venerdì 3 dicembre 2010

Una storia sbagliata

Come aveva minacciato qualche giorno fa da queste parti, Leucò ha scritto una storia di tradimento al femminile, una sorta di contropartita rosa ai miei vaneggiamenti sulle creature di Andersen. Eccola.

La testa reclinata di lato, i folti capelli scuri sul cuscino bianco, la schiena scolpita e nuda che sembrava appartenere ad una statua greca, il lenzuolo che lo copriva dai fianchi fino ai piedi. Ferdinando dormiva profondamente. Mara lo guardava pensosa, assorta. Si erano concessi un breve riposo dopo il travolgente amplesso che li aveva stravolti, ma lei non era riuscita a prendere sonno.
Di scatto si alzò e iniziò a rivestirsi senza neanche cercare di non far troppo rumore.
Poi il suo telefono squillò: "Certo che vado a prendere io i bambini in palestra. Sono nelle vicinanze a sbrigare delle commissioni".
Andò verso il letto, si avvicinò all'uomo disteso e dolcemente gli sussurrò che si era fatto tardi, che dovevano scendere ma sarebbe andata via lei per prima.
Finito di rivestirsi si guardò allo specchio e diede una sistemata ai capelli corti, un ultimo sguardo alla stanza per verificare di non aver dimenticato niente e chiuse la porta dietro di sé.

L'aveva rincontrato per caso, o meglio aveva ritrovato le sue mani. Un giorno mentre aspettava che i figli uscissero dalla palestra i suoi occhi furono attratti dalle dita che reggevano un giornale.
Il suo cuore ebbe un sobbalzo, si fermò del tutto per un istante che sembrò durare anni.
Conosceva quelle mani. Anzi, le amava. O più propriamente le aveva amate, in passato.
Quando si riprese si voltò come per non farsi vedere e si nascose dietro agli altri genitori.
Non aveva nessuna voglia di rivedere quell'uomo, il solo pensiero la catapultava agli anni del liceo, così pieni di paure, di insicurezze, di sofferenza per quello che allora era solo un ragazzo.
Mara scosse la testa come per cacciare via tutti quei cattivi pensieri e prevenirne di peggiori. Guardò nervosamente l'orologio diverse volte, sperando che scattasse l'ora in cui i bambini finivano la lezione per potere scappare a rifugiarsi tra le rassicuranti mura di casa.
Mancava un minuto e Mara sentiva quasi di avercela fatta: già si vedeva a casa a cucinare e trepidava all'idea della quotidianità, quella quotidianità che spesso aveva sottovalutato. Fu allora che sentì una mano picchiettarle ripetutamente la spalla.
- Mara Cardinale? Sei tu?
Troppo tardi. Le era finita come a scuola, quando, a qualche minuto dalla campanella, pensava che ormai non ci fosse più tempo per le interrogazioni, e invece la professoressa di matematica la chiamava alla lavagna e aveva tutto il tempo necessario per mandarla a posto dopo aver segnato l'impreparato.
Fu costretta a girarsi e simulare un'espressione di sorpresa nel rivedere Ferdinando.
- Nando Martinotti? Quanto tempo… non ti avrei riconosciuto, sai? Sei così… cambiato… che ci fai tu qui? - disse, rendendosi conto immediatamente della stupidità delle cose che era riuscita a dire.
- Di tanto in tanto vengo a prendere mia figlia. Frequenta ginnastica ritmica qui ed è pure molto brava - disse con l'aria del genitore orgoglioso - E tu?
- Idem. Sono venuta a prendere i miei due bambini.
Ferdinando sorrise come solo lui sapeva fare. Era capace di trasformare solo con uno sguardo, con un sorriso, il più fermo dei propositi di Mara: lasciarlo, allontanarsi, non rivederlo più, o qualunque altra pur inflessibile decisione. Era sempre stato capace di farlo, e a quanto pareva non aveva perso questa dote. Perfino quando era stato lui a lasciarla per una amica comune aveva fatto apparire sul proprio volto un'espressione tanto commovente da gelare Mara e impedirle di proferire parola: nessuno sfogo, niente urla, nessuna reazione isterica.

Era proprio per questo che voleva evitare di incontrarlo. Avrebbe preferito saltare in un cerchio infuocato pur di non rivederlo. Anche quel giorno Mara si era convinta che questa volta lo avrebbe trattato con distacco, che questa volta non sarebbe caduta nella sua trappola, che questa volta...
- Ti va se giovedì prendiamo un caffè insieme aspettando che i bambini escano dalla palestra? Così, per fare due chiacchiere...
- Certo, mi farebbe molto piacere - rispose la bocca di Mara prima che la testa potesse impartirle alcun ordine.

Poi si era detta che in fondo non c'era niente di male a rivedere un vecchio amico. Che era stata lei a ingigantire la cosa. Che erano stati insieme per poco, quando erano solo dei ragazzi. Che si erano scambiati solo qualche tenero bacetto…
- Sì - si disse - Non c'è niente di male in un caffè: ci faremo quattro risate in memoria dei vecchi tempi, non sono più la ragazzina di un tempo. Sono una donna. Sono forte, matura, con figli e marito annessi. Affronto e risolvo quotidianamente i problemi più disparati, figuriamoci se non riesco a bere un caffè con un vecchio amico senza problemi.

Arrivò giovedì e Mara e Nando, lasciati i bambini in palestra, si ritrovarono.
L'incontro andò meglio di come lei pensasse: lui era stato amabile come se lo ricordava, no, proprio non era cambiato.
Lei, invece del caffè, prese un limoncello, e riuscì ad essere disinvolta. Fu perfino contenta di quell'incontro: quando tornò a casa aveva una strana allegria.

Il martedì successivo tornarono a incontrarsi. Stesso bar, stessa ora, stesse modalità. Solo un particolare era differente: quella volta entrambi sapevano che non sarebbe stato l'ultimo incontro.
Ferdinando, che in genere accompagnava solo saltuariamente la figlia in palestra, adesso non saltava una lezione.
Lui le parlò del suo lavoro, di come si era sposato, della nascita della bambina. E del divorzio. "Incompatibilità di carattere", disse.
Lei gli raccontò della gioia di fare la mamma a tempo pieno e di come, in fondo, non le importasse affatto di aver rinunciato alla carriera di architetto. In fondo avere una bella casa era una gran bella soddisfazione, aiutare gli amici a scegliere l'arredamento era già abbastanza e in fin dei conti si sentiva realizzata anche così.
- Sei felice? - le chiese lui a bruciapelo una volta.
Lei fece spallucce.
- Sì, a modo mio… come tutti. Sono contenta... tutto sommato mi posso dire pienamente soddisfatta.
- Sei felice? - ripeté lui, stavolta con l'espressione a cui non riesci a mentire.
Mara abbassò gli occhi.
- E tu? Sei felice?
- No. Io non sono felice, ma quando guardo mia figlia mi dico che almeno ho fatto una cosa buona nella mia vita.

Un giorno lui le propose di prendere il caffè a casa sua, lì vicino. Aveva bisogno del parere di un architetto per sapere come poter allargare la cucina senza stravolgere troppo l'intera casa. Lei accettò.
La casa era molto bella. Secondo Mara non c'era nessun bisogno di ingrandire la cucina, ma la donna suggerì ugualmente una possibile soluzione.

Mentre bevevano il caffè lui le andò alle spalle e l'abbracciò. Le sue mani salirono sui fianchi, su fino a sfiorare il seno con voluttà. Lei si voltò e senza capire più nulla lo baciò appassionatamente. Da lì alla stanza da letto il passo fu breve.
Nella testa di Mara non c'era più il marito, non i figli, non i doveri.
Si lasciò trasportare da quella situazione pensando che in fondo quello fosse un debito che il passato le stava saldando. Che non si potesse definire un vero e proprio tradimento. Che quelle due ore, due volte alla settimana, fossero una sorta di indennizzo per le troppe rinunce.

giovedì 2 dicembre 2010

Serial filler

Declino ogni responsabilità sull'impaginazione di questo post. Per ottenere un racconto di Ady Happyborn, infatti, mi sono dovuto piegare alle richieste del suo procuratore, con il quale ho condotto una serrata trattativa. Ma penso che ne sia valsa la pena. Buona lettura.



Labbra più polpose, zigomi più alti, naso più sottile, occhi più allungati,seno più generoso, gambe più snelle. Sono un catalogo di chirurgia plastica. Solo la pelle è liscia e levigata come quella di vent'anni fa, tutto il resto è diverso. A volte mi chiedo cosa direbbe di me il Creatore.
Ossessionata dall'idea di piacere, sempre e comunque, prima agli altri che a me stessa. Mi vendo, in talune occasioni mi svendo, ad un sorriso di ammirazione. Ogni modifica che il mio corpo ha subito negli ultimi trent'anni è stata sofferta ma necessaria, mi adeguavo al gusto imperante perchè sono nata per piacere.
Non è facile essere donna nella società d'oggi, so di non essere un buon esempio, ma non ho deciso io che il mondo andasse in questa direzione, io mi sono semplicemente adattata.
Quando hai iniziato è difficile che tu smetta, credi di aver cominciato dal naso, dalle tette, dalle palpebre, invece tutto ha avuto inizio dal cervello.
Le mie amiche d'infanzia, quelle più sfacciate, oggi vanno dal chirurgo e gli chiedono senza mezzi termini di somigliare a me, e ciò che più mi turba e che anche le loro figlie non sognano altro che somigliare a me.
Se potessi, vorrei dire ad ogni donna, ad ogni mamma, ad ogni ragazza di non rincorrere un ideale di bellezza fasullo e irragiungibile perchè ci sarà sempre una con labbra più polpose, zigomi più alti, naso più sottile, occhi più allungati, seno più generoso, gambe più snelle, pronta a soffiarle via il primato.
Ogni giorno sempre più bambine al mondo preferiscono una Brazz a me, nonostante tutti gli sforzi che sono stati fatti per farmi diventare la Barbie che sono oggi.

mercoledì 1 dicembre 2010

Quella casa s'ha da vendere a ogni costo

Chi di voi segue con costanza questo blog ha già preso confidenza con lo stream of consciousness di errebi. Le presentazioni, quindi, non servono: buona lettura.

“Ciao Elena ti disturbo, scusa l’ora ma proprio non ce la facevo a non chiamarti”. “Non ti preoccupare Clara stavo solo andando a letto ma non ha importanza, dimmi cosa c’è”. “Oh guarda non riesco più a trovare il bandolo della matassa”. “Bandolo della matassa di che cosa Clara”. “Ma come di che cosa della casa in montagna del papà”. “Che problema c’è?”. Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire. È lì nascosta nel mezzo del bosco la casa della discordia. Giulio e la moglie sono invecchiati e nonostante i loro sforzi non riescono più a utilizzare quella casa. Troppa strada da fare per arrivarci e poi andarci soli fa drizzare i capelli a Clara. Nessuno ha il tempo e la voglia di accompagnarli e poi da quando hanno ritirato la patente di guida a Giulio il problema è diventato un tormento per la famiglia. Ognuno ha i suoi problemi, Clara troppo indaffarata con lo studio del marito e con le giornate maniacali dedicate alle shopping. Mamma mia quanto tempo le portano via e quanta attenzione nel cercare il capo all’ultima moda con il minimo costo quasi da esaurimento nervoso. Virginia sempre piena di impegni. È ritornata a lavorare dopo un lungo periodo e quindi deve conciliare il lavoro con la famiglia, la figlia sposata che ha bisogno d’aiuto, il figlio ancora in casa da seguire e per ultimo il marito che, se non ci fosse lui in quella casa, tutto sarebbe un caravanserraglio. Elena tra scuola, casa, figlio disabile e marito chi più ne ha più ne metta. Insomma meglio venderla quella casa e chi meglio di Virginia e suo marito può seguire la cosa. “È uno sforzo ma per mamma e papà questo e altro”, così Virginia accettò l’investitura guardando con l’occhio di traverso il marito. “No non è possibile quella casa non si deve vendere”, cominciò Marta, la figlia di Virginia seguita in coro dal marito. “Nooo, nonni nooo, possiamo darvi noi un aiuto ma la casa non la vendete”. “Insomma Elena quando riuscirà Virginia a vendere questa benedetta casa”. “Forse sarebbe meglio metterla con le spalle al muro, troviamoci le tre sorelle e chiediamo spiegazioni”. “Ma Clara lo sai dove sono e cosa sto facendo come faccio?”. “Insomma è nel tuo interesse i soldi ti servono o non ti servono?”, la interruppe Clara. “Certo i soldi ma quelli devo trovarli comunque che se si venda o non si venda casa” rispose Elena. “Stanno facendo il doppio gioco tengono il prezzo alto per poi fare loro l’offerta e comprarla al prezzo che vogliono loro”. “Ma chi scusa?” domandò Elena. “Ma come chi Virginia e suo marito non l’hai ancora capito?”. Certo si erano sempre capite le reali intenzioni dei due su quella casa ma che si spingessero ad un gioco sporco come quello pensato da Clara non era mai passato per la testa ad Elena. Ed ora che la sorella la metteva davanti a ciò non riusciva a capacitarsi. “Ma come Clara come puoi pensare tutto ciò”. “Lo penso e sono convinta di quello che dico ed è per questo che dobbiamo telefonare a Virginia e proporle un incontro a casa del papà e della mamma ma, non deve esserci assolutamente Fabrizio mi raccomando, non deve esserci Fabrizio”. “Ma scusa Clara ho capito che non deve esserci Fabrizio ma lo dici…”. “Sì Elena è meglio che telefoni tu a Virginia, con te non avrà sospetti”. Ma figlia di buona donna che è anche mia madre, pensa Elena, temi il doppio gioco, la furbizia dei due e giri la patata a me. “Clara come faccio lo sai i problemi che ho”. “Sì certo lo so ma è meglio così e... fai venire anche Claudio è bene che ci sia un testimone”. Click. Elena finalmente riesce a coricarsi domani come tutti i giorni della settimana l’attende una dura giornata con il figlio Francesco. Non riesce ad addormentarsi accende la luce sul comodino e d’improvviso si accorge della triste realtà che la circonda. No non è quella stanza di un seminterrato che ormai è diventata la sua prima casa, ma la verità di far parte di qualcosa di malato e di sbagliato, quel qualcosa che è la sua famiglia. Fuori sta quasi albeggiando quando Elena è appena riuscita a prendere sonno. La laguna è ancora avvolta nel buio ma già qualche spiraglio di luce comincia a intravvedersi lontano verso la spiaggia battuta dal vento. Driin, Driin, la sveglia. Elena rimane ancora un po’ sotto le coperte ma già sente il rumore del caffè che sale proveniente dalla cucina comune e stiracchiandosi si alza dal letto e comincia a vestirsi. Sono le sette del mattino fuori una leggera nebbiolina si alza dall’acqua ma non impedisce al freddo sole di dicembre di farsi vedere. “Buongiorno Anna”. Elena è appena uscita dalla sua camera da letto. “Buongiorno, buongiorno il caffè è pronto basta versarlo” risponde Anna. Lo stretto corridoio che fa da ingresso e da cucina al seminterrato è un entrare ed uscire dalle camere da letto al bagno e viceversa. “Per oggi mezzogiorno ci arrangiamo ho già messo su la pentola per la minestra. La faccio andare lenta, lenta, quando torniamo basta versarla e buon appetito. Ciao Elena a mezzogiorno”. “Buongiorno Anna a dopo”. Elena rimane sola mentre seduta davanti al tavolo della cucina beve il suo caffè. Oggi è venerdì stasera arriva Claudio. Sai che bella novità. Resterà di sasso. Ma ormai non ci resta altro. Clara intanto è un crescendo di nervosismo tanto che la testa ormai le sta scoppiando. “Sei troppo buona Clara. Ma non hai ancora capito che vogliono prendersi gioco di te?”. “E no caro mio che la pensino come gli pare ma quello che mi spetta mi spetta”. Me li immagino i soliti discorsi tra Clara e suo marito. Lei quasi al limite dell’isterismo e lui che la guarda e l’ascolta con quell’aria indifferente che dice tutto. E poi, dai, non possiamo dimenticarci di cosa ne pensa la loro figlia perfetta. “Ha ragione papà sei troppo buona…non vedi che fai il loro gioco. Vuoi abbassarti così tanto?” Mi sembra di vedere le due case, una quella dell’ingegnere con Clara in continuo nervoso movimento con in braccio quella piccola povera cagnolina, e su e giù per casa con il telefono portatile all’orecchio: “Ma sai ma non lo sai. Ma non mi conoscono fino in fondo. Non sanno proprio di che pasta sono fatta”. Una Crudelia De Mon in miniatura. Dall’altra, la casa di Virginia e Fabrizio dove non vola una mosca, si cammina senza far rumore, si annuisce e si tace nello stesso tempo. Basta lo sguardo tra i due, vuol dire tutto non serve nient’altro. Ed in mezzo Elena e Claudio. “Ma che cazzo si è messa in testa tua sorella?”. “Ma non ha il coraggio delle proprie azioni?”. “Una vigliacca, manda te in avanscoperta per poi azzannare la preda all’ultimo istante e ucciderla”. Così Claudio quella sera del venerdì dopo aver saputo da Elena la novità. “Pensa Claudio che ho dovuto telefonare a Fabrizio per chiedergli la cortesia di venire qui in istituto domani, per non lasciar solo Francesco, perché devo assentarmi per motivi di lavoro”. Alla nuova novità di Elena Claudio vacilla ma poi spunta un sorriso da presa in giro e: “Ma Fabrizio ci è cascato?”. “Sì, ha detto che domani viene lui a fare compagnia a Francesco”. Claudio seduto sulla sedia sorride e scuote la testa prende in braccio Birillo, il loro cane, e guardandolo negli occhi gli dice: “Ma dove cazzo gli ho trovati questi qua!”. Domani tutti a casa di Giulio, meno Fabrizio, non devi esserci per decisione irrevocabile di Clara. La signora Silvia con i biscotti, il signor Giulio che chiederà ma che festa è oggi, io che devo portare il computer portatile per eventualmente inchiodare Virginia e Clara e Elena. Quel computer portatile dove collegarsi al sito internet con l’annuncio della vendita di questa benedetta casa. E il prezzo? Non corrisponde a quanto vorrebbe Clara. Per lei Virginia e suo marito stanno speculando tenendo il prezzo troppo alto per poi fare la parte e offrirsi per acquistarla loro chiaramente al loro prezzo. Driin!! La sveglia sopra il comodino di Claudio avvisa che è l’ora di alzarsi. “Elena, buongiorno alzati ci aspetta una bella giornata”. “Uhm ma è già ora di alzarci, mi sembra di essermi appena addormentata. Com’è il tempo fuori?”. “Leggera nebbiolina dicembrina, gli alberi pieni di brina, qualche gabbiano infreddolito che passa ogni tanto, un suono lontano di una sirena, lo sciacquio dell’acqua che sfiora l’argine”. “Oh ma insomma, Claudio, ti ho chiesto solo che tempo fa” .“Ed io cosa ti ho detto”. Elena si alza cerca le ciabatte apre la porta della camera e va al bagno. In cucina non c’è nessuno oggi è sabato gli altri se ne sono tornati a casa in permesso mentre per Francesco non è ancora arrivato il momento. C’è uno strano silenzio tutte le altre stanze sono chiuse, una pentola è rimasta sopra ai fornelli. Claudio prende la caffetteria e prepara il caffè poi accende il televisore. Cambia canale cerca qualcosa non c’è nulla di interessante. Alle sette di mattina di sabato cosa può esserci di interessante alla televisione? “Brrr che freddo”. Elena appena uscita dal bagno corre verso la camera da letto. Claudio la prende al volo la stringe a sé e lei si aggrappa a lui quasi a cercare il calore del suo corpo per sconfiggere quella sensazione di freddo che la fa quasi tremare. Dopo un attimo si fa sentire il caffè. “Spegni, spegni Claudio altrimenti esci”. Elena sfugge dalle braccia di Claudio e si infila in camera mentre il caffè è già pronto sopra il tavolo. Zucchero, qualche biscotto, cucchiaini, in ordine tutto pronto. “Madonna che freddo che fa”. “Siamo in dicembre Elena cosa vorresti andare al mare?”. L’automobile si avvia lungo la strada che costeggia la laguna. C’è poco traffico e qualche passante infreddolito che aspetta l’autobus. Stiamo andando verso casa, la nostra casa. “Quanto tempo Elena”. “Quanto tempo di cosa Claudio”. “Quanto tempo che non stiamo assieme a casa nostra”. “Tutto è cambiato da quella maledetta sera”. Arrivati alla fermata del ferryboat ci si mette in coda e si attende il proprio turno. La nebbia comincia lentamente a salire lasciando lo spazio ad un pallido sole. “Biglietto prego!”. “Siamo abbonati!”. “Oh scusate andate, andate. Lentamente saliamo sul ferryboat lasciamo la macchina e su per le scale andiamo a sederci al bar. “Prendiamo qualcosa?”. “Va bene Elena, colazione l’abbiamo già fatta ma se proprio insisti”. “Un cappuccino, tu Claudio?”. “Un caffé liscio amarissimo, grazie”. Il ferryboat si stacca dalla banchina e incomincia il suo viaggio verso la terraferma. Il caffè è bollente tengo la tazzina stretta tra le mani per scaldarmele questa mattina sono gelide. Guardo fuori dal finestrino e lontano osservo il centro riabilitativo dove c’è nostro figlio. A quest’ora sarà già arrivato Fabrizio poi un velo di tristezza mi sorprende, per Francesco adesso come adesso non cambia nulla. Fabrizio o noi vale la stessa cosa. Guardo Elena mi sorride le sorrido anch’io. Coraggio vorrei dirle ma già lo so che non ne ha bisogno poi mi torna alla mente la riunione famigliare. Il covo delle vipere e noi protagonisti principali. “Ma dobbiamo proprio andarci, non possiamo farne a meno standocene tranquilli a casa nostra a respirare un po’ di tranquillità?”. “Insomma Claudio mi fai delle domande. Vuoi fare a meno di venire fai a meno. Vedrò di cavarmela da sola. D’altronde sono ormai nove mesi che me la cavo da sola”. “Ecco, quando rispondi in questo modo non so ma non sei più Elena, mi sembri un’altra, per caso hai una doppia personalità?”. “Cretino trovi sempre il modo di dire stupidaggini”. “Ma dai Elena scusa ma ti sei fatta incastrare anche stavolta”. Imbarcazioni di ogni tipo fanno sfondo al nostro percorso mentre il sole ha preso il sopravvento anche se il freddo è pungente. Il suono del campanello ci avvisa che ormai siamo quasi arrivati. Scendiamo le scale e saliamo in automobile aspettando che il ferryboat attracchi e si possa scendere. Accendo l’autoradio proprio in quel momento passano una vecchia canzone di quando ci siamo conosciuti Elena ed io e automaticamente cominciamo a cantarla. Accendo il motore ingrano la prima e ci dirigiamo verso casa. Il bello verrà nel pomeriggio a casa di Giulio e Silvia con Clara e Virginia mentre Fabrizio, ignaro della cosa, fa compagnia a Francesco. Ci siamo ormai dietro l’angolo c’è la casa di Giulio. Parcheggiamo e suoniamo il campanello. Ad aprirci Silvia. “Oh eccovi qua”. “Ciao mamma, buongiorno signora”. “Siamo i primi?” chiede Elena. “No, no di là c’è Clara”. E ti pareva perfettamente puntuale penso tra me e me. Non la saluto nemmeno, giro l’angolo e vado a salutare il signor Giulio. Sempre più curvo, appoggiato al bastone mi fa un cenno di saluto. “Claudio vieni, vieni. Ti ho mai fatto vedere questo quadro?”. È diventata ormai la sua fissazione ma cosa si può fare se non farsi ripetere per l’ennesima volta. “Ecco la mia casa quella che ho costruito con tanti sacrifici. Non ci posso andare ma ogni volta guardo questo quadro è come fossi là”. “Ciao Claudio non si saluta?”. D’improvviso Crudelia De Mon mi compare alle spalle fasciata in un orribile vestito di color verde militare vistosamente più su del ginocchio e un paio di scarpe con i tacchi a spillo. Cosa pagherei perché prima o poi cadesse da quei trampoli. “Oh Clara ciao, scusami non ti avevo visto”. “Mmmh non mi aveva visto, dai su, vuoi prendermi in giro” Si va poi a sedere in salotto da dove si era alzata per venirmi a salutare. Gambe in mostra come al solito con continuo movimento volutamente cercato per abbassare la gonna. Aspettiamo solo Virginia. Intanto fuori inizia a piovere. Una pioggerellina fina ed insistente. “Scusi Giulio ma mi sposto in cucina che devo preparare il computer”. In salotto intanto Clara sta preparando il piano d’azione mentre Elena l’ascolta e la guarda silenziosa. Silvia è un continuo andirivieni dal salotto alla cucina poi, suona il campanello. È arrivata Virginia. “Buongiorno a tutti. Scusate il ritardo non era mia intenzione”. Che strano silenzio non arriva un suono, una parola dal salotto. Eppure. Poi d’improvviso la voce alterata di Clara. “Insomma non è possibile che non si riesca a.vendere. È stato abbassato il prezzo come ti era stato detto di fare?”. “Lo abbiamo comunicato all’agenzia e dovrebbero aver corretto l’importo” risponde Virginia. “E no cara mia ti sbagli di grosso. Claudio, Claudio viene di qua per favore”. Il richiamo di Clara. Adesso tocca a me. Sono proprio un deficiente ma ormai non posso più tirarmi indietro. Il pc già acceso e collegato ad internet sul sito dell’agenzia che aveva la procura per vendere questa benedetta, maledettissima casa. “Ecco, Virginia, il prezzo non è cambiato. Chi vuoi prendere in giro. Io non sono disposta ad essere presa per i fondelli”. “Non vedo perché te la devi prendere così tanto con me. Ti ho detto che avevo avvisato l’agenzia del cambiamento. Se l’agenzia non lo ha fatto che colpa ne ho”. Virginia si irrigidisce sulla sedia e mi uccide con una occhiata. “Noooo, noooo e poi no, sei tu e tuo marito che volete fare il doppio gioco” esclama Clara alzandosi di scatto dalla sedia mentre Elena allibita guarda le due sorelle che fra non molto rischiano di azzuffarsi. Nel momento in cui si alza di scatto Clara poggia male il piede e rompe il tacco. Eureka ora cade e si avvera il mio sogno. Si aggrappa al tavolo e riesce a mantenere l’equilibrio ma per lo sforzo strappa il vestito infuriandosi ancora di più. Virginia si alza comunica che da questo momento non vuole più saperne di quella casa di fare quello che vogliamo e di non credere di trattarla ancora una volta così. Esce senza salutare e se ne va. Silvia è incredula davanti alla porta del salotto mentre Giulio esce dal bagno ma non sembra aver capito cosa sia veramente successo. Il problema più importante adesso per Clara è il vestito nuovo. Quanto tempo ci aveva perso per trovarlo e quanto tempo per trovarlo pagandolo come voleva lei. “Claudio dai muoviamoci che dobbiamo tornare da Francesco”. “Sono pronto Elena, pc chiuso messo nella borsa prendiamo i cappotti e andiamo”. “Un momento, un momento. Abbiamo capito tutti no! Da questo momento abbiamo carta bianca, ci occupiamo noi di vendere la casa di mamma e papà” fece Clara mentre si aggiustava il vestito coprendosi lo strappo all’altezza della coscia. “Va bene comunichiamo all’agenzia il nuovo importo e facciamolo pubblicare” rispose Elena. “Ecco appunto. Claudio te ne occupi tu?”. “Clara guarda non è per non volerlo fare ma non farmi dire quello che sto trattenendomi di dire” rispose Claudio. “Oh madonna che permaloso va bene, va bene me ne occupo io”. “Ecco brava vedo che hai perfettamente capito”. È già buio quando arriviamo nel piazzale dove aspettiamo il ferryboat. Fabrizio lo abbiamo appena sentito. Tutto bene Francesco è già a letto la solita giornata. Grazie Fabrizio buona serata. Grazie di che un saluto a presto. Se sapesse. Appena arriverà a casa troverà Virginia e verrà messo al corrente di tutto. Elena intanto si era abbassata il sedile dell’automobile e cercava di riposare un po'. Che giornata. Ma non c’è nulla di cui stupirsi il dramma in cui siamo caduti ha mostrato la vera faccia della famiglia. Claudio osserva l’orizzonte buio illuminato a tratti dal faro del pontile. Rivede gli incontri quegli sterili ed inutili discorsi. Quello scambio di opinioni su cui non si andava mai d’accordo poi d’improvviso, il marinaio, lo riporta al presente. Avvia il motore dell’automobile, ingrana la prima e sale in ferryboat. Guarda Elena, sta dormendo. Abbassa anche lui il sedile e si stende cercando di non pensare. Domani c’è Francesco è un altro giorno, un giorno come un altro.

martedì 30 novembre 2010

La piccola fiammiferaia

Ci misi qualche istante a metterla a fuoco. Era lì, all’angolo fra via Marconi e via dell’Unità, ed era come se all’improvviso si fosse catapultata in città da un’antica reminiscenza. Un ricordo dell’infanzia, forse, o forse l’immagine di un film trasportata di peso nella realtà. Ma no, non stavo sognando. Vendeva fiammiferi, come nella fiaba.

La ragazza era malvestita. Era sporca, probabilmente; senz’altro era povera. E, diavolo, sembrava strappata a morsi da un’immagine dell’Ottocento: non mi sarei stupito se, d’un tratto, accanto a lei si fossero materializzati dei lustrascarpe o, che so, una carrozza con i cavalli bianchi. Chiusi gli occhi: quando le palpebre si rialzarono il tram passava davanti a me, il traffico era impazzito come sempre e una Mercedes Classe C sfrecciò veloce per dimostrarmi che no, non ero finito in un gorgo temporale. Ero lì, nel ventunesimo secolo, e mi trovavo davanti una fiammiferaia. Attraversai la strada, forse spinto dal dovere antico di aiutare le creature delle fiabe.
“Vuole cerini, signore?”, mi domandò lei. Era una ragazza molto bella: gli occhi, pieni di luce, rischiaravano un volto sporco, ma senz’altro desiderabile. Indossava una maglietta bisunta e un paio di jeans strappati, e sedeva nell’angolo, di fronte al lampione acceso da poco, con una cesta di scatolette fra le gambe. Una radio, unica concessione alla modernità di quel quadro, gracchiava una canzone degli Urge Overkill che raccontava di un amore sbagliato, e mi dissi che doveva essere una premonizione: intuii che se avessi ceduto, se mi fossi fermato a parlare con lei, in pochi istanti mi avrebbe commosso, travolto, in definitiva coinvolto. Non era il mio tipo, come diceva la canzone, e bastava guardarci in quell’istante per capirlo: io, in giacca e cravatta, perso fra conference call e colazioni di lavoro, e lei, lercia, stracciona, all’angolo di una strada a vendere una merce fuori tempo, forse a far presa proprio sulle fiabe per conquistare un po’ di attenzione.
Fu la voglia di fumare a prendere il sopravvento. Non avevo accendino, in fondo, e mi dissi che non ci sarebbe stato nulla di male in un normale scambio. Che sì, sarei riuscito a scacciare i miei demoni, avrei allontanato la voglia di cambiare tutto, di mettere una pietra sulle liti con Marianna, sui pianti notturni dei bambini, che non avrei ceduto alla perdizione, alla voglia di tornare un ragazzino, di inseguire una vita da vagabondo, libero e senza pressioni. Sarebbe passata, questa sindrome di Peter Pan, sarebbero passate le angosce della routine e tutto sarebbe tornato normale. Addirittura gradevole, desiderabile: la mia famiglia, i miei figli, il focolare. Il mito della stabilità, ecco tutto, la quotidianità rassicurante di un lavoro sereno, integrato nella società. Le lasciai una moneta da due euro, ma per un istante la mia curiosità mi possedette. Pretesi che oltre ai fiammiferi mi consegnasse il suo nome. “Lisa”, si presentò con un inchino la ragazza. Poi, come a proteggersi dal freddo, ma più probabilmente per farmi pietà, accese un fiammifero. Scoprii solo in quel modo quel che nella fiaba non veniva descritto: i fiammiferi appestano l’aria di zolfo, la rendono irrespirabile. Che la fiammiferaia di Andersen, probabilmente, sarebbe morta asfissiata, prima ancora che assiderata.

Il giorno dopo era ancora lì, e io tornai da lei. Passarono ventiquattr’ore e lo feci di nuovo, e poi ancora per tutto il mese: ogni giorno una scatola di fiammiferi, ogni giorno una moneta da due euro, ogni giorno un dettaglio della sua vita e un cerino acceso prima che andassi via. Scoprii che veniva da Venezia, che viveva in una baracca in periferia, che aveva venduto fiammiferi in tutta Europa. Che era cresciuta senza genitori, che si procurava la merce all’ingrosso, che aveva una passione per i gatti. Che credeva di avere un fratello ma non sapeva dove abitasse, che ogni giorno riusciva a vendere una trentina di scatole, che la prossima tappa del suo viaggio sarebbe stata Torino. Che festeggiava sempre le vendite accendendo un cerino. Che aveva bisogno di compagnia.

Quando entrò nella camera d’albergo pretesi che si lavasse. Che si togliesse quell’odore di dosso, che indossasse i vestiti che avevo comprato per lei, che si spruzzasse un po’ di profumo. Non fu granché utile: l’odore dello zolfo, se respirato con insistenza, penetra a fondo nella pelle, la possiede, la fa sua.
L’amplesso fu lungo e intenso. Lisa non parlò, sembrò non aver fiato, ma mi stupì per la confidenza col mio corpo che mostrava: sembrava sapesse come farmi vibrare, sembrava conoscere ogni dettaglio della mia sessualità. Raggiungemmo l’orgasmo nello stesso istante, ma poi fu veloce a rivestirsi. La guardavo ebbro, fra le lenzuola, e non capivo la sua fretta: avrebbe potuto dormire in un albergo, per un giorno, non avrebbe avuto problemi di freddo o di cibo. “Dove vai?”, le chiesi, pensando che sarei stato io a dover fuggire, a tornare da Marianna e dai bambini. Non mi rispose: Lisa entrò in bagno, come per sistemarsi, come per farsi bella. Come per fuggire.
Fu l’ultima volta che la vidi. Quando entrai nel bagno, vi trovai solo una nuvola di zolfo.

lunedì 29 novembre 2010

Denti piccoli

Apriamo una settimana con una nuova ospite. Date il benvenuto in questo spazio e nella blogosfera a 13 tacchetti.

Si dovevano incontrare. Non vi dico dove, non vi dico perché, il punto è solo che si dovevano incontrare e non si erano mai visti. Post di qua, commento di là, da un paio di mesetti si sentivano con frasi e faccine sui rispettivi blog ma non si erano mai visti. Il che rendeva tutto più interessante. Insomma, scoprirono che andavano tutti e due allo stesso congresso, e si diedero appuntamento. Non troppo preciso, solo un “ci vediamo lì”, e si scambiarono i numeri di cellulare per potersi sentire. O meglio, scrivere. Perché era chiaro a tutti e due che dopo tanto aspettare non valeva la pena rovinare la sorpresa di sentir la voce dell’altro uscir dalla sua bocca, senza più mezzi di alcun tipo. Senza esserselo detto sapevano che si sarebbero solo scritti degli sms per incontrarsi.
Quindi lui le scrisse “Ma sei già arrivata?” e lei rispose “Eh sì”.
“Bene, e adesso come ti trovo?”.
“Mah, sono allo stand verde, lo vedi?”.
“Sì, lo vedo, ma tu quale sei?”.
Silenzio. “Non so, dimmi come sei fatta, come ti riconosco? Ci sono mille ragazze, lì allo stand verde. Dimmi qualcosa di particolare...”.
Ah, bella domanda, pensò lei. Cosa indossava? Jeans e maglietta, nera. Non era tanto alta, ma non proprio la più nana. Castana. Non aveva neanche delle gran tette, ché quelle, lo sapeva, lui le avrebbe notate eccome. No, cazzo, cos’è che mi distingue dalle altre?
“Ho i denti di fianco agli incisivi molto piccoli”.
Ecco, l’aveva scritta. Oh, era la verità. Mica tutti hanno dei denti così piccoli. Per esser precisa scrisse pure un secondo messaggio: “Per capirci, tra gli incisivi e i denti piccoli ci son dei buchi, che tanto son piccoli, che se voglio posso bere il latte senza aprir del tutto la bocca”.
Eh, era stata sincera. C’è chi ha le tette grandi e chi ha i denti piccoli.
Francamente non pensò tanto che lui la potesse prendere per un’idiota, con ‘sta storia dei denti piccoli. Per lei aveva semplicemente senso.
E in effetti lui rispose solo “Ma scusa, come faccio a vedere se i tuoi denti sono piccoli? Non starai mica tutto il tempo a bocca aperta, no?”.
Anche questo aveva un senso.
“No. Però se mi fai ridere i miei denti li vedi”.
E fu così che lui si mise d’impegno a parlar con le varie ragazze che stavano allo stand verde e iniziò a sparar cazzate come solo lui sapeva fare, e lui sapeva che a lei le stronzate che diceva lui piacevano, perché il (rofl) non mancava mai, nei suoi commenti.
E ci prese anche gusto a dirne una più stupida dell’altra e a concentrarsi sulla bocca della ragazza di turno. C’erano quelle che manco ridevano. Avranno aspettato quello sfigato che cercava la ragazza dalla risata impossibile. Mah, se le poteva pure tenere. Lui voleva quella coi denti piccoli. E a furia di dir cazzate e veder denti grandi passò lo stand verde al setaccio: c’erano varie fessure tra i due incisivi alla Madonna, denti storti, macchie di caffè, ma così come li aveva descritti lei i denti oh, lui non ne trovava.
Poi all’improvviso, mentre si girava per cercare una ragazza con cui non avesse ancora parlato, s’inciampò, piede sinistro atterrò male, piede destro anche lui scoordinato, braccio sinistro provò disperatamente a ristabilire l’equilibrio ma: mano destra, nell’ultimo tentativo di mantenere il resto del corpo in piedi, andò a toccare la tetta, anche lei destra, della tettona di fianco a lui. Scandalizzata lei gli urlò contro “Pervertito! Lo sapevo che non eri a posto, a dir tutte quelle battute del cazzo! Lo sapevo che ci provavi e basta!”. Era una di quelle che non avevano riso. Rialzatosi da terra, lui provò a giustificarsi “No guarda, io volevo solo vedere se avevi i denti piccoli, davvero…”.
E sentì finalmente una risata. Si girò. Cazzo, che bocca grande con quella risata sonora! E che denti piccoli!
Le andò vicino.
(hug)

venerdì 26 novembre 2010

Innocenti evasioni

L'avevano trovata chissà come, quella foto. Non era su Facebook, questo era certo, ma da qualche parte dovevano essersela procurata. Fatto sta che adesso campeggiava a pagina 7 del Giornale di Sicilia con tanto di didascalia: “L'imprenditore Egidio Di Paola, titolare della pizzeria 'Acquasanta', denunciato ieri a piede libero dalla Gyardia di finanza”. Neanche la cura di rileggere la didascalia: sbatti il mostro a pagina 7 e lascia una y al posto della u. Categoria sciatta, quella dei giornalisti.
Anche l'articolo non era così accurato come si sarebbe aspettato: si spiegava che Di Paola era stato sorvegliato per mesi “dalle Fiamme Gialle”, che ventuno volte i militari erano andati a cena da lui “e neanche una volta era stato rilasciato lo scontrino”. Peggio: “Nei sei mesi di controlli, la pizzeria 'Acquasanta' ha emesso ricevute per appena 1.300 euro, a fronte di un giro d'affari stimato in 16 mila euro al mese”. Totale calcolato, secondo le valutazioni della Finanza riportate acriticamente dal giornalista, “un'evasione fiscale accertata pari a circa 95 mila euro”. Seguivano le dichiarazioni entusiastiche del comandante, un accenno alla difesa curata dall'avvocato Sandro Massaro e l'annuncio di un “imminente giro di vite contro l'evasione fiscale, un fenomeno che sottrae risorse allo Stato e che a Palermo non accenna a diminuire”.
“Come hanno fatto a ricostruire il giro d'affari della pizzeria? – disse Di Paola – Se non ho emesso scontrini come fanno a dire che guadagnavo 16 mila euro al mese?”. L'avvocato Massaro non fiatò: “E poi, avvocato, si rende conto di cosa significa? Io resto aperto una ventina di giorni al mese, cinque giorni alla settimana. Praticamente, secondo loro, incasso 800 euro a sera, ogni sera. Pure il mercoledì, lo capisce?”. L'avvocato staccò gli occhi dal giornale per un istante e si sfilò quei pezzi di vetro grezzo che chiamava occhiali. Di Paola non ebbe il tempo di chiedersi come facesse Massaro a vedere senza indossarli che una zaffata di cipolla e peperoni lo raggiunse: “E noi lasciamoli fare”, fece l'avvocato.
Il ristoratore osservò Massaro in apnea. Quello, nel frattempo, sembrò essere entrato in trance: quasi disinteressandosi del suo interlocutore sfilò una carpetta da un cassetto, spostò indietro la sedia e si alzò per avvicinarsi alla finestra. Poi, d'improvviso, tornò a rivolgergli la parola, ma stavolta oltre la distanza di sicurezza, abbastanza lontano perché la caponata del giorno prima o di chissà quando non potesse raggiungere le narici di Di Paola: “Ce l'ha un amico giornalista?”, fece. “Beh, sì – rispose l'imprenditore –. C'è il figlio di mia cugina, cioè, credo che lavori ancora a Tvs. Perché, avvocato, vuole che gli facciamo arrivare una smentita?”.
Massaro si immobilizzò: guardò il suo cliente con gli occhi sbarrati, come se si stesse accorgendo solo in quell'istante di non essere solo nella stanza.
– Una smentita?
– Certo, avvocato. Non è vero che guadagno 16 mila euro al mese, sono tutte infamità. Avvocato, questi mi vogliono incastrare.
– Ma lei lo scontrino ai finanzieri gliel'ha mai dato?
– No, che c'entra? Ma lei lo sa come funziona: la crisi, le spese. Cioè: lo sa a quanto me la passano la mozzarella? E poi...
– Non m'interessa quanto costa la mozzarella. Lei con me non è che si deve difendere, ma se gli scontrini non glieli ha dati, mi capisce? Non è che la vogliono incastrare: è colpa sua.
Di Paola sembrò aver perso il filo: l'avvocato gesticolava e soffiava parole, in un momento sembrava un torquemada pronto a torchiarlo e nel successivo, anche nel corso della stessa frase, l'amico buono pronto a trovare una soluzione.
– E che dobbiamo fare? Conciliamo?
– Questo non è un divieto di sosta, Di Paola. Questa è evasione fiscale. Dobbiamo diventare eroi.
– Cioè?
– Cioè ora lei chiama suo cugino o quello che è e facciamo un bellissimo comunicato stampa. Scriviamo che sì, è vero, lei guadagna sedicimila euro al mese, ma le fatture non le rilascia perché lei resiste. Mi capisce?
“Mi capisce”, domandava l'avvocato. No, che non capiva: Di Paola guardò ancora una volta in silenzio Massaro.
– Mi segua: in questa città un locale su tre, forse anche uno su due, è gestito dalla mafia.
– No, avvocato, questo glielo giuro: io non c'entro con la mafia.
– Lo so che non c'entra, altrimenti non sarebbe così spaventato per un'evasione fiscale. Mi faccia finire: secondo lei perché la mafia apre pub, creperie, pizzerie e cose del genere? Perché ai mafiosi avanza tempo?
– No, cioè, non lo so: per investire?
– Sì, ma i locali, e lei lo sa perché compra la mozzarella a sangue di papa, non sono buoni investimenti. Però pub e pizzerie hanno un vantaggio: molta liquidità, cosa che con le costruzioni, con il movimento terra, che so? Con i rifiuti e con la sanità non c'è. E allora che fanno, i mafiosi? Aprono una pizzeria come la sua, staccano centomila scontrini, fingono di incassare un sacco di soldi e i guadagni, che so, del pizzo o della droga diventano puliti. Mi capisce adesso?
– Sì, cioè: no. Io che c'entro?
– Lei c'entra perché noi adesso facciamo una lettera aperta. Diciamo che lei è un eroe, mi capisce? Diciamo che non emettere fatture, in Sicilia, a Palermo, è l'unica garanzia di essere puliti. Che lei è un ristoratore che resiste all'invasione di Cosa nostra. Che la guardia di finanza deve andare a controllare chi li emette, gli scontrini, e non chi non li fa, perché quelli sono i veri criminali. Perché quegli scontrini, uno a uno, sono tutti sporchi di sangue. Mi capisce? Voglio farla diventare il nuovo Saviano, il Saviano dei ristoratori. Devono avere il coraggio di condannarla: condannare un eroe, mi capisce?
“Il Saviano dei ristoratori”: Di Paola sorrise senza avere il tempo di chiedersi se ci fosse da fidarsi. Se quello fosse solo il tentativo di un avvocato di farsi pubblicità a buon mercato. In fondo, comunque, non era male come prospettiva: “Egidio Di Paola, il ristoratore antimafia”, e via con le interviste sui giornali, le fotografie, i servizi. Tutta pubblicità gratuita: per Massaro, certo, ma principalmente per lui.
– Va bene, avvocato. Chiamo il figlio di mia cugina e gliela faccio scrivere.
– Prima di mandarla ai giornali me la faccia leggere, mi raccomando.
– Certo. Quanto le devo?
– Allora, vediamo: per il parere pro veritate fanno 120 euro. Poi, per il giudizio, facciamo tutto un conto unico.
– Mi fa la fattura?
– E che sono mafioso, io?

giovedì 25 novembre 2010

Memoriale della facoltà

Dopo il successo del primo racconto, è il momento del ritorno. Con una storia quanto mai "sulla notizia", riecco a voi web runner.

Dopo due settimane di occupazione, la stanchezza si fa sentire per forza.
Josè gettò uno sguardo circolare alla grande aula della Facoltà di Lettere e Filosofia piena di giovani compagni e compagne. Guardò i visi dei suoi amici più cari, Bernardo, Ricardo, Alvaro, le facce tirate, gli occhi gonfi, i sorrisi forzati. Da due lunghe settimane avevano lanciato la loro battaglia contro un governo che stava precipitando il paese verso il baratro dei suoi giorni più bui, quelli che nonno Fernando gli aveva raccontato tante volte negli anni passati.
I giorni della dittatura.
Non si era ancora a quel punto, diceva ora il vecchio. E non sarebbe stato come allora. Ma di motivi di preoccupazione ce ne stanno da vendere, sosteneva. E la colpa è della mia generazione, figliolo. La gramigna non la si falcia, la si estirpa con tutta la radice. Perché ripropone le sue varianti quando pensi che il tuo campo abbia ricominciato a prosperare, nutrendosi della sua stessa acqua e della sua stessa luce.
Cominciò con l’intolleranza verso gli stranieri. La costruzione di famigerati “Centri di Permanenza Temporanea”. Poi arrivarono le ronde di privati cittadini, che cessarono quando l’esercito cominciò a girare per le strade.
Dall’estero cominciarono a guardare il paese con sospetto, le grandi democrazie non lo ritenevano più un alleato affidabile. Solo le autocrazie prendevano il governo sul serio, e nonno Fernando fece notare sgomento a Josè che eravamo rimasti gli unici ad avere rapporti di amicizia addirittura con quel fantoccio che fingeva di governare l’Italia.
L’Università e la ricerca furono colpite con la violenza di un tornado. Nelle facoltà di Scienze e Medicina furono ritirati tutti i fondi pubblici e la ricerca fu appaltata alle grandi multinazionali farmaceutiche. La facoltà di Ingegneria divenne terreno di caccia delle industrie delle armi.
E alla Facoltà di Lettere venne riservato il destino peggiore: dall’anno accademico seguente, il progetto del ministero prevedeva la sua trasformazione nella Facoltà di Storia della Patria e Teologia. La Chiesa giocava nascostamente un ruolo fondamentale in questo piano. Non fidarti mai dei preti, figliolo. Nonno Fernando era categorico. Nei momenti di crisi, si insinuano come anguille. L’ho sperimentato di persona tanti anni fa. Vedrai se non cercheranno di legare il paese con una fune, e di riportarlo a tempi che credevamo sepolti…
Corsi e ricorsi, pensava Josè tristemente.
Così, i ragazzi e le ragazze del collettivo di Lettere e Filosofia, armati solo di sacchi a pelo, cucine da campo e amore per la cultura, avevano occupato la facoltà, imitati dai colleghi di tutto il paese. Idealmente con loro, i rappresentanti delle opposizioni e di tutte le istanze democratiche.
Inizialmente, solo la polizia presidiava la Facoltà. Dopo qualche giorno fecero la loro comparsa le lugubri camionette dell’esercito, schierate in massa nella grande piazza dove si affacciava l’elegante edificio cinquecentesco.
Ma il governo prendeva tempo, non se la sentiva ancora di passare a un’azione che avrebbe potuto segnare un punto di non ritorno. Dal canto suo la Chiesa sembrava volersi proporre come mediatore con i ragazzi, mettendo in campo la sua grande magnanimità.
Josè caracollò esausto fino al bagno. Quella giornata estenuante stava per finire, finalmente. Si guardò a lungo allo specchio, e riconobbe di aver scorto in quei visi il suo aspetto stesso. Cazzo! Ci condurranno al punto di sbranarci fra di noi, pensò.
Josè si sciacquò il viso e tornò in aula dagli altri. Si affacciò alla finestra, e come al solito la vista di quei cassonetti verdi pieni di automi armati gli strinse lo stomaco. Guardò di nuovo i suoi compagni, e ricordò con timore ciò che era avvenuto poche ore prima.
Quel giorno, il Cardinale in persona era andato a far visita agli studenti. Alto, sulla sessantina, disinvolto, venne accolto con curiosità dai ragazzi, che non riuscivano ancora a vedere la Chiesa come corresponsabile dell’involuzione del paese. Del resto, molti di loro erano cattolici; degli altri, una discreta parte pensava che il loro paese non era l’Italia, e che la Chiesa fosse in quel caso un mero strumento del governo. La storia non gli ha insegnato niente, diceva nonno Fernando nella testa di Josè quando questi discuteva dell’argomento coi colleghi.
Era affascinante, il Cardinale. Un oratore nato. E gli studenti erano stanchi, e soggetti a subirne il carisma. Parlò qualche minuto senza dire niente di concreto, ma in molti scambiarono le sue frasi di circostanza per sincero interessamento. Mentre parlava, una luce obliqua proveniente da una delle finestre incideva sull’enorme anello al dito medio della mano destra del Cardinale. Josè non poteva distogliere gli occhi da quel simulacro del potere. Alla fine, mentre il Cardinale si accomiatava, in diversi si accodarono per baciargli l’anello.
Josè attese il suo turno. È un uomo come gli altri, pensava. E come gli altri lo tratterò. Al suo momento, ruotò di 90 gradi la mano prona del Cardinale e gliela strinse guardandolo dritto negli occhi. Il Cardinale ricambiò lo sguardo, e solo in un secondo tempo ricambiò la stretta. Rimasero così per qualche secondo. Il Cardinale fu il primo ad allentare la stretta, e a distogliere lo sguardo, dirigendosi verso la porta senza proferir verbo.
Josè, immobile e con la mano destra a mezz’aria, lo guardò uscire. Non pensava a niente, perché si sentiva la mano bruciare. Bruciare! Lentamente gli occhi andarono al palmo aperto, tremante. Suggestione, pensò, ma quel calore gli sembrava terribilmente concreto… in qualche minuto si trasformò in un formicolio, fino a svanire del tutto.
Quella sera, Josè col suo solito gruppo si distese nel suo sacco a pelo in una delle aule al primo piano, quella col televisore. Si girò da una parte e dall’altra per un po’, la faccia e l’anello del Cardinale gli si erano insinuati in testa, e non riusciva a prendere sonno. Pensò se non fosse il caso di andare a fare due passi, l’ingresso posteriore di notte non era mai sorvegliato e si poteva uscire e rientrare tranquillamente. Ma la grande stanchezza lo tratteneva.
All’improvviso si trovò all’aria aperta. Evidentemente aveva trovato la forza di uscire. Un buio impenetrabile lo circondava, tutte le luci cittadine erano spente. Che strano. Si diresse istintivamente, scendendo i ripidi vicoli della città alta, verso la grande porta quattrocentesca, unico residuo delle vecchie mura rimasto da quella parte della città. Oltrepassò la porta mentre iniziava ad albeggiare. Possibile che fosse così tardi? Si tastò il polso sinistro. Non aveva orologio.
Percorse ancora qualche decina di metri, l’inquietudine che gli montava dentro. La tenue luce dell’alba non mostrava gli isolati della città bassa che Josè si aspettava di vedere. Si trovava in aperta campagna, nessun dubbio era possibile. Si voltò: le mura demolite nel diciannovesimo secolo affiancavano la porta.
Gli occhi di Josè si sgranarono mentre fissava quello spettacolo inconcepibile. Guardò in basso, ma non fece in tempo a rendersi conto di cosa erano diventati i suoi indumenti da ventunesimo secolo, che il grido “Eccolo! Prendetelo!” e il rumore di una carrozza in rapido avvicinamento risuonarono a pochi metri da lui. Fu tutto estremamente rapido; in pochi secondi Josè si ritrovò prono sul fondo della carrozza, legato, imbavagliato e bendato. Sembrò durare un’ora a Josè quel viaggio di pochi minuti. Ogni scossone della carrozza era un colpo del naso sul fondo, ogni colpo era un fiotto di sangue che gli negava il respiro, il respiro mancato gli stordiva i pensieri, gli innalzava il terrore, che gli rilasciava gli sfinteri. Lo trascinarono fuori dalla carrozza, gli tolsero il bavaglio. La stazione eretta e un paio di respiri profondi lo rinfrancarono un po’.
Entrarono in un edificio e scesero diverse rampe di alti gradini di pietra, l’umidità e il freddo penetrarono rapidamente nelle ossa di Josè. Lo slegarono e gli tolsero la benda. Josè ci mise qualche secondo ad abituarsi all’oscurità di quell’angusto corridoio illuminato solo da poche candele. Due uomini incappucciati lo conducevano. Passarono davanti a una cella chiusa da pesanti sbarre. “Lasciali perdere, domani bruceranno a beneficio del popolo”, disse uno degli incappucciati.
Josè guardò, sette uomini stavano addossati in uno spazio angusto anche per quattro, le barbe lunghe, gli sguardi vuoti. Quello più a destra sembrò familiare a Josè. Gli mancava la mano sinistra. Josè si lasciò spingere via sgomento, il terrore gli impediva di rendersi conto che il moncone era cicatrizzato da anni.
Lo condussero in fondo a quel lugubre corridoio e attraversarono una soglia che introduceva un inferno dimenticato sulla terra.
La sala di tortura era un enorme stanzone quadrato, col soffitto a volta. Josè fu condotto al centro, dove stava una tavola inclinata a 45 gradi affiancata da un armadio privo di ante e stipato di strumenti di ferro. Addossati a una parete, due grandi bracieri, l’uno ripieno di brace, l’altro che emanava una viva fiamma.
I sensi di Josè erano sconvolti, travolti da un’inconcepibile miscuglio di urla laceranti, odori di decomposizione della carne e dell’anima, viste intollerabili ad occhi umani. La lingua gli si rattrappì in bocca, prima di rivoltarsi scossa dai conati.
In uno degli angoli della sala, di fronte all’entrata, quattro uomini sorvegliavano gli effetti della culla di giuda su un disgraziato giunto ormai alla fine delle sue sofferenze. Nell’altro angolo si stava consumando l’epilogo di qualcosa coinvolgente un velo e un’immensa quantità d’acqua, quando la porta si aprì.
L’anello fu la prima cosa che Josè vide.
Il Cardinale avanzò con calma studiata verso il centro della sala, gettando un breve sguardo verso gli angoli. Sulle sue labbra si poteva indovinare un debole sorriso compiaciuto. “Bene, amico mio. Mi auguro che lo spettacolo sia stato di tuo gusto”.
I suoi occhi magnetici erano due fari puntati in quelli stanchi, svuotati di Josè.
“Siete strani voi eretici, sai? Sembrate sempre pensare che la Santa Madre Chiesa sia giunta alle soglie del diciassettesimo secolo senza avere la capacità di schiacciare l’eresia come una mosca fastidiosa”. Gli occhi di Josè ebbero un guizzo. “Oh, so cosa vorresti dire. Che non possiamo distruggervi tutti. Lo so bene, non temere. Se io potessi, farei l’unica cosa seria possibile: estirperei la gramigna con tutta la radice. Ma non è ancora tempo. Intanto, usiamo da par nostro la falce”.
Le labbra di Josè fecero un debole tentativo di aprirsi. “Risparmia il fiato, ti servirà. Sai quando si avvicinerà quel tempo? Quando voi eretici inizierete a darci fiducia. A conferirci un’aura di rispettabilità. Quando direte che è giusto collaborare con noi. Sarà il suicidio delle vostre idee, perché noi non cambieremo mai…”. Il Cardinale lanciò un ultimo sguardo, limpido e diretto, negli occhi di Josè. Si voltò, con lui aveva evidentemente finito. Si rivolse ai due uomini incappucciati, col tono sicuro di chi sa che verrà prontamente ubbidito. “Iniziate dalla mano destra”.
Non se lo fecero dire due volte. Afferrarono Josè e lo legarono sulla tavola inclinata, con la testa in basso perché non perdesse i sensi. Le tenaglie furono rapidamente arroventate, le unghie dall’indice al mignolo saltarono a una a una, altrettanti spilloni furono infissi nella carne viva. La testa di Josè esplose in un uragano di dolore, di angoscia, di terrore. Fu la volta delle due asticelle metalliche. Il pollice si adattava perfettamente in mezzo. Mentre uno degli incappucciati iniziava a stringere le viti, la sala iniziò a ruotare. E ruotare. E ruotare...
Fradicio di sudore, Josè si rizzò a sedere. Il sole era già alto e intorno a lui i compagni già fremevano di attività. Li guardò a lungo inebetito, cercando di far passare quel tremore inarrestabile che lo scuoteva.
Quando si fu calmato, il televisore reclamò l’attenzione dei suoi sensi.
Lui era lì. Un’innocua intervista.
Josè si lanciò sul telecomando. Ma dovette arrestarsi inorridito. “Non riesco a prenderlo! Non riesco a usare la mano destra!”.
Le sue urla attirarono l’attenzione di tutti. Il suo viso cereo era spaventoso. Ricardo, l’amico fraterno, lo scrutò con curiosità. “Per forza, ci hai dormito con tutto il peso del corpo sopra”, gli disse in tono bonario, nel suo sorriso c’erano tutti i dieci anni d’amicizia.
Le pupille di Josè viaggiarono rapidamente fra quelle dell’amico, la sua mano solcata dalle guizzanti formiche di un circolo che si andava normalizzando e l’immagine sullo schermo.
Alla sua vista un ghigno di disgusto gli comparve sul volto. “Ah, ho capito! Eccolo, il ghigno del mangiapreti!”. Il sorriso di Ricardo si allargò ancora. “Ma guarda, Josè, secondo me stavolta esageri. Sai che la penso come te ma… beh, stavolta forse sarebbe giusto dare un po’ di fiducia alla Chiesa, e iniziare a collaborare con loro…”.
Josè guardò l’amico con occhi distanti, da un altro mondo.
Un lungo, straziante brivido gli corse lungo la schiena...