvicinavo per salutarla e stringerle la mano. Giulio aspirando avidamente la pipa, taceva assorto e immerso nel mezzo delle sue nuvole di fumo. Ahh. Hiii, suoni confusi dalle altre stanze. Ti pareva, mancava proprio lei, Paola, la nipote modello assieme a Marta, fasciata dalle calze nere e dalla minigonna a quadroni. Mi sono sempre chiesto se le avevano mai fatto un regalo dalla Scozia ma credo proprio di sì, quell’orribile minigonna ne accentuava un po’ le forme senza però pensare di voler essere al posto di Filippo. Ciao, ciao, baci bacini formalità di facciata, sorrisi e gridolini di chi vuol nascondere il fastidio di quelle visite. Guardo e osservo Clara, finta bionda sempre tirata a puntino, tacchi a spillo anche in casa, calze nere con la gonna leggermente sopra al ginocchio, seduta sexy ma non troppo, sta parlando con Silvia e capisco al volo qualcosa non va, certo il mio abbigliamento troppo informale per una serata a casa dell’ingegnere. Quante sfilate ho visto, compleanni, Natale, Pasqua, c’era sempre un vestito nuovo, un paio di scarpe nuove, la borsetta di Tizio, la sciarpa di Caio, il maglioncino di Sempronio. Virginia che chiede quale negozio, dove si trova, “ma va' ci sono passata un sacco di volte e non ci ho mai fatto caso”, le due cugine interessate alla conversazione, non si sa mai, sai qualche esame potrebbe essere necessario, una presentazione sobria, un'apparenza distinta, e poi cugina, continua Paola, sai a scuola, ci vuole un po’ di quel che si dice. Marta già laureata ma costretta a continuare gli studi, non c’era possibilità di trovare lavoro, dovevo andare all’estero, non mi andava e così ho continuato però ora insegno. Sì una faticaccia che non vi dico quei ragazzi senza educazione sono difficili da gestire arrivo a casa che non ho più fiato. Sorrido e penso tra me e me quale cazzo di laurea sei andata a cercarti per avere più difficoltà degli altri nel trovare una collocazione nel mondo del lavoro. E poi sei sempre che ti lamenti, identica alla mamma, prossima alla pensione. Non ha mai lavorato, anzi pochi anni, ma si è pagata tutti i contributi anche se a casa a fare la mamma, azz, dico io, prendeva bene tuo marito. E mentre penso seduto in un angolo in poltrona vicino ad una orribile lampada che non so spiegarmi dove abbiano potuto trovarla d’improvviso il cognato ingegnere. Ha una bottiglia in mano, una bottiglia di vino. L'ho presa dalla mia cantina, mi è stata regalata da un mio cliente, ma va'! Ti pareva, solo quella potevi tirar fuori. Cravatta slacciata leggermente staccata dal collo della camicia, pulloverino grigio senza maniche, pantaloni fumo di londra e scarpe, azz è in ciabatte. Clara lo fulmina con lo sguardo lui la guarda e ammicca… ma caro ti sembra il caso, le ciabatte suvvia, un paio di mocassini leggeri, non ti sembra. Lui la guarda e ignora il “consiglio”, stappiamo e fuori i bicchieri salute a tutti. Dobbiamo sederci a tavola la cena è quasi pronta. Giulio ogni tanto tossisce e la moglie lo riprende perché non copre la bocca, è arrivato Filippo, Paola le fa le feste come fosse un cagnolino, guardo mia moglie e scuotiamo tutti e due la testa. Al primo piatto ho già la nausea. No non per il menù ma per le solite cucu, qua, qua, qua, curuccu, cu, cu, cu. Ma è mai possibile pagare così tante tasse! Alberto inizia, non fraintendetemi certamente sono da pagare, non voglio mica dire che… ma come si fa! Con quello che guadagni, penso io, tiri fuori anche le tasse. Le tue consulenze quelle esentasse ingegnere come vanno? Eccolo sempre pronto il “comunista” ma lo sai che… Oh insomma basta, smettetela, si intromette Clara seguita da Virginia, sempre a parlare di politica basta. Chiamala politica e di traverso osservo mia moglie. È in mezzo alle forche caudine delle “cugine” ma sembra che si diverta. Ho sempre invidiato a mia moglie il suo autocontrollo. Ma lo sapete che la signora sopra di noi vende! dice Silvia. Potreste pensarci un po’ sopra, sarebbe un buon investimento, il mattone non tradisce mai. Oh mamma, sai che ci siamo appena imbarcati nell’avventura della nuova casa, ci sono tante spese, i soldi non bastano mai e, appunto, i soldi non bastano mai, ci mancava la sceneggiata di Virginia e suo marito ne hanno tanti di soldi che neanche se ne accorgono. Elena potrebbe essere l’occasione buona, fa Clara rivolta alla sorella, sì l’occasione buona, noi stiamo bene così, vero Claudio? Cenno di assenso e di immenso compiacimento. E cucu, qua, qua, qua, curuccu, cu, cu, cu. Ma quando finisce questa cazzo di cena. Mi cominciano i primi sbadigli e non cerco di nasconderli, mia moglie mi tira, gli occhi, qualche calcetto sulle caviglie. L’ingegnere stappa ancora, è un’altra bottiglia che ti hanno regalato? Oh insomma, dai, trattieniti, mi dice sua moglie. Virginia mi guarda, solo lo sguardo quasi mi uccide e me ne frego. Sono proprio un maleducato o forse non mi piace la compagnia lascio la tavola e ritorno alla poltrona mentre Clara urlante come una scimietta annuncia che si gioca tutti alla tombola. Si batte le mani mentro io crollo definitivamente. Manca solo che Giulio si svegli dal torpore in cui è da inizio serata per cominciare a elargire le sue massime il suo “grano salis”. Dolce, caffè, bicchierino, a proposito vi ricordate il Luciano De Patri, dice Silvia, nooo fanno in coro le sorelle tranne mia moglie, che famiglia! Ma i cazzi vostri non sapete proprio farli vero? L’impulso è forte tanto forte ma mi trattengo. Osservo l’orologio, guardo mia moglie, cenno di assenso. Noi andiamo, è tardi, grazie di tutto. Lascio la famosa porta alle spalle dopo i soliti stucchevoli convenevoli e ritorno a veder le stelle. Ma che faccio, finisco il tutto come Cronin? Camminiamo verso la macchina, fuori è buio, le luci dei lampioni riflettono una leggera nebbiolina mentre si abbassa una persiana. Saliamo e accendo i fari, ingrano la prima e verso casa. Le strade sono vuote solo qualche macchina veloce e un gatto: “Attento lo investi”. “Azz stavo pensando alle ciabatte di Alberto”. “Ma dai lo sai come è la mia sorella dacci un taglio per favore”. “Ma scusami se uno a casa sua vuol stare in ciabatte deve avere il permesso?”. “Ancora lascia perdere non è il caso”. “Ma guarda un po’ invece è proprio il caso, il caso dei mocassini”. “Ohh insomma smettila se non ti va non venirci più a queste serate”. “Ecco bene prendo al volo il tuo consiglio non ci vengo più”.

Incomincio a sbadigliare ma ormai casa è ad un tiro di schioppo. “A proposito domani vado in centro ad acquistare un paio di mocassini da casa. Non si sa mai sai, se viene qualcuno….”. “Mamma che pedante basta dai”. E pure queste serate non sono una novità ma non mi ci sono mai abituato. Non so ma la famiglia mi ha sempre dato un che di. È difficile da descrivere quel che si sente dentro è come, come ti versassero dietro alla schiena qualche cubetto di ghiaccio, provate a immaginarvi la sensazione. Elena ogni tanto mi guarda nonostante l’avanzare degli anni è sempre molto bella. Quasi mi vergogno a dirglielo e allora me ne sto zitto e respiro più profondamente per sentire il suo profumo, gli prendo la mano e la tengo stretta ci guardiamo un attimo e Francesco nostro figlio un attimo ed è come fosse qui con noi. Lui è sempre con noi anche quando non c’è. “Ti ricordi quella volta che così molto spontaneamente disse a tua sorella Clara che gli stavano crescendo la riscrescita dei capelli bianchi”. “Ohh sììì me lo ricordo”. “Lei poi ti disse che avevamo un figlio cafone e maleducato”. “Come lo sai? Non pensavo lo sapessi”. “A volte non sai quante cose io so”. Incominciamo a ridere ricordando la faccia di Clara e ci troviamo davanti la porta di casa. Un giro di chiavi e siamo all’interno. “Andiamocene a letto dai che è tardi”. “Domani devo andare a prendere Francesco è venerdì e torna a casa”. “Ohhh è già venerdi domani, queste settimane volano, gli anni volano”. Il tempo ne abbiamo molto bisogno, tanto tempo tutto per Francesco. Quella brutta sera, quel letto di ospedale, quanti centri riabilitativi. Se volto lo sguardo all’indietro rivedo tutto flebo, iniezioni, carrozzina, stanze d’ospedale, hotel, appartamenti e la famiglia, ohhh la famiglia, buonanotte Elena buon riposo. Un bacio Claudio a domani.

venerdì 12 novembre 2010

Supina

Chiudiamo la settimana con un'altra ospite. A voi paté d'animo.

Vi racconto una cosa. Immaginatemi distesa.

Mi piace stare stesa per terra, supina, e ogni volta che lo faccio, mi viene in mente la volta precedente e quello a cui stavo pensando, così in una  serie a spirale di ricordi che si chiudono in un punto.

La penultima volta è successo quest'anno, a fine estate, inchiodata dalla lombalgia mi sono ritrovata come insetto schienato (un Gregor Samsa più  sfigato o meno, a seconda dei punti di vista) di fianco al mio futon, già così vicino alla terra... nella condizione unica di fissare il soffitto con le lacrime, per il dolore e il senso di impotenza.

Rilassati, pensavo.
E pensavo alla volta precedente, qualche settimana prima, stesa sul terrazzo nella casa dei miei cugini, appena riscoperti, al mare.

Il mulino a mare.

Una casa a due piani, colorata di rosso, con la spiaggia di fronte e uno stucco fiorato sulla facciata, dove è nata mamma; in quell'acqua nuotava e giocava, appena attraversata la ferrovia e scesa la scala. Di fronte al mare.
L'acqua mi ha dato il tocco più vicino a lei che a memoria io possa ricordare.

E pensavo alla volta precedente. Su un prato, prima giornata di sole, un giorno d'aprile che forse era Pasquetta, circondata dall'erba alta, col plaid che asciuga la terra e noi a ridere, scherzando sulla sensazione di pattinamento, sul vino rosso troppo freddo, la birra troppo calda, l'erba troppo buona (vabbè erano altri tempi). Senza avvertire arriva il vento, le due nuvole, la pioggia. Chi si alza per ripararsi? Nessuno. L'ombra fin qui non può arrivare. Tutti zitti per un attimo a pensare.

E pensavo a noi ragazzine, me e mia sorella. L'appartamento ad agosto era caldo e invivibile, la notte; soluzione trovata in un attimo, entrambe stese sul pavimento di graniglia, attaccate con le braccia e le cosce al fresco, in posizione a croce, ferme, "dai, non farmi ridere che sudo!!!"

La voce di papà che tuona Ma che cacchio fate lì per terra? m'è preso un colpo. Cretine.

Va in bagno e mentre noi ridiamo a sguaiagola, esce con qualcosa in mano e dice la prossima volta provate con questa! e ci rovescia addosso una bacinella d'acqua. Poi ride lui e torna a dormire.

Insomma, gira e gira e gira, questa spirale mi riporta sempre a un punto che sa del mio corpo circondato dall'acqua e della mia schiena che sopporta il peso dei ricordi. Anche ora che sto facendo il bagno e ho dimenticato di accendere la stufetta.

Questa umidità non mi farà per niente bene.

giovedì 11 novembre 2010

Le ventenni di Pieve di Sopra

Quando Laura Alletti scomparve intuimmo subito che qualcosa di grave stava accadendo, ma non avevamo ancora idea della portata del guaio nel quale c’eravamo cacciati. Laura, per essere chiari, non “scomparve” nel senso che si limitò a morire, né fece come i bambini che un giorno fuggono da casa per allentare le pressioni di una famiglia troppo pedante, ma letteralmente sparì davanti ai nostri occhi: stava raccontando a Federica Pazienza e Germana De Calvo, se non ricordo male, l’ultima avventura amorosa del più bel fedifrago del paese, il nerboruto Egidio Giacomini, quando il suo vestitino carta da zucchero volò a terra, improvvisamente e irrevocabilmente svuotato del contenuto. Su quell’episodio, che come ricorderete attirò in paese le telecamere di mezza Italia, tutta Pieve di Sopra si interrogò a lungo, fino a quando un’ondata di scetticismo capitanata dalle trasmissioni del pomeriggio permise di archiviare la vicenda come ipnosi collettiva conseguente all’allontanamento volontario della ragazza. Che, com’è del tutto evidente, essendo maggiorenne aveva pure il diritto di andarsene dove e quando voleva senza rendere conto a nessuno, men che meno a quelle pettegole delle sue amiche.
Ho detto che tutta Pieve di Sopra si interrogò sul caso, ma in realtà non sono stato esatto: l’interesse collettivo era limitato a tutti i residenti meno uno, l’ultimo arrivato, l’apprendista fabbro Asmodeo Tuttolomondo, che si era trasferito in paese solo da qualche settimana. Lì per lì archiviammo il disinteresse del fabbro come mera casualità: è vero, appena arrivato a Pieve aveva preso come tutti gli altri a frequentare il Bar Golden e come tutti aveva messo gli occhi sulla bella Laura, ma non si poteva dire che la conoscesse a sufficienza per preoccuparsi della sua scomparsa. Ritenemmo normale, dunque, che Asmodeo non seguisse una vicenda che a un occhio esterno poteva sembrare un semplice caso d’isteria, e che insomma pensasse ai fatti suoi: un nuovo lavoro, un nuovo paese, poche amicizie e nessuna donna con cui condividere la vita sono motivo sufficiente per occuparsi d’altro, pensammo tutti in quei giorni.
Per alcuni mesi, così, la vita trascorse in maniera tutto sommato normale, se normale si può considerare l’atmosfera che si respira in un paese di cinquemila abitanti dal quale è misteriosamente scomparsa una ventenne. Comunque nulla da segnalare: da maggio a tutto settembre non si registrarono eventi rilevanti, se si fa eccezione per il 12 al Totocalcio della giornalaia Enrica Lonardo e per il divorzio fra il bell’Egidio e quell’anima pia della moglie, la povera Lorena. Il 13 ottobre, però, ci risvegliammo con una notizia terribile, soprattutto se si considera lo stato d’animo nel quale ci trovavamo dopo la sparizione di Laura: la bella Elena Gurrieri, la figlia del libraio, era scomparsa da casa in circostanze misteriose, o quanto meno così aveva raccontato il padre ai carabinieri. Scomparsa, stavolta, non in senso letterale, ma nessuno poté fare a meno di notare le analogie con l’episodio che aveva calamitato le nostre attenzioni in primavera: a svanire nel nulla, anche questa volta, era stata una delle più belle ragazze del paese, anche in questo caso ventenne e ancora una volta senza nessun tipo di avvisaglia. Stando ai racconti del padre, la ragazza era uscita intorno alle 10 del giorno precedente per andare ad abbronzarsi al lago, ma non era mai tornata a casa e la sua auto era stata trovata sul ciglio della strada, appena fuori dal paese, parcheggiata come se Elena avesse deciso di scattare una fotografia.
L’unico elemento che non coincideva in alcun modo con il caso Alletti era il ruolo di Asmodeo: non solo adesso il ragazzo si era molto ben ambientato in paese, ma addirittura da qualche tempo aveva serrato il corteggiamento nei confronti della figlia del libraio, ottenendo, secondo gli ultimi aggiornamenti di Radio Bar Golden, anche un paio di appuntamenti galanti. Il fabbro fu interrogato quasi subito dai carabinieri, ma, stando al rapporto del maresciallo Di Franco, “si mostrava sorpreso nell’apprendere dal sottoscritto la notizia della scomparsa della Gurrieri Elena, che riferiva di non avere incontrato nell’ultima settimana, e diceva di non avere alcuna dichiarazione da fare in merito riservandosi di fornire a questo ufficio informazioni accurate qualora egli ne fosse venuto in possesso”.
Anche questa vicenda fu archiviata come la precedente: nell’immediato il paese ottenne nuovamente la ribalta dei telegiornali e qualche puntata di “Chi l’ha visto?”, ma in breve la scomparsa di Elena fu dimenticata, e tutti ci abituammo ai manifesti fatti stampare dalla famiglia come ci eravamo abituati alla fontana di via Lombardia o alla chiusura del Cinema Bristol. La seconda ventenne dissolta nel nulla, quindi, diventò un normale elemento di arredo urbano come molti ne avevamo visti accumularsi negli anni.
In primavera, però, il mistero si presentò in tutta la sua enormità: intorno alla metà di marzo, in una sola notte, scomparvero nel nulla Giovanna Tonini, Ambra Delbene e Francesca Bologna, seguite nel corso della settimana successiva da Emiliana Di Marco, Marcella Vaselli e Giovanna Biancone. In pochi giorni, per farla breve, una generazione di Pieve fu sostanzialmente dimezzata, ma con una particolarità: a sparire erano sempre ragazze particolarmente belle, tanto che a un certo punto i carabinieri e le televisioni ipotizzarono persino che dietro i rapimenti vi fosse uno stupratore seriale o qualche cosa del genere.
Le indagini, ancora una volta, si rivelarono sostanzialmente infruttuose, ma in un modo o nell’altro vi era sempre una pista che portava ad Asmodeo: le ragazze sparite, in ogni caso, erano state viste l’ultima volta con lui oppure ci avevano litigato furiosamente appena il giorno prima o ancora l’avevano accompagnato in una gita recente o avevano resistito o ceduto alle sue avance. Nulla che interessasse ai carabinieri, però: i militari giudicarono abbastanza probabili i contatti fra coetanei in un paese così piccolo, e comunque in molti dei rapimenti il fabbro aveva un alibi bell’e pronto.
Fu l’insegnante di Lettere delle scuole medie, il religiosissimo professor Palazzo, a darci la chiave del mistero: in chissà quali volumi che conservava nella sua polverosa biblioteca scoprì che il nome Asmodeo, che in effetti nessuno di noi aveva mai udito prima, è in realtà uno degli appellativi del demonio. Ci mostrò un libro che nessuno di noi, e probabilmente neanche don Serafino, aveva idea fosse presente nella Bibbia, il libro di Tobia: vi si raccontava, in estrema sintesi, la storia di una donna, Sara, posseduta da un demone, appunto Asmodeo, che uccideva tutti i suoi mariti, e che alla fine, se ho ben capito, spingeva questa Sara a suicidarsi. Insomma: era evidente che Asmodeo fosse il diavolo, o meglio un diavolo fissato con le donne, e d’altro canto in quel momento tutti ci rendemmo conto di non sapere nulla su di lui. Nessuno, nemmeno il fabbro Cassetta che pure gli aveva dato un lavoro, sapeva da dove venisse, nessuno sapeva riconoscere quel suo accento strano, nessuno poteva dire di averlo sentito parlare di un solo episodio precedente al suo arrivo in paese.
Per un istante pensammo di rivolgerci ai carabinieri, ma il professor Palazzo ci fece notare che mai ci avrebbero ascoltato. Quindi decidemmo di farci giustizia da soli: stabilimmo di entrare in casa sua di notte grazie alle chiavi dell’appartamento, che Asmodeo aveva preso in affitto dal fabbro Cassetta, e di imbavagliarlo e infilarlo in un sacco prima che potesse strepitare. Poi sarebbe toccato a me, al benzinaio Cottaia e al tabaccaio Palazzolo caricarlo su un’auto, portarlo fuori paese e darlo alle fiamme. Il fuoco, ecco la fine che il diavolo merita.

mercoledì 10 novembre 2010

Una strana corsa

Anche oggi ospitiamo su queste pagine un amico della blogosfera. Date il benvenuto a web runner.

Era una corsa strana, me ne resi conto subito.
Una prima edizione, il “memorial Riccardo Mattesoni”. Non sapevo chi fosse questo tizio, ma il suo nome aveva su di me un’attrattiva invincibile.
Così ero lì, in mezzo al gruppo.
Uno strano gruppo…
Di sconosciuti. E questo era strano, per l’appunto. Molte facce sono sempre le stesse in queste gare della zona. Già, ma quale zona? Per trovare il posto il tom-tom si era quasi sui-sui cidato per l’esaurimento, un vero posto dimenticato da dio ma soprattutto dagli uomini.
E poi le facce. Eteree, quasi evanescenti. Sembrava un gruppo di fantasmi stinti. E le maglie. Mai viste prima. Possibile che non ci fosse neanche una squadra conosciuta?
Ma passiamo oltre. La partenza mi sorprende, i cenci partono tutti come saette. Mi accodo, che altro posso fare?
Pian piano trovo il ritmo giusto, e comincio a superare un po’ di gente. Ma non è come al solito. Provo un enorme piacere nel farlo, ben oltre l’immaginabile e il consueto. E la folla è in delirio.
Folla?
In una garetta così? Due ali di folla affiancano la strada... guardo le facce, e un brivido inspiegabile mi corre lungo la schiena.
Guardo il concorrente che sto superando e, beh stavolta altro che brivido. Mi sorride e prende colore, come scaldato da una sorgente interna. Mi volto e lo vedo, letteralmente, sparire, insieme alla strada dietro di me. Si vedono solo le facce di quella folla agghiacciante…
Mi sforzo di guardare avanti. Poco avanti a me corre il numero 101. Indossa una strana casacca azzurra con una scritta, “l’ignoranza è forza”. Ma non sembra il nome della squadra, sembra più... un marchio, ecco. Dalla folla, una mano si sporge, quella di un uomo alto, di mezza età, elegante e sicuro.
- Winston!
Il numero 101 afferra quella mano e si volta verso di me che lo sto affiancando. A quel punto afferra la mia mano, costringendomi a rallentare. Non sono più me stesso per qualche secondo, l’orrore si impadronisce di me. Non ho mai sopportato i topi. Winston molla la presa, mi guarda e con voce lontana mi fa:
- Il mio destino è il tuo. Noi siamo i morti.
A quel punto vinco il terrore aumentando il passo. Winston riprende colore a vista d’occhio ma dopo che l’ho distanziato inizia a dissolversi gridando:
- Montag! Ehi, Montaaaaaaaaaaag! Non dimenticarmi!
A quel grido il numero 451, che mi sta poco avanti, si volta. Indossa una maglietta anonima, senza scritte a parte il numero.
- Non si può - mi dice come se avesse colto una domanda nel mio sguardo.
Mentre lo supero (e lo vedo accendersi, ormai ho capito il meccanismo) mi accorgo che sul petto ha un numero diverso che sulla schiena. Come ci si può aspettare, è un numero a 4 cifre. Prima di sparire, inizia la sua litania, che mi accompagna finchè non lo distanzio: “Era una fresca giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria…”
Il numero 5 indossa la casacca dell’Atletica Tralfamadore.
- Sto tornando a Dresda – mi dice mentre lo supero. – Tu ci sei mai stato a Dresda?
- No, Kurt – gli rispondo mentre ricaccio indietro una lacrima.
- Billy. Mi chiamo Billy.
Aumento il ritmo, ormai mi mancano pochi concorrenti da superare.
Il numero 22 ha diversi tifosi sparsi tra la folla. Sono gli unici che appaiono umani in quella fauna disgraziata. Indossano magliette colorate col simbolo della pace, cartelli contro un certo Nixon e spille con su scritto “Yossarian vive”.
Lo affianco. Mi sorride.
- Tu sei pazzo.
- Eh?
- Avresti potuto non correre questa gara.
- Davvero?
- Già. Ma se chiedevi di non correrla non saresti più stato pazzo, e avresti dovuto correrla. Infatti sei qui.
Accelero guardandolo come un ebete. È quello che si illumina di più tra quelli che ho incontrato finora.
Ormai non ho davanti che l’ultimo concorrente. Sulla schiena ha il numero 120.
Come gli altri, non accelera mentre lo supero; ed è lo sguardo perverso di Blangis che si illumina al mio passaggio, e la sua voce lasciva che mi ghiaccia il sangue.
- Il marchese non avrebbe saputo descrivere un destino peggiore del tuo…
Nessuno più mi separa dal traguardo. Solo lo striscione davanti a me, e quella folla assurda ai lati.
- Garraty! Vai , Gaaaaarraaaaaaty!! – si grida da più parti nella folla.
- Non mi chiamo Ray – trovo non so come la forza di bofonchiare – Ray ha da tempo raggiunto il Maggiore.
Il traguardo è lì, a pochi metri.
All’improvviso, mi sento vacillare. Sento che le grida di quella folla perversa mi stanno penetrando nell’anima. Mi si annebbia la vista, come se l’udito richiedesse per intero il mio campo di consapevolezza.
Non so più chi sono, né dove mi trovo. Tutto è un cupo mare di cecità bianca, come in un qualche libro che ho letto e che si fa strada nella mia confusione…
I libri, la corsa… il sogno… la realtà…. Che piano piano riaffiora… mentre taglio il traguardo.
Finisce la corsa, finisce la mia fuga, una fuga in un mondo fittizio, fatto di corse e di libri.
Finisce il sogno.
Rimane l’unica cosa reale, la folla di creature che aspettano. Che odiano.
Prendo altre pillole.
Il cerchio si chiude di nuovo.
Io sono leggenda.

martedì 9 novembre 2010

Il terzo incomodo

Anche oggi un'ospite, ma questa volta per un ritorno. Dopo il successo del suo primo racconto, direttamente dalla Luna riecco a voi Usagi.

Angela era veramente felice, finalmente glielo aveva chiesto.
Due anni di fidanzamento e lui lo aveva fatto, si era inginocchiato. Aveva aperto la scatoletta e le aveva mostrato l’anello. Proprio come nei film!
“Angela sei la donna della mia vita, l’amore che ho sempre cercato, l’amore che ho trovato e di cui non mi vorrò mai separare”. Una piccola pausa, aveva assunto un atteggiamento solenne e le fece la fatidica domanda: “Mi vuoi sposare?”.
Angela lo aveva abbracciato e baciato fino a consumarsi le labbra continuando a ripetere: “Sì, sì, sì, sì!!!”.
Erano mesi ormai che la macchina organizzativa del matrimonio si era messa in moto: la chiesa, la scelta del ristorante, i fiori, l’abito, gli inviti, la casa.
Quante cosa da fare e da decidere.
Sembrava tutto perfetto, tranne una: lei.
Il fidanzato di Angela aveva conosciuto lei, la ex, la stronza, la onnipresente ai tempi dell’università. Seguivano lo stesso corso di lingue orientali. Lei era una ragazza normale. La si poteva definire una ragazza carina. Alta, magra, piatta, capelli lunghi e biondi. Occhi castani e sguardo timido.
Erano stati insieme 4 anni.
Per il suo fidanzato la tizia era stata la sua prima volta e anche per lei, lui, era stato il primo.
Gioia, il nome della tizia. Che nome è Gioia?
Angela aveva visto le foto di lei a casa di amici. Una di quelle sere in cui si ricordano i vecchi tempi
quando si era giovani e senza freni. Quelle classiche serate nelle quali ci si sente esclusi perché non si era nella compagnia, quando si era giovani. Le foto parlavano di un viaggio in Egitto. Gli amici facevano battute e ricordavano il viaggio senza mai nominare Gioia. Ma la presenza di lei era stampata nelle foto. Angela l’aveva osservata e l’aveva trovata insipida e anonima.
Gioia che si era trasferita in Cina e non era più tornata se non per le vacanze estive ed il Natale. Gioia che aveva preferito la sua carriera a lui. Lui che era rimasto scottato e parecchio deluso dalla cosa.
Erano passati sei anni da quando Gioia aveva lasciato il fidanzato di Angela, ma Gioia non aveva smesso di scrivergli e-mail. A volte erano assidue, altre volte passavano mesi, ma lei tornava sempre, soprattutto da quando il suo ex si era fidanzato con Angela.
“Ciao tesoro (così lo chiamava), da quanto tempo che non ci sentiamo….”. Così gli raccontava vita, morte, miracoli, amori, delusioni. Tutto.
Prima che Angela si mettesse con lui, lei gli scriveva: “Se io tornassi in Italia?”.
Angela non la sopportava. Quando era entrata nella vita di lui, questi le raccontava di Gioia, delle mail e della tristezza che aveva provato quando quest’ultima lo aveva lasciato.
Era come una spada di Damocle sulla testa, sempre presente tra loro due.
All’inizio Angela non osava parlare al suo fidanzato della rabbia e della gelosia che covava nei confronti di Gioia, ma poi un giorno gli disse: “La smetti di nominare sempre Gioia!? Se ti manca tanto perché non te ne vai in Cina da lei e mi lasci in pace?”.

Così lui aveva smesso di parlare di lei. Raccontava ad Angela che lei gli aveva scritto e poi si chiudeva l’argomento.

Un giorno Angela gli chiese: “Ma perché continua a scriverti?”.
Lui: “Siamo amici!”.
“Siete amici… con tutte le frasi carine che ti scrive”.
“Si è sempre espressa così!”.
“Sì certo… Una ragazza che continua a scrivere al proprio ex è una ragazza ancora interessata!”.
“Ma figurati… ormai sono passati anni!”.
“Quando è venuta in Italia due mesi fa ti ha chiesto di vedervi per un caffè. Le hai detto che saresti andato volentieri e che finalmente le avresti presentato me. Non si è fatta più sentire. Dopo che è tornata in Cina ti scrive che avrebbe tanto voluto vederti e che le era dispiaciuto che nonostante foste a pochi km di distanza, non siate riusciti a vedervi”.
“Avrà avuto altro da fare. Non capisco perché ti arrabbi tanto. Non ti fidi di me? Ti faccio leggere le sue mail. Ti racconto tutto. Non capisco cosa altro debba fare per farti capire la mia buona fede…”.
“Per esempio smettere di risponderle? Dirle di non scriverti più?”
Angela sapeva di essere troppo gelosa, ma era più forte di lei.
Ascoltava la radio. Un tizio stava raccontando: “Io sto con mia moglie da venti anni. La amo. Ma è da due anni che ho una relazione con una mia ex. Ci siamo ritrovati ad una cena di leva”. Il deejay gli chiedeva: “Ma hai intenzione di lasciare tua moglie?”. Il radioascoltatore fece una breve pausa e rispose: “io sono affezionato a mia moglie”. “Allora perché la tradisci?”. “È da almeno tre anni che l’amore lo facciamo una volta alla settimana…”.
Angela girò frequenza.
Ecco cosa succede: basta un periodo di incomprensioni e l’uomo invece di chiarire i problemi e cercare di superarli, si lascia tentare dalla prima donna disponibile, magari una Gioia di turno sempre pronta ad esserci nel momento giusto.
Angela le conosce le donne e sa che sanno essere infide e pazienti. Si insinuano come delle serpi e strisciano sotto i tappeti pronte a mordere al momento giusto.
Anche Angela aveva avuto un ex che si era fatto vivo, ma una volta che questo aveva capito che non c’era più trippa per gatti, si era defilato una volta per tutte. Angela non stava di certo a scrivergli per raccontargli le sue cose o per sapere cosa facesse di bello, del suo ex non gliene fregava nulla di nulla.
Odiava Gioia perché lei non spariva, era sempre lì.
Angela si arrabbiava quando lui le domandava: “Non ti fidi di me?”. Di lui si fidava, ma era ingenuo. Quella di cui non si fidava era Gioia.
Ormai mancava poco al matrimonio. Angela era pensierosa. Il giorno prima, il suo fidanzato l’aveva trattata con freddezza. Adesso si stava facendo mille paranoie. Cosa sarà successo? L’avrò offeso? Non è più sicuro di sposarmi?
Tutto questo le frullava nel cervello quando suonò il campanello. Andò ad aprire la porta, lui entrò la prese tra le braccia e la portò verso la camera da letto dove fecero l’amore come se non si vedessero da mesi.
Erano abbracciati l’uno all’altra quando gli chiese: “Ieri eri strano, è successo qualcosa al lavoro?”.
Lui raccolse i pantaloni e tirò fuori un foglio A4 dalla tasca, glielo porse e le disse di leggere.

“Ciao tesoro,
quello che sto per scriverti è una cosa che mi tengo dentro da anni ormai.
Ho fatto una gran cazzata a lasciarti.
Adesso tu stai per sposarti. Ti chiedo di non farlo. Sei l’uomo della mia vita. Lo sei sempre stato e lo sarai per sempre.
Ho deciso di tornare in Italia per starti accanto.
Ci pensi? Io e te di nuovo insieme. Non è un sogno???
Ho avuto tanti uomini in questi anni, ma tutti erano la tua pallida ombra.
Ti Amo tesoro mio.
Ti prego lascia quella ragazza e torna da me.”

Angela appallottolò il foglio nella mano e lo strinse con la stessa forza che avrebbe voluto usare per stringere il collo di Gioia.
Non lo guardò ma disse: “Lo sapevo che lei era interessata…” fece una lunga pausa, si voltò nella sua direzione e gli chiese: “Adesso, cosa le risponderai?”.

lunedì 8 novembre 2010

La proposta di matrimonio

Come di consueto, apriamo la settimana con un'ospite graditissima. A voi Amaranta.

- Permette che mi presenti? Colonnello Silas Arthur Flannery, ai suoi servigi.
Il gigante, presentandosi, ha proprio detto così: ai suoi servigi, flettendo il busto in un accenno d'inchino.
Istintivamente ho nascosto le mani nelle tasche del cappotto per il timore d'un baciamano.
- E lei, se sono bene informato, dev'essere la signora Amaranta Dell'Antro, a cui porgo i miei rispetti - La voce cordiale, senza ombra di affettazione, scaturisce da sotto un paio di formidabili mustacchi da ufficiale prussiano mentre mi tende la mano per ufficializzare, secondo l'etica e la buona creanza, l'avvenuta presentazione.
Devo avere dipinto sulla faccia, in una espressione che presumo idiota, lo stupore prodotto dalla sua singolare figura e da quel saluto d'altri tempi, e che so bene dovrei tramutare in una  mimica di una qualche intelligenza per dar mostra di aver almeno compreso.
- Piacere - è tutto quello che riesco a dire mentre contraccambio la stretta.
Ha la stretta solida del soldato e, nel contempo, quella cortese del  gentiluomo: non indugia nel trattenermi, oltre il dovuto, la mano.
Da sotto i mustacchi accenna un sorriso.
È un sorriso transitorio che gli si esterna negli occhi.
Deve aver imparato, col tempo, a sorridere con gli occhi per lasciare alla bocca il compito del comando.
- Si starà chiedendo, signora, il perchè di questa mia invasione nel suo territorio e, già da ora, le chiedo scusa se le sembrerò inopportuno ma, le assicuro, che le istanze che mi hanno sollecitato a fare la sua conoscenza in maniera così  informale, nascono da  motivazioni serissime sulle quali a lungo, e profondamente, ho riflettuto, come è giusto debba fare un uomo della mia età -
- Mi scusi Capitano, ma è come se io l'avessi già conosciuta da qualche parte, non fisicamente, me ne ricorderei, ma......anche  il suo cognome mi sembra noto.-
- Forse lei avrà sentito parlare di Silas Flannery, mio nipote. Ci siamo trasferiti da poco in Blogosphere ma, immagino, che lui abbia già fatto qualche amicizia. Io sono appunto suo zio, Colonnello Silas Arthur Flannery . Colonnello, signora, e non Capitano. - Puntualizza con la bocca e mi sorride con gli occhi.
- Ma certo, Silas Flannery, il giovane scrittore che abita nella palazzina bianca e gialla ad un paio di blog dal mio antro. Ci ha presentati un amico comune  e...... dunque lei è il Colonnello di cui Silas ci ha narrato le gesta. Suo nipote è un affascinante narratore. Ne può andar fiero.-
- Sentire lodare il mio Silas, gentile Amaranta, non può che far bene al mio vecchio cuore e, se mi permette, è proprio del mio vecchio cuore di soldato che sono venuto a parlarle, contando sulla sua cortesia e sulla sua connaturata discrezione e, sperando, nel suo appoggio per la mia proposta di matrimonio per Caterina Belgrano, la Colonnella, vostra parente o intima amica, come mi par di aver dedotto da una conversazione avuta con mio nipote.- La voce un po' gli trema, l'amore non è un argomento facile per un soldato di frontiera, teme di non saper  usare le parole giuste.
Allora tace e lascia che il sentimento transiti dalla bocca agli occhi.
- Non so cosa dirle, Colonnello, ma per come la conosco io, Caterina Belgrano è da sempre ostile al matrimonio. Non si è mai voluta sposare. È una donna molto indipendente e con una spiccata tendenza al comando. Ha un carattere indomito, e non accetta mai di perdere. Quel suo soprannome, a ragione, se lo è guadagnato sul campo. A parer mio, mi creda, è davvero questa una impresa impossibile, ed il consiglio che amichevolmente  mi viene di darle, Colonnello, è quello di lasciar perdere.-
- Vede signora non amo neppure io perdere e, dalla mia parte, ho un curriculum di tutto rispetto per quel che concerne le strategie di difesa e quelle d'attacco ed intendo, con lealtà, avvalermene, Non le sto chiedendo scorciatoie letterarie nè, tanto meno, di apportare modifiche al carattere della Colonnella ma potrebbe, ad esempio, casualmente farci incontrare in uno dei suoi prossimi capitoli. - La bocca ha esaurito il compito difficile della richiesta ed ora tace imbarazzato, lasciando che tutte le altre parole, quelle che non è riuscito ad esprimere, quelle che più, invece, avrebbe voluto dire, transitino dal suo cuore agli occhi.

venerdì 5 novembre 2010

Questo non è un racconto

“Questo non è un racconto”, mi fa. Certo che non lo è: questa è la fine.

L'inizio risale a una settimana fa. E a me, da sempre, piacciono gli inizi: la fine, nella realtà, non somiglia mai a quella dei libri. Mi fanno rabbia, addirittura, questi finali lieti: conoscete qualcuno che incarni la frase “e vissero felici e contenti”? No, ci scommetto. Solo i finali tristi accadono davvero, ma anche quelli sono una minoranza. La gran parte degli epiloghi è così così, di un grigio indistinguibile: né bene né male, si tira a campare. Ma, insomma, vi sto annoiando. Io non sono bravo a raccontare le storie.
L'inizio è una scala di noce. Una stanza sterminata, ariosa, al culmine di un incrocio di gradini di marmo che ricorda una litografia di Escher. In cima alla scala lei. Bellissima. Riccioli neri, carnagione scura, un paio di labbra carnose, di quelle che ti vien voglia di succhiare. Occhi castani, ma d'una profondità inaudita. Bassa, in fondo, ma ben fatta: seni né troppo piccoli né troppo grandi, fianchi lievi che terminano in un culo dalle rotondità solenni, mani piccole e senza la minima imperfezione. Di fronte a lei uno scaffale. Da sinistra a destra: Queneau, Quoist, Radiguet, Raspail, Rassinier, Rebatet, Redeker. La fine della Q, l'inizio della R.
“Ti piace la letteratura francese?”, mi fa. No che non mi piace, tesoro, ma per te sono disposto a tutto. “Non la conosco abbastanza - le dico -. Ho letto qualcosa di Victor Hugo, ma, ecco, mi manca il resto”. “Hugo? Ma allora dobbiamo spostarci nell'altra stanza, diciannovesimo secolo. O vuoi provare il ventesimo?”. Altro che ventesimo, cara mia. Interrompe i miei pensieri: “Il ventesimo è molto più ricco”. Tira fuori un libro: copertina bianca con una foto in basso, qualcosa di rosso immerso nel grigio. Capto una parola del titolo: “Metrò”.
Lo prendo. Avevo ragione: si intitola “Zazie nel metrò”. Raymond Queneau. Mi tocca leggere questo francese sconosciuto. “Prezioso consiglio, grazie. Ma se mi piace dovrai darmene altri”. Occhi negli occhi: sono un seduttore, io. “Mi chiamo Paolo”. Non sai cosa ti farei. “Tu?”. La bibliotecaria sorride: “Valentina, piacere”. Prendo la sua mano e la stringo. “Sei nuovo qui?”.

Una settimana. Otto giorni, per l'esattezza. Valentina non è una che la dà facilmente. Adesso è lì, sul mio letto: la pelle scura risalta contro il bianco delle lenzuola, un perizoma sul cuscino. Fuma, struggente. Sensuale. “Vian è un personaggio unico: scrittore, sì, ma anche jazzista, autore di canzoni, ingegnere. E poi polemista: un polemista nato. Pensa che per aggirare la censura si firmò a lungo con un eteronimo americano, Vernon Sullivan”. La mano sul comodino. “Questo è il suo capolavoro”. Copertina rossa, stavolta: una casa gialla, un omino rosa. “'La schiuma dei giorni' contiene tutta la letteratura francese del Novecento: l'esistenzialismo e la critica all'esistenzialismo, un po' di satira sociale, una storia d'amore, la sperimentazione linguistica che hai già visto in Queneau. Tutto”. Non riesco a fermarla: è entusiasta.
Le accarezzo il seno. Inutile diversivo: la domanda arriva. “Cosa cerchi in me?”. Qualche scopata. Qualche risata. Magari anche una storia, ecco, non escludo niente, ma smettila di costringermi a leggere un libro alla settimana. “La stabilità”. Non mi crede. “E tu?”. Mi guarda: “Farti conoscere la letteratura francese”. Cazzo. “Vederti entusiasta”. Beh, questo obiettivo l'hai raggiunto cinque minuti fa. “Farti innamorare di me”. Certo. “Tu sei speciale - mi sorprendo a dirle -, l'amore arriverà”. Valentina ha un sussulto. Che cosa volevi, bambolina, che fossi già innamorato di te?
Si alza. “Beh, almeno è stata una scopata soddisfacente”. Certo che sì. “Hai avuto quel che volevi. Io no, ma non sono rimasta a bocca asciutta”. Prende il libro. “Questo me lo riporto, tanto non lo leggerai”. Che vuol dire? “E poi se tornassi mi deluderesti”. Mi sta lasciando? Glielo chiedo. “Cosa significa?”. “Significa che i tuoi obiettivi e i miei sono differenti. Significa che bene, abbiamo scopato, ci siamo divertiti entrambi. Che non ci vedremo più”. La fisso: non mi aspettavo che finisse tanto in fretta. “Mi lasci così?”, le domando. Già: “Sì, questa storia finisce così. Qui non ci sono buoni né cattivi”. Il cattivo: quella parte è mia. “Questo non è un racconto”, mi fa. Certo che non lo è: questa è la fine. La fine è sempre così così.

ps rivolto ai più attenti: per questo week-end vi avevo promesso il mio racconto migliore, ma non sono ancora riuscito a completarlo. Sarà per la settimana prossima, spero.